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Luino | 20 Marzo 2021

Luino in giallo, “Piero Chiara affianca il maresciallo Lojodice impegnato in un nuovo caso”

"Chi ha ucciso Rosella, una delle ragazze di Mamarosa?". Fernando Benassi torna a raccontare il lavoro del maresciallo Pasquale Lojodice

Tempo medio di lettura: 15 minuti

(a cura di Fernando Benassi) Nonostante fossero da poco passate le 13 e il sole splendesse alto e luminoso nel cielo terso, a Luino faceva davvero freddo. L’aria pungeva la faccia e il lago color zaffiro aveva delle leggere increspature bianche. Le montagne erano brulle e scure; sopra Cannero e Cannobio c’era una leggera spruzzata di neve, ma il Limidario e la Forcora conservavano un cappuccio bianco che contrastava piacevolmente con l’azzurro del cielo.

Quel giorno Lojodice, sovrappensiero e senza guardarsi intorno, camminava in fretta sul lungolago piantonato dai platani spogli, il bavero del cappotto blu scuro rialzato, le mani protette dai guanti. Di solito portava il cappello, un borsalino che gli avevano donato i colleghi prima della sua partenza per Luino; gli era molto caro quel cappello e non se ne separava mai. Eppure, il giorno prima, l’aveva dimenticato da Erica, in Piazza Risorgimento, dove era andato a bere un caffè e adesso stava andando a riprenderlo.

Si era accorto della mancanza del cappello solo la sera, perché uscendo dall’ufficio aveva sentito freddo. Era tornato indietro pensando di ritrovarlo sull’attaccapanni e invece non c’era.

“Brutto segno”, gli aveva detto la moglie quella sera. “Stai cominciando a invecchiare”. Lojodice aveva sorriso ma in cuor suo non poteva negare che stava davvero rimbambendo se dimenticava i suoi oggetti più cari sparsi per Luino.

“Sì, ma non pensare che lasci tutto in giro, mi è successo solo con il cappello… l’ho lasciato dalla Erica ieri pomeriggio…”, aveva ribattuto un po’ piccato.

Lojodice attraversò la strada di fronte al Garibaldi e prese la via XV Agosto. A quell’ora i negozi erano chiusi ma lo stesso gettò un’occhiata alla vetrina del Bogni, dove c’era un televisore Philips ultimo modello. Lo schermo si fondeva perfettamente nel mobile di legno scuro, eleganti erano anche le manopole chiare. Il maresciallo pensò che sarebbe stato proprio bene nel loro salotto, ma era troppo caro.

“Dovremo continuare ad accontentarci della radio”, si disse avviandosi verso Piazza Risorgimento dove raggiunse il bar. Entrò e subito Erica, una donna alta e robusta, lo apostrofò: “Buongiorno, maresciallo, se è venuto per il cappello mi sa che dovrà aspettare! Ieri sera è venuto il Chiara, lo conosce? E ha scambiato i cappelli … Ah, guardi, è fortunato, eccolo che sta arrivando, glielo avevo raccomandato di venire a quest’ora…”.

Il maresciallo si voltò giusto in tempo per vedere entrare un uomo di circa quarant’anni non tanto alto, dai capelli scuri appena ingrigiti ai lati, la fronte ampia e il naso affilato che sorreggeva un paio di occhiali dalla montatura sottile. In mano l’uomo teneva un borsalino.

“Ecco il suo cappello, maresciallo. Ieri sera l’ho scambiato con il mio…”

“Si figuri, non ci sono problemi signor…”

“Chiara, Piero Chiara”

“È un giornalista… famoso… scrive per la Prealpina…”, si intromise Erica.

“Le offro un caffè Chiara, permette?”

“Grazie, maresciallo. Volentieri…”

“Erica, ci porta due caffè?”, e poi sedendosi: “Dunque lei è un giornalista …”

“Sì, potrei definirmi così … Scrivo per diversi giornali e tengo conferenze, ho insegnato, scritto poesie e altro… anche se lavoro in pretura a Varese”.

“Ah, interessante. Lei è di Luino?”.

