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Luino | 31 Gennaio 2021

“Luino in Giallo” torna con “Una velenosa vendetta”

Fernando Benassi torna a raccontare il lavoro del maresciallo Pasquale Lojodice in una Luino retrò, anni Cinquanta. Ecco la seconda "puntata" della rubrica

Tempo medio di lettura: 14 minuti

(Di Fernando Benassi, foto Delia Ilona Ciocoiu) – Quella mattina fredda e luminosa, il maresciallo Lojodice andò in ufficio molto presto con l’idea di sistemare l’archivio. La stanza che destinavano a tale scopo, nello stabile di via XXV Aprile, era un vero caos. Faldoni di tutte le misure erano ammonticchiati dal pavimento sino a metà parete, i due armadi erano colmi di carte e le ante non si chiudevano più, una vecchia scrivania e i suoi cassetti erano sommersi da altre carte ingiallite.

Lojodice pensava che sarebbe annegato in quel mare paglierino che sapeva di muffa. In cuor suo mandò a quel paese quelli che l’avevano preceduto e che non amavano l’ordine come lui. Quella stanza lo aveva infastidito sin dal suo arrivo a Luino, era il 18 gennaio del 1950.

Ogni fascicolo rappresentava un caso e in ogni caso c’erano persone vive o morte, ma sempre persone che meritavano d’essere trattate con più rispetto. Quel lavoro gli serviva anche per alleggerire la cupezza dei suoi pensieri. A guerra ormai finita da sette anni, Lojodice soffriva ancora di incubi. Non aveva mai raccontato a nessuno cosa gli fosse accaduto in guerra, ma dimenticare era impossibile. Dormiva pochissimo Lojodice, assalito com’era dai sogni più angoscianti. A notte fonda gli capitava di doversi alzare di colpo per uscire, almeno sul balcone, anche nel freddo più pungente, e sincerarsi che il mondo fosse ancora lì, tutto intero, come lo aveva lasciato la sera prima.

Quei suoi occhi neri e fondi, così bui eppure resi brillanti dal riflesso della luce fra la velatura straordinariamente fitta delle ciglia, lo rendevano affascinante a sua insaputa. I tratti regolari del viso, la carnagione pallida, la figura alta e snella, i capelli corti e scuri che sottolineavano la linea perfetta della nuca completavano la figura di un uomo dall’eleganza innata.

Lojodice aveva iniziato a dividere i faldoni per anno, formando delle nuove colonne pericolanti che crescevano a vista d’occhio. Ogni tanto sbirciava l’orologio nell’attesa dell’arrivo del fedele Giacomazzi. La prima cosa che gli avrebbe chiesto era un caffè forte e caldo, un lusso che durante la guerra aveva rimpianto. Puntuale come sempre, non erano nemmeno le sette, Giacomazzi arrivò e senza nemmeno chiederglielo aveva già pronto il primo caffè.

Lojodice lo stava zuccherando quando il telefono squillò. I due si guardarono poi Giacomazzi alzò la cornetta e rispose: “Sì … sì … va bene … Sì, è qui … ah, va bene!”. Riattaccò e poi disse ad alta voce: “Maresciallo, era il dottore. Si trova a Villa Langé, vuole venire a parlarle. Metto su altro caffè?”

“Sì, Giacomazzi … e speriamo che non ci vada di traverso!”.

Dopo qualche minuto, suonò il campanello e il dottor Martino fu fatto entrare e accomodare nell’ufficio di Lojodice.

“Si sieda dottore …”.

L’uomo si lasciò cadere pesantemente sulla sedia. Lojodice rimase in silenzio aspettando che parlasse. Alto e corpulento il dottore, con la pelata rossa e un paio di baffi ancora neri che tagliavano in due il volto, si asciugò la fronte con un fazzoletto candido dove spiccavano le sue cifre ricamate in rosso.

Era l’unico medico di Luino e aveva il suo bel daffare a correre tutto il giorno ovunque lo chiamassero, anche fuori paese.

