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Luino | 20 Dicembre 2020

“Omicidio a Luino, trovato il corpo senza vita di una giovane. Mistero sull’accaduto”

La prima puntata della rubrica "Luino in giallo", raccontata da Fernando Benassi e che vede protagonista il maresciallo 35enne Pasquale Lojodice

Tempo medio di lettura: 16 minuti

“Luino in giallo” è un nuovo spazio che LuinoNotizie dedica ai casi del maresciallo Pasquale Lojodice, di stanza a Luino agli inizi degli anni Cinquanta. A raccontarlo Fernando Benassi. (Foto di Candido Quatrale)

Il sangue schizzò insieme all’urlo. Fu un grido angosciante e prolungato che gelò l’anima di Carla, intenta a rammendare una montagna di calze. Per un attimo, forse meno, Carla fu come paralizzata. Poi si alzò di colpo facendo rotolare a terra la palla di legno, la calza bucata, l’ago e il filo. Corse alla finestra che dava sul retro della casa proprio mentre suo marito la chiamava.

“Carla, Carla, vieni …”. Carla lo vide, con la gamba squarciata o così le parve, il sangue che inzuppava il pantalone beige di velluto e l’accetta poco distante, insieme alla legna tagliata e da tagliare.
“Oh, Signore!” esclamò la donna sbiancando e corse dal marito.
“Ma cos’hai fatto? Ma cosa è successo? E adesso?”
“Prendi il cavallo presto, o muoio dissanguato! Portami dal dottore!”.

Carla gli medicò in qualche modo la gamba, poi attaccò in fretta e furia il cavallo, aiutò il marito a salire sul retro del carro, si mise alla guida e frustò il cavallo sino a quando non si fermò davanti all’ambulatorio del dottor Martino.
Fortunatamente il dottore era ancora nel suo studio.

“Beh, è stato fortunato Sergio, se avesse tagliato l’arteria femorale … Ma come ha fatto?”
“Quasi non me lo ricordo. Stavo tagliando la legna, e … ecco cos’è stato: un cerbiatto! L’ho visto passare poco distante, mi sono distratto e il colpo successivo, invece di tagliare la legna, ha tagliato la mia gamba!”
“Ecco fatto, niente sforzi per qualche giorno, il taglio è bello netto e deve rimarginarsi. D’accordo? Magari domani passo per vedere come va”
“Grazie dottore, vedrò di riposarmi”
“È andata peggio a quella poveretta …”
“A chi?”
“Ma come, non ha sentito? Del cadavere dico, la ragazza del lago …”
“No, non so niente”
“Stamattina presto hanno trovato una giovane morta, in riva al lago, vicino al Sassün …”
“E chi è? Di Luino?”
“Non si sa ancora niente, ma lei, non è amico del maresciallo?”
“Sì, certo, ma sono un paio di giorni che non lo vedo, di solito ci vediamo dalla Erica”.

Al suo ritorno a casa, Sergio trovò il maresciallo Lojodice che lo aspettava.
“Tua figlia mi ha detto dell’incidente”
“Ah, è lei, maresciallo …” intervenne Carla “a momenti mio marito si tagliava la giugulare!”
“La femorale” la corresse Sergio e poi: “Vieni dentro Pasquale, ho saputo adesso della donna. Ma chi è?”
“Una tragedia! Ero venuto per raccontartelo. Non si sa ancora chi sia. L’ha trovata un pescatore sulla spiaggia, mezza nuda, ti lascio immaginare …”
“Ma com’è? Mora, bionda, alta, bassa …”
“Sono tornato dalla guerra sette anni fa, e avevo giurato di non vedere mai più un morto che non fosse spirato nel suo letto e invece …”. Pasquale si passò la mano fra i folti capelli neri come l’ala di un corvo, poi si toccò la barba corta anch’essa nera e continuò: “È giovane, come tua figlia più o meno; il viso ha il colore del ghiaccio, ha i capelli lunghi, neri, era ancora riversa sulla spiaggia. L’hanno portata via da poco, è all’ospedale. Hanno avvertito il patologo di Varese, la farà lui l’autopsia, sarà presente anche il dottor Martino, sai com’è …”
“Povera ragazza! E poveri quei genitori quando lo sapranno! Lo vuole un caffè, maresciallo?” gli chiese Carla.
“Sì, ma corretto, ho bisogno di sentirlo bruciare dentro”
“Tira fuori quella buona, Carla …” e poi all’uomo: “È quella che mi faccio da me, sentirai che roba”.