“Sì, ma ormai abito a Varese, divido l’appartamento con un amico, per ora. Sono nato vicino al porto, e al mio lago torno sempre volentieri. E lei maresciallo? Lei è…”.

“Pugliese… Ho fatto la guerra, poi sono tornato al mio paese, nel Salento, ho finito l’università, vinto un concorso ed eccomi qui…”.

“Le piace Luino?”.

Lojodice girò lo sguardo sulla piazza deserta, rimase con gli occhi neri socchiusi per un attimo e poi disse: “Sì, certo mi piace… quando seppi che sarei venuto a Luino non l’avevo mai sentita nominare… dovetti cercarla sulla carta geografica, pensai che il lago mi avrebbe ricordato il mare… ma non è così. E comunque ormai, eccomi qua!”.

“Vedrà che il lago le entrerà nel sangue, o forse è già successo. Non è mai uscito in barca a vela? Potrei portarla io, anche in questa stagione è bellissimo uscire sul lago e vedere Luino correrti incontro…”.

“Immagino che lei conoscerà tutti a Luino…”.

“Può ben dirlo, maresciallo…”.

Bevuto il caffè, i due uomini uscirono dal bar, si strinsero la mano e si salutarono. Lojodice s’incamminò verso il suo ufficio, ma dopo qualche passo si voltò e gridò: “Chiara, Chiara, mi scusi…”.

L’uomo si girò: “Che cosa c’è, maresciallo?”

“Dove la posso trovare? Nel caso avessi bisogno, non so…”

“Vada al Clerici e lasci detto che mi cerca, verrò io da lei”.

A Lojodice era venuta un’idea e voleva condividerla con il fidato Giacomazzi. Da quando era arrivato a Luino, il maresciallo aveva l’idea fissa di sistemare l’archivio, una stanza piena di faldoni, carte e cartellette che raggruppavano i vecchi casi e non solo. Poco alla volta e nel suo tempo libero, Lojodice stava riordinando il materiale e da una cartelletta ingiallita era uscita la storia mai risolta di una ragazza trovata uccisa strangolata in un bosco lungo la strada che porta a Maccagno, Rosella Milani, appena ventiduenne di Pavia.

C’era una fotografia della giovane, era una bella immagine in bianco e nero e Lojodice l’aveva guardata a lungo. La ragazza, con le spalle scoperte e un ventaglio in mano, i capelli raccolti sopra il capo e fermati da un nastro, era seduta su una poltrona. Il busto, buttato in avanti, si offriva all’obiettivo, ma gli occhi no, quelli restavano bui e seri e anche il sorriso, appena accennato, era triste. Era stato quel misto di giovinezza perduta, quello sguardo malinconico, quelle labbra piene e appena socchiuse che avevano affascinato il maresciallo. La ragazza era una prostituta, lavorava da Mamma Rosa, il casino di Luino, ben frequentato dai locali ma anche dagli svizzeri che spendevano volentieri i loro franchi in cambio di un amore fugace e poco impegnativo.

Quel giornalista, il Chiara, doveva aver sentito parlare di quel caso. Era accaduto nel maggio del ’36. Insieme alla foto nella cartelletta, a parte il verbale, c’era una bustina di carta che conteneva due perle color avorio che la ragazza teneva strette in pugno quando fu ritrovata. Il caso fu insabbiato e la giustizia si era dimenticata in fretta di quella giovane dai costumi troppo facili che non meritava d’essere difesa.

In Lojodice si risvegliò un misto di rabbia e una voglia di farsela da solo la giustizia, come aveva provato tante volte in guerra, ma cercò di controllarsi perché sapeva che la collera gli avrebbe scavato un buco nello stomaco e basta. Però un assassino era ancora in giro e il suo dovere era consegnarlo alla giustizia.

Giacomazzi, quando vedeva il maresciallo stringere la mascella, aveva imparato che era meglio lasciarlo solo a combattere i suoi demoni. Così, quando saltò fuori la storia della prostituta ammazzata quasi vent’anni prima e di mezzo c’era stata pure una guerra, lo assecondò comunque e preparò una nuova cartelletta che conteneva i vecchi verbali, trascrisse i nomi dei pochi coinvolti, fra cui il boscaiolo che aveva ritrovato il corpo e che risultava disperso in Russia, le colleghe di lavoro finite chissà dove e che non avevano detto niente di interessante e le parole di Mamma Rosa, che non si capacitava di come una delle sue protette fosse fuggita chissà con chi per farsi ammazzare in un bosco.