“Buongiorno maresciallo … Stamattina presto, erano le cinque mi sembra, mi ha telefonato la domestica di Villa Langé, la Rosa, una brava donna …. La sua padrona, che non è una Langé, ma nata Vittoria Camozzi, non respirava più … Io sono corso alla villa ma non c’era più niente da fare. Morta …”

“Morta come?”

“Qui sta il bello … o il brutto …. Sul comodino c’era un bicchiere di latte, glielo lasciava sempre la Rosa la sera prima, ce n’era ancora un fondo o poco più, ma l’odore che ho sentito entrando era inequivocabile: cianuro”.

“Cianuro? Ne è certo?”

“Se ha sentito l’odore una volta non lo dimentica più maresciallo … Mandorle amare. Nel latte doveva essercene una quantità notevole e la poveretta deve essere morta in fretta. E non bene”

“Suicidio?”

“Ho i miei dubbi. Non dimentichi che la donna era paralizzata. Se si fosse suicidata, sul comodino o per terra ci sarebbe stata una fiala, qualcosa … E poi, secondo la Rosa, ieri sera era tutto regolare, preghiere comprese …”

“Non avrebbe potuto essere …”

“Una messinscena? La Vittoria Camozzi? Se oggi piovesse Chianti, allora potrei crederci!”

“Dunque, un delitto … Vengo con lei, devo vederci chiaro. Chi è rimasto su?”

“La Rosa naturalmente. E basta. Le ho detto di non parlare con nessuno”

“Molto bene, andiamo allora”.

Villa Langé sorgeva impettita e bianca sul lungolago appena entrati in Luino. Era una villa signorile di fine Ottocento posta su due piani e con un bel giardino intorno ricco di ortensie, di azalee e, in quella seconda metà di gennaio, con aiuole dove i candidi ellebori erano in piena fioritura. Era mattina presto e per strada i passanti erano rari. Il freddo pungente, la temperatura era di certo ben sotto lo zero, faceva camminare in fretta anche Lojodice e il dottor Martino che, a dispetto della sua figura massiccia, manteneva un buon passo.

Giunti davanti alla villa, il dottor Martino aprì il cancello appena accostato; i due entrarono, percorsero un vialetto sino alla porta d’ingresso che aprirono senza bussare.

Rosa li attendeva in anticamera, seduta sulla cassapanca proprio vicino all’attaccapanni. Appena li vide, la donna si alzò subito. Fra le mani stringeva un fazzoletto e gli occhi rossi tradivano le sue lacrime.

“Suvvia Rosa … Eccoci arrivati. Questo è il maresciallo Lojodice”. La donna abbozzò un mezzo inchino.

“Posso andare?”, balbettò la poveretta scossa dagli avvenimenti.

“No, resti ancora …” le ordinò Lojodice. “A che ora è arrivata stamattina?”

“Erano da poco passate le quattro e mezza … La signora si svegliava presto … verso le cinque. Di solito le portavo la colazione a letto e poi l’aiutavo ad alzarsi … a mettersi in ordine insomma”

“E stamattina?”

“Quando sono entrata in camera c’era quell’odore e lei … lei … era morta. Allora sono venuta qui …” indicò il telefono appeso all’ingresso “e ho chiamato il dottore”

“E ieri sera?”

“Ieri sera l’ho messa a letto che erano quasi le otto. Era … stava bene. Le ho lasciato il latte sul comodino, aveva cenato alle sei. Poi me ne sono andata”

“Ha chiuso lei?”.

Rosa assentì.

“Ha le chiavi?”

Rosa le tolse dal grembiule.

“Solo lei le ha?”

“Sì, un altro paio sono sempre state in quel cassetto” lo aprì e le mostrò ai due uomini “Ci sono tutte” aggiunse.

“Sta bene, Rosa. Vada a casa … A proposito, dove abita?”

“Vicino al porto”

“Va bene, se avessi ancora bisogno di lei, verrò io a cercarla … A proposito, ci sono parenti? Dobbiamo avvisare qualcuno?”.

“Le dirò io maresciallo … Vada pure, Rosa”.