A Luino non si parlava d’altro che della ragazza del lago. Il pescatore, Romeo, che l’aveva trovata, raccontando in tutti i bar dove gli offrivano da bere come fosse andata e gonfiando la storia in modo sempre diverso, oltre a finire ubriaco marcio, aveva fatto della ragazza un mito. Si diceva che si fosse suicidata, che era scivolata accidentalmente, che era stata ammazzata, che era impazzita e aveva pensato di camminare sulle acque, che era una poco di buono e faceva la vita alla Casa Rossa, che era una santa e che veniva da chissà dove. La verità è che si trattava di una ragazza sui vent’anni, alta circa un metro e cinquanta, mora, e che non si sapeva chi fosse.

L’altra cosa certa è che, a detta dei medici, qualcuno le aveva dato una brutta botta in testa e poi l’aveva buttata in acqua dove, probabilmente, era rinvenuta per morire annegata. Lei e il suo bambino, perché era risultata incinta di otto settimane. Al maresciallo non era pervenuta nessuna denuncia di scomparsa e, informati i vari comandi, l’indagine era a un punto morto. I luinesi, sapendo che in giro poteva esserci un assassino, covavano un sordo rancore per quel farabutto, sicuramente uno di fuori, che aveva osato ammazzare una ragazza. I padri di famiglia avevano dato un giro di vite alla già limitata libertà delle loro figliole compreso Sergio che per sua figlia stravedeva e di solito bastava un suo sguardo per scoraggiare il più intraprendente dei corteggiatori.

Erano pervenute anche delle soffiate, alcune per lettera, ma il maresciallo le aveva archiviate ritenendole solo delle delazioni belle e buone.
“La gente non ha altro da fare che scrivere baggianate” pensava il maresciallo innervosito.
Chiuso nel suo ufficio, riguardava il fascicolo della misteriosa ragazza del lago senza sapere cosa fare e ricapitolando per l’ennesima volta quello che sapeva.
Alzandosi dalla sedia e percorrendo lo stesso tratto del suo ufficio avanti e indietro, rifletteva in maniera apparentemente disordinata, lasciando che i pensieri defluissero liberamente: “Dunque, la ragazza è stata trovata morta sulla spiaggia, il 6 ottobre; è morta la sera prima, intorno a mezzanotte, diciamo il 5 ottobre. Cosa ci faceva una ragazza fuori a quell’ora da sola? E chi era? E da dove veniva? Possibile che fosse senza famiglia? Il suo vestito era lacero e sicuramente non era una ragazza ricca. Era incinta. E non sposata. Forse. Chi poteva averla ammazzata? Il marito? Il suo amante? Chi era il padre del bambino?”.

Che fosse incinta lo sapevano solamente il maresciallo e i due medici.
Dalla finestra il maresciallo vedeva i passanti camminare, donne che andavano a fare la spesa, uomini in abito da lavoro, qualche rara automobile. La stagione si manteneva bella, il sole scaldava ancora e il cielo, di un intenso blu, rallegrava l’animo del maresciallo che aveva nostalgia dei colori della sua Puglia. Gli alberi erano ancora verdi e i giardini traboccavano di dalie e settembrini.

Il maresciallo tornò alla scrivania e si sedette sospirando. Guardò l’ora, le 10:30 e il cuore volò a casa sua, dove la moglie stava sicuramente preparando da mangiare, magari avrebbe fatto le orecchiette al sugo. Un deciso bussare alla porta lo ricondusse alla realtà.
“Avanti!”.
L’appuntato Giacomazzi buttò dentro la testa: “Maresciallo, c’è qui il Pisoni … ha detto che deve dirle qualcosa in merito alla ragazza morta …”
“Lo faccia entrare tra cinque minuti”
“Agli ordini maresciallo”.