Finito il lavoro, Giacomazzi si incaricò di passare dal Clerici per lasciare un messaggio al Chiara che si sarebbe visto senz’altro da lì a breve.

Il giorno dopo Chiara telefonò a Giacomazzi dicendo cha sarebbe passato quella sera, dopo il lavoro. E così fu.

Nonostante la serata fosse già fredda e buia alle cinque per via del cielo oscurato dalle nubi, Chiara chiese a Lojodice di fare quattro passi sul lungolago. Si sarebbero poi fermati al Clerici per bere qualcosa.

Dopo i primi convenevoli, Lojodice andò al sodo e gli parlò del caso della ragazza trovata morta nel bosco.

Mamarosa …”, mormorò Chiara. “Se lei l’avesse conosciuta! Adesso la tenutaria è un’altra, lo saprà meglio di me, ma Mamarosa era una milanesona venuta qui dopo la prima guerra, quello era proprio il suo mestiere, lo si capiva dal suo comportamento sicuro, sfrontato, anche violento. Se ne stava nella sala comune con i suoi cento chili abbondanti incastrata dietro il suo banco con appoggiato sopra un nervo di bue… stava là con i capelli cortissimi, pettinati alla maschio sulla nuca piatta, senza collo, allargata e le braccia che sembravano colonnette di balaustra… Eppure, era buona di cuore e generosa e ci siamo sempre chiesti tutti come in un paese di sette, ottomila abitanti ci fosse un così buon casino… D’altra parte Luino è luogo di confine, i clienti poi vengono dalla Svizzera, anche oggi arrivano da lì. Ma Mamarosa non c’è più, morta e dimenticata… Ne scriverò un giorno. Ma tornando alla ragazza, certo che mi ricordo del caso… Era sulla bocca di tutti. La ragazza, Rosella, si diceva fosse una protetta di Mamarosa. Ma lo dicevano per l’assonanza del nome, le ragazze cambiavano ogni quindicina, e Rosella fu trovata ammazzata all’inizio della sua seconda settimana”.

“Esatto”, confermò Lojodice. “Era l’undici maggio, la trovarono in un bosco lungo la strada che porta a Maccagno…”.

“Sì, dopo la seconda galleria, in un boschetto che scende verso una minuscola spiaggetta. Fu portata lì che era già morta, vero?”.

“Così dice il verbale… indossava una gonna grigia e una camicetta rosa …”.

“Era davvero una bella ragazza, ne parlavamo fra noi, al bar, non sembrava di quelle, si diceva. Seria, anzi triste… con qualcosa di misterioso… Ricordo che c’era una foto molto bella di lei, l’aveva scattata il fotografo Caligari, era il fotografo ufficiale di Mamarosa. Lui là era di casa. Faceva le foto alle ragazze e poi le esponeva in piazza, attaccate in fila con le mollette di legno. Tutti andavano a guardarle perché erano fatte là dentro e chi non c’era mai stato voleva sapere come fosse… Poi le ragazze, la maggior parte almeno, si facevano ritrarre con i loro chimoni addosso, e chi aveva mai visto un chimono a Luino? Erano curiosi gli uomini ma anche le donne che volevano sapere come fossero le altre, le rivali, e se avessero qualcosa di diverso e perché facevano la vita…”.

“Non c’erano voci in paese che dicessero chi potesse essere stato? Magari lei, chissà, avrà sentito qualcosa, al Clerici o dalla stessa Mamma Rosa…”.

“Se ne dicevano tante di chiacchiere, c’era un ragazzo in particolare, come si chiamava, il Bulugna, chiamato così perché piccolo e tondo come un insaccato, ma il vero nome era… oh, mi verrà in mente! Il Bulugna era innamorato perso della ragazza, era stata la prima, offerta dagli amici. Diceva a tutti che l’avrebbe sposata e tirata fuori da lì. Ogni tanto capitava che qualcuno si innamorasse di quelle ragazze. Ah, ecco mi è venuto in mente il nome… Giancarlo si chiamava, Giancarlo Vittori”.