La donna salutò in fretta e se ne andò.

Il corpo della poveretta non era un bello spettacolo. Lojodice la guardò cercando di registrare ogni particolare ma in cuor suo pensò alla casa di famiglia in Puglia, dove suo padre e i nonni e i bisnonni avevano sempre fatto i contadini e per un attimo rimpianse di non essere rimasto fra gli ulivi e la brezza marina.

Il dottor Martino stava facendo le sue considerazioni: “È morta un pezzo prima della mezzanotte, qualcuno le avrà fatto bere il latte avvelenato, altrimenti lei, sentendo l’odore non l’avrebbe preso, e poco dopo avrà cominciato a sentirsi male … A dosi elevate il cianuro impedisce alle cellule di utilizzare l’ossigeno … Ne risentono subito il cuore, l’apparato respiratorio e il sistema nervoso centrale … Avrà avuto un senso di irrequietezza, vertigini, mal di testa molto forte, nausea … Vede dottore? Ha vomitato, ma ormai il danno era fatto. Saranno sopraggiunte le convulsioni, avrà sentito mancarle il respiro e sarà morta o per insufficienza respiratoria o arresto cardiaco …”

“Zyklon B …” mormorò Lojodice.

“Esatto, maresciallo. Quello era sottoforma di gas …”

“Già, i tedeschi ne hanno fatto un largo uso …” gli occhi del maresciallo si incupirono e per un attimo sembrò essere lontano. Le folte sopracciglia nere s’incontrarono sopra il naso formando una linea unica, lo sguardo si adombrò e le labbra si stirarono in una smorfia di dolore.

“Il cianuro non perdona … È d’accordo con me che la povera signora Vittoria è stata ammazzata? Come poteva procurarsi il cianuro? E il suo assassino come se l’è procurato? Da un anno era sulla sedia a rotelle e comunque viveva in questa bella casa, la Rosa si occupava di tutto, la portava sul lungolago…”

“Era vedova? Figli? Parenti?”

“Non si era mai sposata … La villa si chiama Langé dal cognome di suo zio, Enzo Langé, aveva sposato la sorella di suo padre, era uno zio acquisito. I Langé non avevano figli, la villa l’ha ereditata lei, la nipote. Ha però una sorella, ma non si parlavano da anni, questioni di soldi … La sorella è la Elsa Camozzi. Abita a Creva …”

“Bene, andremo a casa sua”

“Maresciallo, ho qui la macchina, la porto io. Telefono al mio assistente, in un attimo ci raggiunge e gli affidiamo la poveretta e noi andiamo a Creva”

“Aspetti dottore, guardi …”. Lojodice s’inchinò vicino al comodino e alzò un pezzo di vetro arrotondato.

“Sembra il fondo di una fialetta”

“Sì, lo è. Il cianuro era qui dentro …”

“Me la dia, la porterò in laboratorio. Intanto andiamo dalla sorella”.

La casa di Elsa Camozzi era sulla strada che saliva verso Creva, passarono davanti alla Scuola Svizzera e subito dopo sulla sinistra si fermarono. Elsa abitava in una vecchia casa di cortile, sotto la cucina e sopra la camera, niente a che vedere con il lusso di Villa Langé.

Una volta accomodati su un divanetto accanto alla stufa, fu il dottore a dirle della sorella.

Elsa rimase immobile e non mostrò nessuna emozione.

Lojodice scoprì che non si vedevano da tre anni ed Elsa non era più stata a Villa Langé dopo la morte degli zii.

“Avevate litigato?”

“Litigato? Quella ruffiana ha raggirato lo zio e si è presa tutto! Tutto! Capisce? E Dio l’ha punita. L’anno scorso le è venuta quella paralisi … immobilizzata. Io credo nella giustizia divina! E adesso è morta! Beh, ora il suo giudice sarà il Padreterno, ci penserà lui a sistemarla …”

“Ma come ha fatto a prendersi tutto?” intervenne il dottore.