Lojodice si sedette impettito alla scrivania, prese un foglio bianco, preparò la penna, pensò a quel Pisoni che tutti sapevano essere uno strozzino. Sembrava puzzare d’acqua santa piccolo e biondo com’era, con il viso pallido, gli occhi celesti e i lineamenti minuti, invece prestava soldi a interessi altissimi e più di uno si era rovinato per causa sua. Aveva una bottega dalle parti del quartiere Giallo, un antro nero pieno zeppo di ogni cosa i luinesi volessero vendere in cambio di poche lire e lui stesso sembrava vivere poveramente ma c’era chi giurava che in Svizzera avesse un capitale in oro. Era vedovo e senza figli e chissà chi avrebbe goduto di quelle ricchezze ammesso che le dicerie fossero esatte.

Quando entrò, il Pisoni indossava come sempre la sua lunga giacca blu piena di tasche e taschini chiusa da due bottoni dorati. I pantaloni scuri fasciavano due gambette corte e arcuate senza che fossero mai montate a cavallo.
“Si accomodi Pisoni, mi dica …”
“Beh, forse posso esserle utile, ho pensato …”
“Può essere, coraggio Pisoni …”
“Ieri è venuto da me il Tobia, sa chi è il Tobia?”
“Tobia il pescatore? Quello che vive poco lontano da lei, nel quartiere Giallo?”
“Sì, lui, un tipo strano … Un mezzo barbone. Ecco, ho pensato, quando l’ho visto entrare chissà cosa vuole da me …”
“E cosa voleva?”
“Mi ha dato questo …”. Da una tasca interna tolse un involto, lo aprì e mise sulla scrivania un anello. Sembrava d’oro, con una pietra quadrata e rossa nel mezzo. Il maresciallo lo prese e lo osservò con attenzione.
“È d’oro?”
“Sì, con un rubino al centro”
“E cosa voleva il Tobia?”
“Venderlo”
“E lei l’ha comprato?”
“Sì, ma volevo sapere come mai l’avesse lui … Se fosse suo insomma. Allora ho pensato di offrirgli anche da bere. Ho pensato che in vino veritas, diceva mio nonno …”
“E quindi?”
“L’ha preso alla ragazza morta …” l’uomo si fece il segno della croce. “Ho pensato che poteva interessarle … So che la ragazza non ha ancora un nome, ma lui dovrebbe saperlo, diamine!”
“Sì, può essere. La ringrazio, Pisoni. Questo lo tengo io” disse prendendo l’anello e mettendolo in un cassetto “Ripeta tutto al mio appuntato che scriverà un bel verbale …”
“Ecco, maresciallo, lo so quel che si dice di me, ma non sono come sembro. Ho pensato che questo potrebbe dimostrarlo …”
“Lei è un ottimo cittadino Pisoni, la ringrazio a nome della comunità”
“Ho pensato che l’assassino dovrebbe essere condannato …”
“Pienamente d’accordo, grazie ancora, Pisoni”. Il maresciallo si alzò per accompagnarlo alla porta.
Si alzò anche il Pisoni. Quando fu vicino alla porta disse: “L’anello io l’ho pagato. Ho pensato: lo riavrò dopo?”
“Questa è una prova e non devo spiegarle io come funzionano queste cose. Lei vuole essere un bravo cittadino? E allora vada a stendere il verbale, al resto ci penso io!”
“Ho pensato …”
“Lei ha pensato benissimo, arrivederci”.