“Pensa che potrebbe essere stato lui?”.

“No, lo escludo, però sembrò impazzire dal dolore quando la trovarono ammazzata e in poco tempo perse tutti i chili che gli avevano fatto guadagnare il soprannome Bulugna e divenne lo Smilzetta, adesso ricordo. Poi partì per la guerra, nel ’43 si diede alla macchia in Val d’Ossola e morì ammazzato poco prima della liberazione. Cadde in un dirupo e non si salvò. Lo venimmo a sapere da altri partigiani. Escludo che lui possa aver fatto male a Rosella e comunque non possiamo nemmeno più chiederglielo”.

I due uomini rimasero in silenzio qualche minuto. Passeggiavano lenti, il lago a pochi passi sembrava respirasse e dall’altra parte sotto le montagne inghiottite dalle tenebre, brillavano le luci della sponda piemontese. Ogni tanto Chiara si fermava e guardava il lago come se lo vedesse nonostante l’oscurità. Aveva allora nell’atteggiamento un non so che di possessivo, era come se dichiarasse al mondo che il lago e quei luoghi gli appartenevano e solo lui poteva comprenderli sino in fondo. Chiara rimase qualche minuto assorto, gli occhi fissi sul buio che accarezzava il lago come una coperta. Poi si scosse, si girò verso il maresciallo e disse: “Mi piacerebbe leggerlo con attenzione il verbale, andiamo prima a scaldarci al Clerici, poi facciamo un salto nel suo ufficio…”.

“D’accordo, in effetti la serata è gelida… A proposito, la mano della ragazza stringeva due perle, perline direi, insomma sembrano le perle di una collana, sono rimaste chiuse dentro una bustina di carta”.

“Perle?”.

“Sì, due cosucce … e se fosse stata una donna? Mi viene in mente ora, potrebbe essersi difesa e aver strappato dal collo di quell’altra una collana, magari una donna sposata stufa di vedere il suo uomo andare a… insomma di frequentare Mamma Rosa. Nella colluttazione potrebbe aver stretto in mano le due perle, come se volesse incolparla, le altre saranno cadute chissà dove”.

“Chissà… a ogni modo se fosse stata una donna, non avrebbe potuto fare tutto da sola, perché avrebbe dovuto caricare la donna su un carro e poi trasportarla nel bosco … Non so, forse una donna robusta potrebbe anche averlo fatto, però quelle perle potrebbero darci una mano”.

Nel frattempo, erano giunti al Clerici. Dentro i tavolini erano tutti occupati, ma Chiara ne scorse uno in fondo ancora libero. Prima di sedersi, Chiara rispose ai mille saluti, erano battute in dialetto e ammiccamenti ma la vista di Lojodice li frenava e sembrava che dicessero: “Ma il Chiara conosce proprio tutti!”, perché il maresciallo in fondo non era di Luino, era un foresto.

Rimasero poco al Clerici, giusto il tempo di scaldarsi e poi s’incamminarono verso via XXV Aprile, per raggiungere l’ufficio del maresciallo.

Giacomazzi se n’era già andato, Lojodice recuperò il verbale del caso e fece vedere a Chiara le due perline.

“Uhm… mah… Ah!”, commentava Chiara scorrendo le pagine ingiallite. Lojodice lo guardava attento chiedendosi perché avesse riposto così tanta stima in uno sconosciuto. Era stato l’istinto, senza dubbio, l’aveva giudicato subito intelligente, fine conoscitore dell’animo umano e poi si era accorto di come conoscesse tutti a Luino e soprattutto sapeva dove chiedere un’informazione. A Lojodice mancava quel tessuto fatto di confidenti, conoscenze, amici degli amici e persone che si fidassero di lui sino in fondo. A Chiara le porte si spalancavano, a lui spesso si chiudevano. L’autorità le forzava, Chiara le apriva senza problemi.

“Leggendo qua…”, disse Chiara improvvisamente “… mi è venuta un’idea. Mi sono ricordato di qualcosa che… E poi le perline… non sono perline, maresciallo, lo escludo…”.