“Dottore, lei si ricorda i miei zii, i Langé, mio zio Enzo? Era una brava persona, ingenua forse, o troppo buona. Aveva avuto una fabbrica di bottoni, poi quando era invecchiato aveva venduto tutto … Si era sposato tardi con mia zia che era più vecchia di lui e non avevano avuto figli. Mia sorella, quando seppe che lo zio stava male, cominciò ad andare da lui tutti i giorni e a me diceva: “Stai a casa tu, ci penso io allo zio …”. Mia zia non c’era con la testa, a lui venne un brutto male e dopo tre mesi era morto. Cosa aveva fatto mia sorella? Si era fatta fare la delega per manovrare il conto in banca come voleva lei.  Quando si accorse che mio zio stava tirando le cuoia, gli svuotò il conto spostando i contanti sul suo. Un giochetto da niente. Mia zia poveretta non contava più nulla e quando morì, due mesi dopo, tutto era nelle mani di mia sorella …”

“E lei non l’ha più vista?” le chiese Lojodice.

“No, mai più. Ma adesso cosa succederà alla casa?”

“Beh, sembra che lei sia l’unica erede adesso” disse il dottore.

“Mio zio aveva un nipote, Giacomo, il figlio di sua sorella … Mia sorella era riuscita a tenersi tutto perché essendo morto prima lo zio, tutto era andato a mia zia, e dalla zia a lei … I contanti li aveva già presi, i gioielli, i quadri, l’argenteria li aveva fatti sparire da un pezzo e la casa saltò fuori che la zia gliela aveva donata!”

“E dov’è finito il nipote?” domandò Lojodice

“In Svizzera, se n’è andato in Svizzera interna … Era molto amareggiato all’epoca, poi non ho più saputo nulla di lui. Ma sarà contento di saperla morta. A proposito, come è morta?”.

“Avvelenata” le rispose il dottore.

“Ha seminato odio e ha raccolto tempesta”.

“Mi lasci davanti al Garibaldi, dottore …” vado in ufficio a piedi. Lojodice scese dall’auto e s’avviò verso il porto. La giornata era fredda e limpida. La neve incoronava il Limidario e anche la Forcora aveva il suo bel cappello bianco. Al porto le barche si dondolavano quiete e il sole faceva brillare l’acqua appena mossa. Ma gli occhi di Lojodice guardavano oltre il lago, Cannero, Cannobio e le montagne, pensò alla morta avvelenata e al potere dell’odio, a come scavava nell’anima delle gallerie nere. La cupidigia di questa Vittoria Camozzi aveva acceso l’ira di un’intera famiglia. Perché si era voluta tenere tutto per sé? Ce ne sarebbe stato anche per la sorella e il nipote …

Non giustificava l’omicidio, per carità, un omicidio orribile che lui avrebbe dovuto risolvere. Era importante rintracciare il nipote, parlargli. Avrebbe chiesto a Giacomazzi di pensarci lui. L’avrebbe fatto convocare al più presto. Voltò le spalle al lago e si accinse ad attraversare la strada. Proprio vicino al Mutti scorse la Rosa. Camminava con la testa bassa, in mano aveva una sporta, sembrava pesante. Lojodice la guardò, notò le spalle curve, l’aria dimessa. Di certo con la morte improvvisa della sua padrona aveva perso il lavoro. Come se si sentisse fissata, Rosa alzò il viso e i suoi occhi incontrarono quelli del maresciallo. Fu un attimo, poi Rosa abbassò lo sguardo e s’infilò lungo la Via Cavallotti, la vide passare vicino alla profumeria Corti e poi sparire.

Il nipote di Enzo Langé si presentò al maresciallo due giorni dopo. Era un giovane lungo e magro, con i capelli chiari spioventi e gli occhi di un pallido azzurro. Si chiamava Giacomo Sartorio, era operaio in Svizzera, in una cartiera, e tornava a Luino ogni trenta, quaranta giorni. Anche lui non aveva amato molto la zia, anzi ci aveva litigato duramente quando aveva scoperto che il conto dello zio era stato prosciugato.

Il colloquio non aiutò il maresciallo che dovette escludere il ragazzo dalla rosa dei sospettati, che, in verità, al momento non c’erano nemmeno. Eppure, qualcuno doveva aver ammazzato Vittoria Camozzi! L’unica novità gliela telefonò il dottore confermandogli che il pezzo di vetro conservava ancora tracce di cianuro e che invece, il resto del latte trovato nella dispensa di Villa Langé, non conteneva nessuna traccia di veleno.

Non essendoci segni di effrazione, non essendo chiaro il movente, Lojodice non sapeva da che parte incominciare. I sospetti sarebbero potuti cadere sulla Rosa se Lojodice e anche il dottore non l’avessero esclusa sin dal primo momento. E poi cosa ci avrebbe guadagnato con la morte della padrona? Niente, forse un ricordino della morta per bontà degli eredi.

Era già stato appurato che non esisteva nessun testamento e quindi la casa sarebbe passata alla sorella che aveva già dichiarato che l’avrebbe venduta e una parte del ricavato l’avrebbe donata al nipote dello zio, Giacomo.

Se non ci fosse stato di mezzo il cianuro e la signora Vittoria avesse esalato l’ultimo respiro come una buona cristiana, sarebbe stata una storia a lieto fine. La cattiva egoista morta e tutti gli altri contenti.

Intanto la notizia della morte della donna si era sparsa per Luino e se ne parlava dappertutto. La Rosa non aveva più pace perché, come metteva il piede fuori di casa, era assalita da mille domande e tante persone la fermavano facendo le loro congetture più strampalate.

Anche il giornale locale, “Il Corriere del Luinese”, titolava a caratteri cubitali articoli dalle tesi più fantasiose, come la presenza di un serial killer a Luino pronto a sterminare le signore anziane e sole.

Quando si poté organizzare il funerale, Lojodice decise di parteciparvi perché voleva vedere chi ci sarebbe stato. I funerali erano un buon punto d’osservazione e il dottore Martino gli disse che l’avrebbe accompagnato.

Quel giorno il sole splendeva, un astro luminoso e freddo che brillava nel cielo terso. I due uomini, avvolti nei loro cappotti scuri e con in testa il cappello, erano seduti sulla panchina di Piazza Risorgimento, proprio di fronte alla farmacia Clerici, nell’attesa che passasse il corteo diretto alla Chiesa di San Pietro e poi al cimitero.

Videro giungere il seguito e udirono il salmodiare del prete e il brusio della gente. Non erano molte le persone accodate alla bara, a parte il parroco, il nipote, la sorella e Rosa c’erano una quindicina d’altre donne e qualche anziano.

Lojodice e Martino s’accodarono al corteo e salirono verso la chiesa. La strada saliva leggermente e passava fra case e negozi, in cima si aprivano le chiome spoglie degli ippocastani che d’estate ombreggiavano lo spiazzo. Poi ecco la chiesetta dal campanile romanico e dietro il cimitero. Lojodice e il dottore non si scambiarono nessuna parola ma cercavano di cogliere quello che la gente diceva.

In sé la cerimonia fu breve e semplice, e la sepoltura anche. Il maresciallo notò che era stata scelta una bara molto modesta e nessun fiore la adornava. Niente sepoltura in grande stile per la donna che aveva soffiato l’eredità ai suoi parenti.

Tornando dal cimitero, il maresciallo e il dottore videro una ragazza accompagnarsi alla Rosa.

“È la nipote, Maria”, disse Martino. “Il padre è morto in guerra, in Grecia; la madre, che era la figlia della Rosa, era stata deportata come operaia in Germania ed è morta sotto i bombardamenti a Berlino, nel ’45. Adesso la Rosa dovrà per forza cercarsi un altro lavoro se vuole mantenerla! Altrimenti anche la ragazza dovrà darsi da fare, diamine è una giovinetta ormai. Dovrebbe essere lei a mantenere la nonna, ma questi giovani …” e scosse la testa.

Lojodice pensò che la guerra non la smetteva di rovinare la vita alle famiglie anche se era finita da sette anni.