“E quindi?”, domandò Lojodice.

“Mi lasci fare, mi dia un paio di giorni… Dunque, è giovedì, vediamoci domenica mattina… domani lavoro… e poi… sì domenica mattina. Ci vediamo qui, alle dieci, va bene?”.

Poco dopo, indossato cappotto e cappello, Chiara lasciò l’ufficio.

Per Lojodice non ci fu molto da fare sino a quella domenica mattina. Tutta la parte burocratica dell’ufficio riusciva a svolgerla il fido Giacomazzi, al maresciallo non restò che leggere le poche pratiche e firmarle. Il suo pensiero andava sempre al caso irrisolto e a Chiara. Era curioso di sapere cosa si fosse inventato il giornalista e a che punto fosse con le sue deduzioni.

Quell’uomo gli piaceva, era diretto e poi aveva quel gusto per l’ironia che Lojodice, animo tormentato e tendente all’inquietudine, apprezzava molto perché gli mancava.

La domenica mattina Lojodice arrivò in ufficio che non erano nemmeno le nove. Riguardò quei pochi documenti del caso e la foto di Rosella cercando di immaginarne i pensieri, chiedendosi cosa l’avesse portata a diventare una prostituta, ma la risposta era facile, la povertà e l’ignoranza. Come migliaia d’altre ragazze, anche Rosella si sarà trovata davanti a un baratro, magari violentata e buttata fuori di casa dalla famiglia, magari troppo povera e affamata, magari lusingata da un’amica più grande e già esperta della vita.

Chissà quali pensieri celavano quegli occhi bui e quanta solitudine c’erano sulle sue labbra baciate troppo in fretta da uomini che ne vedevano solo uno strumento di piacere. Non bastava il vezzoso ventaglio ricamato a restituirle la gioia che avrebbe dovuto essere sua di diritto.

Rosella Milani come una meteora aveva bruciato la sua vita, aveva compiuto il suo percorso in un lampo, senza lasciare nulla dietro di sé, se non due perline strette in una mano rigida, estremo tentativo di lasciare detto qualcosa d’importante perché la sua morte meritava attenzione e non oblio.

Non erano ancora le dieci quando Chiara arrivò. Indossava un cappotto grigio scuro e l’inseparabile cappello. Lojodice gli chiese di accomodarsi ma lui rifiutò.

“Ci aspettano, maresciallo, dobbiamo andare; prenda la foto, mi raccomando”, poi si sistemò meglio gli occhiali dalla montatura sottile sul naso e aggiunse: “Non rimarrà deluso…”.

Lojodice lo seguì, Chiara aveva la sua macchina posteggiata poco distante, vi salirono e Chiara continuò: “La porto in Agra. Ho ritrovato l’amica di Rosella, hanno fatto la vita insieme. Ma la sua amica, Ester, si fermò qui per sempre. Finì la quindicina a maggio del ’36 e poi si tolse dal giro, con buona pace dei suoi clienti. Era una bionda niente male, alta, giunonica, con un petto che faceva sognare tutti i maschi dai tredici anni in su, il contrario di Rosella che invece era magrolina, quasi diafana. Ester era stata soprannominata la Venere bionda; Mamarosa l’aveva lasciata in piedi sul carro portandola dalla stazione al casino e aveva fatto il giro largo, quelli della mia età se lo ricordano ancora. Una bionda così non si era mai vista a Luino”.

“Ma si è sposata poi?”.

“No, no… di uomini non ne ha più voluto sapere”.

Lasciato Luino, la macchina salì verso Dumenza arrampicandosi piano. Passarono poi per Runo, Stivigliano, lasciarono Due Cossani e raggiunsero Agra.

Lojodice aveva ammirato il lago dall’alto, così blu come il cielo sereno, stretto fra le montagne brulle e spoglie. Ogni scorcio era degno di un quadro e a Lojodice sarebbe piaciuto che ci fosse sua moglie con lui, allora avrebbero passeggiato con calma, ammirando il paesaggio e tenendosi per mano. Quella vena così romantica avrebbe fatto sorridere Chiara e il maresciallo scacciò ogni tenero pensiero.