Nelle settimane successive, la risoluzione dell’omicidio di Vittoria Camozzi sembrava ancora lontana. Lojodice sapeva, dalla sua esperienza, che le cose bisogna farle correre un pochino da sole prima di riprenderle in mano. Nonostante “Il Corriere del luinese” lo pungolasse, il maresciallo non aveva mai voluto commentare gli articoli di Renzo Silvestri, la cui penna velenosa non perdeva occasione per criticare un po’ tutti e tutto.

Luino sembrava una cittadina tranquilla, ma Lojodice aveva imparato a sue spese che, come l’acqua del lago sembrava cheta e poi montava all’improvviso su tutte le furie, così era l’animo del luinese, che dapprincipio risultava schivo, scontroso, tenace e di poche parole ma non dimenticava i torti subiti. Se avesse avuto il tempo di riflettere, avrebbe ammesso di essere piuttosto chiuso anche lui e, in verità, anche se aveva imparato a controllare la rabbia, la sentiva ancora fomentare dentro di lui. Perso nei suoi pensieri, fu destato da delle urla. In quel momento, passava davanti all’osteria del Maniscalco, proprio a due passi dal lago, e dall’interno provenivano delle grida e delle male parole.

“Ci mancava la solita rissa fra ubriaconi …” si disse entrando nel locale.

“Che cosa succede?” domandò con voce pacata. Tutti si zittirono. E poi: “Ah, è lei maresciallo, è arrivato al momento giusto … stavamo per dare una bella lezione a questo qui …”.

A terra, un po’ stordito, stava un ragazzotto sui vent’anni, con indosso una camicia di tela e dei pantaloni di fustagno.

“Che cosa ha fatto?”

“Quest’idiota? Sembra che si sia arricchito di colpo! Da garzone di latteria a gran signore! E viene qui a ubriacarsi tutte le sere dando dei coglioni a noi!”.

A Lojodice si rizzarono i capelli in testa. “Ci penso io ragazzi, aiutatemi a portarlo fuori”.

Lojodice riuscì a condurre il giovane in ufficio, lo mise nella stanza dell’archivio e aspettò che la sbronza gli passasse.

Intanto aveva chiamato Giacomazzi e quando il ragazzo si svegliò, iniziarono a interrogarlo.

“Come ti chiami?”

“Giuseppe … Giuseppe Colombo”

“Quanti anni hai?”

“Venti”

“Dove abiti?”

“A Voldomino …”

“Che lavoro fai?”

“Porto in giro il latte …”

“Portavi il latte anche a Villa Langé?”

“Sì …”

“Hai assassinato tu Vittoria Camozzi?”

Il ragazzo scosse forte la testa e scoppiò in singhiozzi.

“No, no …” disse “La vecchia non la conoscevo neppure…”

“E come mai il tuo latte era avvelenato?”

“Il latte non era avvelenato … Io non so niente. Lasciatemi andare … perderò il lavoro!”

“Ma ora sei ricco, così dicono. Dove prendi tutti quei soldi?”

Il ragazzo scosse la testa e tacque.

Lojodice lo rimise nell’archivio dove si addormentò di nuovo.

“Che ne pensi Giacomazzi?”

“Il latte sarà stato il suo ma il veleno no”

“E quei soldi che adesso si ritrova?”

“Ricatto, maresciallo, questa è una storia di ricatto. Il Giuseppe ha visto qualcosa …”

“Se abbiamo escluso la Rosa, escluso il nipote perché non c’era e la sorella che non si è mossa … chi ha ucciso Vittoria Camozzi? Chi ricatta questo Giuseppe?”.

“Dobbiamo mettergli paura maresciallo, quando si sveglia incolperemo lui e gli diremo che andrà in carcere a vita …”.

Così fecero. Trascorsero due ore circa quando Giuseppe si risvegliò. Pensava a questo punto di avere sognato tutto e invece era ancora lì davanti al maresciallo.