Posteggiata l’automobile, attraversarono la piazzetta e presero una viuzza che si snodava all’interno del paese. Dopo circa trecento metri, entrarono in un cortile. Qualche donna s’affacciò alla finestra per vedere chi passasse a quell’ora. I due uomini salutarono le curiose, poi si fermarono davanti a una porta di legno piuttosto scrostata. Chiara bussò.

Si sentì un “Avanti!”, come se i visitatori fossero attesi. Chiara salì due consunti gradini di pietra ed entrò seguito da Lojodice.

Si trovarono in una cucina dal soffitto attraversato da travi di legno. Il locale era piuttosto ampio, la parete di fronte era occupata dal camino che era acceso e spandeva un bel tepore. Un uomo anziano stava seduto su una delle due panche messe ai lati del camino e teneva lo sguardo fisso sulle fiamme; all’ingresso di Chiara e Lojodice non si mosse neppure.

Dopo il camino, sulla destra, c’era una vecchia madia e sulla parete di fianco un lavandino di pietra illuminato da una finestra ornata da due tendine candide e una stufa a legna. In mezzo c’era un semplice tavolo di pino con le sue quattro sedie. Il pavimento, ben spazzato, era di pietra grigia.

La donna vicino al lavandino si asciugò le mani in uno strofinaccio e fece cenno ai due di accomodarsi. Era alta e piuttosto in carne; portava i capelli scuri striati di bianco raccolti sulla sommità del capo. Gli occhi erano neri, infossati nel volto pallido. Sorrise facendo ancora un cenno ai visitatori di sedersi. Lojodice si accorse che le mancavano parecchi denti e le labbra sottili quando erano serrate affondavano nel viso facendo sporgere il mento.

“Grazie Ester, ce lo offri un caffè?”.

A questo nome Lojodice sussultò. Era dunque quella la Venere bionda? Chiara assentì con il capo alla muta domanda del maresciallo. Della donna di un tempo era rimasta la statura e quella grandezza delle membra che ancora adesso colpiva. Dei capelli biondi, il sorriso malizioso, il petto florido non restava più nulla. Doveva avere poco più di quarant’anni ma sembrava averne sessanta se non fosse stato per un modo di muoversi ancora svelto e agile.

La donna portò il caffè in tavola e lo servì.

“E lui?”, chiese Lojodice girandosi verso l’uomo che ancora fissava le fiamme del camino. Ester alzò le spalle. Quel tipo canuto e dalla barba bianca poteva essere il padre, forse un po’ demente.

“Ester, racconta al maresciallo la storia della tua amica, la Rosella … così come l’hai detta a me”.

La donna si guardò le mani arrossate e ruvide. Per un attimo parve assentarsi da quella cucina e gli occhi si fecero sottili come due linee scure.

“Io e Rosella eravamo amiche…”, iniziò la donna. “Facevamo la vita, prima vicino a Pavia e poi a Milano. Eravamo sole, giovani e belle. Pensavamo che avremmo lavorato per un po’ di anni, giusto il tempo di mettere insieme quel che bastava per aprire un laboratorio di sartoria… Avevamo certe idee… Poi un tizio, un nostro cliente, ci fece conoscere Mamarosa che reclutava le sue ragazze per Luino… Decidemmo di seguirla. Ci disse che sarebbe stato per quindici giorni e che avremmo avuto delle belle mance dai crucchi, gli svizzeri… La prima settimana filò tutto liscio … lavoravamo sodo, eravamo la novità della settimana. Ai tempi ero bella e mi facevo i capelli biondi… gli uomini impazzivano per le bionde. Rosella piaceva molto anche lei, perché non sembrava una di quelle, aveva l’aria di una ragazza per bene, glielo dicevo sempre io!”.

La donna si portò la tazzina alla bocca e succhiò avidamente il liquido bollente. Chiara ne approfittò per mostrarle la fotografia.

Ester si portò le mani al volto: “Oh, mio Dio! La fotografia che fece con quel fotografo… come si chiama… Caligari, ecco! Quel giorno ci mettemmo tutte in ghingheri per lui… La mia Rosella, proprio come me la ricordo…”, la donna trattenne un singhiozzo.

“Chi la uccise?”, chiese Lojodice. “Lei lo sa? Qualche amico? Un cliente? Quel Bulugna?”.

Ester, scuotendo la testa commossa, appoggiò la fotografia sul tavolo. Intanto Chiara aveva tirato fuori le due perline. La donna le prese in mano, ancora zitta e agitata. Poi si alzò, andò alla madia, l’aprì e tornò con una scatola. L’appoggiò sul piano; era una vecchia scatola di latta di quelle che si comprano colme di biscotti o praline. L’immagine del coperchio rappresentava delle rose gialle ancora vivide nonostante fossero graffiate. La donna tolse il coperchio, dentro c’erano bottoni di tutti i tipi, di madreperla, di legno, smaltati. Ester frugò qualche minuto e poi la estrasse.

“Ecco maresciallo, guardi qui…”.

Fu Chiara a prendere e a distendere sul tavolo la corona di un rosario dalle perle color avorio. Due però erano state sostituite ed erano di legno. Il maresciallo le confrontò con le due che aveva stretto in mano Rosella prima di morire e non c’erano dubbi, erano quelle che mancavano.

“Di chi è questa corona del rosario? È sua?”.

Ester scosse la testa. Poi, guardando il maresciallo, continuò: “Era di Don Andrea, un pretino giovane che era venuto a Luino per un breve periodo, doveva sostituire qualcuno, qualcosa del genere… Capitò nello stesso periodo nostro. A Rosella erano cominciate a nascere strane idee in testa… Voleva smettere con le marchette… Ma io le dicevo che non avevamo abbastanza soldi e che dovevamo andare avanti ancora un po’… Lei voleva chiudere dopo i quindici giorni a Luino. Un giorno, mentre riposavamo in attesa della sera, lei uscì e vicino al Carmine incontrò Don Andrea… Lei gli chiese di confessarla, lui le disse va bene…

I due si innamorarono… Lei era felice, per la prima volta amava ed era riamata, ma lui avrebbe perso tutto, la dignità, i voti, la famiglia… Rosella non capiva più nulla. Una sera, dopo il lavoro, lei scappò. Io sapevo che doveva incontrare il prete. Il mattino dopo la trovarono morta ed io immaginavo chi fosse il colpevole, ma non dissi nulla. Chi mi avrebbe creduto? Una straniera e per di più puttana?”. La bocca di Ester si aprì in un sorriso sarcastico che scoprì i buchi neri lasciati dai denti caduti.

I due uomini restarono in silenzio per un po’, poi Lojodice chiese alla donna che fine avesse fatto Don Andrea.

Ester si asciugò una lacrima e poi disse: “È questa la parte più difficile…”.

Un urlo lacerante e improvviso fece sobbalzare i tre seduti al tavolo. Alle loro spalle, l’uomo seduto vicino al camino si era avvicinato silenzioso, poi si era buttato sulla fotografia e la bagnava col pianto improvviso in cui era scoppiato.

Lojodice e Chiara si guardarono. Il caso era chiuso.

Il lunedì mattina, Lojodice spiegava a Giacomazzi come aveva scoperto l’assassino della povera Rosella. L’aveva uccisa Don Andrea che poi era impazzito ed Ester se n’era presa cura seppellendo il suo segreto.

“E adesso maresciallo, che farà? Lo arresterà?”.

“Arrestarlo? No, Giacomazzi, non lo farò. Quel poveretto si è già dato lui la punizione, e la sua mente è incarcerata da vent’anni ormai. Un carcere duro dal quale non uscirà più. Gli ho lasciato la fotografia perché ricordi la sua colpa. Vedi Giacomazzi, a volte le punizioni peggiori ce le diamo con le nostre mani e non possiamo perdonarci. Quel poveretto aspetta che Dio lo faccia per lui”. Così dicendo mise a posto il fascicolo fra i casi ormai risolti.

“Caffè, maresciallo?”.

“Mi hai letto nel pensiero, Giacomazzi. Fallo bello forte e abbondante, ne abbiamo bisogno tutti e due”.

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