“Mi si spacca la testa in due …” disse il ragazzo “Voglio tornare a casa …”

“A casa non ci torni più” gli rispose Lojodice “stanotte hai confessato di aver ucciso la Camozzi e adesso firmerai la tua deposizione e te ne andrai dritto in carcere. A Luino non tornerai mai più!”.

Giuseppe si svegliò di colpo: “Non è vero, non l’ho uccisa io …” si rimise a piangere, tanto che Lojodice si spazientì. “Allora Colombo, basta frignare come un vitello! Hai ucciso sì o no la Camozzi?”

“No … no …”

“E chi è stato allora? Lo sai? Non farmi perdere altro tempo!”

“Ho visto il veleno, una fialetta, sul tavolo della cucina … All’inizio non avevo capito, poi, quando ho saputo che la vecchia era morta … lei era morta e lei si era arricchita … perché non poteva darmi un po’ di soldi? Eh, perché doveva tenere tutto lei? Se non mi dai i soldi io parlo, così le ho detto … Se mi dai i soldi, io sto zitto”

“Lei chi, Colombo? Parla una buona volta!”

“Ma se parlo non mi darà più i soldi!”

“Asino! Se non parli finirai tu in prigione e per tutta la vita perché sarà colpa tua!”

“A me piaceva lei, ma lei ha fatto tutto per quell’altro. Lei non mi vuole e allora io le ho detto che doveva pagarmi …”

“Chi è lei?” ripeté Lojodice.

“È la Maria …”

“Maria? Maria chi?” domandò esterrefatto Lojodice.

“Maria!” intervenne Giacomazzi “la nipote della Rosa”.

“La ragazza orfana! L’ho vista al funerale!” si ricordò Lojodice e poi a Giuseppe: “Questa Maria frequenta il nipote della Camozzi?”.

Il ragazzo annuì, come se non avesse più la forza di parlare.

“E come si è procurata il veleno?” domandò Giacomazzi.

“Semplice adesso che so la storia, l’avrà sottratto il ragazzo al lavoro” spiegò Lojodice. E poi continuò: “Il cianuro è usato nelle cartiere … Ti ricordi, Giacomazzi? Il ragazzo lavora in una cartiera! Ma stai a vedere che erano tutti d’accordo, la ragazza, il nipote, la sorella … e infatti si sono divisi tutto … E la Rosa, la Rosa doveva saperlo anche lei e forse è stata zitta, per proteggere la nipote. Un po’ di cianuro e via, l’hanno liquidata una volta per tutte … Ah, Giacomazzi potevano farla franca se quest’asino non avesse visto la fialetta … La Rosa si faceva aiutare dalla nipote, ma a noi non l’ha mai detto …  E i ragazzi si saranno conosciuti lì e avranno cominciato a pensare che era proprio un’ingiustizia che la Camozzi si fosse presa tutto e a loro non fosse rimasto niente … È andata così, Giacomazzi, lo sento …”

“Sì, adesso tutto quadra, basterà andare a prendere questa Maria, il resto verrà da sé”

“Giacomazzi certe volte ancora mi stupisco di come le azioni si concatenino una dentro l’altra … Vittoria Camozzi quando ha deciso di aggirare i suoi zii si è firmata la condanna a morte, e non una bella morte, perché un giorno questa sua scelta avrebbe spinto una ragazza, Maria, che non conosceva nemmeno, a volerla morta per far giustizia al nipote che, se non si fosse innamorato, magari avrebbe semplicemente continuato a odiare la zia ma da lontano!”

“E la sorella della Camozzi, non ha fatto nulla per fermarli …”

“Già, non ha fatto nulla, magari li ha incentivati e avrà promesso mezza eredità se la sorella fosse stata fatta fuori … Ci aspetta un bel lavoro! E cosa diceva Agatha Christie? Il veleno ha un certo fascino, non ha la crudezza del revolver né quella del coltello …”.

“Maresciallo, non la facevo così filosofo! Ce lo beviamo un caffè prima di cominciare?”

“Sì, Giacomazzi, ne abbiamo bisogno, e diamogliene una tazza anche a quel disgraziato lì, almeno gli passa la sbornia!”.

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