Rimasto solo, Lojodice riprese in mano l’anello, lo guardò a lungo, poi prese il cappello e uscì.
Voleva andare a interrogare lui il Tobia. Non era certamente l’assassino, lo conosceva di vista e il suo fiuto lo poteva classificare un ubriacone incallito ma niente di più.
Lungo la strada incontrò Sergio.
“Come va la gamba?”
“Decisamente meglio. Dove stai andando?”
“Al quartiere Giallo. Conosci Tobia, il vecchio pescatore?”
“E chi non lo conosce?”
“Vieni con me, intanto ti spiego”.
I due, raggiunta la Piazza Risorgimento tagliarono verso il lago. Poi voltarono a destra e dopo qualche minuto arrivarono a casa di Tobia. L’uomo era in casa. Appena li vide si spaventò.
“Che volete?” chiese.
“Lo sai benissimo” rispose il maresciallo “Dove hai trovato questo?” e gli mostrò l’anello.
“L’ho trovato e basta. E la roba per terra è di chi la trova …”
“No, se appartiene a un cadavere …”.
Tobia si sedette. A Sergio quel vecchio faceva pena. Guardò quell’unico locale spoglio e desolato. Sul fuoco bolliva una minestra e sul tavolo, insieme al pane c’era appoggiato un bottiglione di vino mezzo vuoto.
“Tu mi racconti tutto e io vedo di lasciarti i soldi che questo anello ti ha fruttato”
“Cosa vuole sapere?”
“Prima di tutto quando e dove l’hai trovato”
“L’ho trovato giovedì scorso …”
“Il 6 ottobre?”
“E che ne so … Era mattina presto, vicino al Sassün … C’era la donna stesa. Mi sono avvicinato, era fredda …”
“E l’anello era al dito? Gliel’hai tolto tu?”
“No, non l’ho neanche toccata io! Era vicino alla sua mano, come se le fosse scivolato fuori, l’ho preso e me ne sono andato …”
“Che ore erano?”
“Stava venendo chiaro …”
“Non hai visto nessuno?”
“No, nessuno. Dopo, tornando a casa, ho incontrato il Romeo. Sapevo che andava al Sassün, perché si lava là e ho pensato che lui avrebbe dato l’allarme. A lui piacciono queste cose. E ci ha guadagnato un sacco di bevute, lui …”
“Va bene Tobia, stai in zona che magari avrò ancora bisogno di te”
“E dove vuole che vada maresciallo? Fuori di qui ci vado solo con i piedi in avanti ormai!”.

Una volta fuori il maresciallo chiese a Sergio di accompagnarlo al Sassün, voleva rivedere il luogo del ritrovamento.
Il Sassün era un grande masso che emergeva per quasi tutto l’anno dall’acqua del lago. Tutti sapevano che un metro più in là l’acqua sprofondava e non si toccava più. Era vicino al Sassün che i ragazzi imparavano a nuotare. E d’estate i ragazzi si trovavano in gruppo proprio su quella spiaggia. Portavano un paio di panini, bevevano l’acqua dalla fontanella e facevano il bagno. Il maresciallo indicò il luogo esatto dove era stato ritrovato il corpo. In verità non si vedeva più niente se non i sassi del lago. Qualche metro più in là, sotto la strada, crescevano degli arbusti e un cespuglio di rosa canina dalle belle bacche rosse. Sergio fece un giro guardando il terreno. Il maresciallo invece fissava il lago. Dall’altra parte si vedevano nitidi i Castelli di Cannero sorgere dall’acqua e poi Cannero, Cannobio e la Svizzera, mentre a destra la sponda proseguiva verso Colmegna e Maccagno.

“Sai Sergio” disse il maresciallo “quando seppi che mi trasferivano a Luino non sapevo nemmeno dove fosse. Dovetti guardare la cartina, poi vidi che era sul lago e mi rincuorai. Ero contento di vivere vicino all’acqua. Ma quanto è diversa questa terra dalla mia! Il lago è qui, chiuso nei suoi confini come voi luinesi … Il mare si apre al mondo, infinito. Ho faticato ad ambientarmi … La gente è chiusa, non ti accetta se vieni da fuori. Io sono il maresciallo ma resto il terrone maresciallo, lo so. Qui siete freddi con gli stranieri, come il vostro clima. Eppure, sai che ti dico? Ho imparato ad amare questo lago, a spiare le sue sfumature, a leggergli il cuore. Guardo i colori, così mutevoli, e quando sono come oggi mi sento felice, anche qui, dove è morta quella ragazza così giovane e sola … Non so se tornerò mai a vivere nella mia terra, ma morire a Luino non mi dispiacerebbe, magari al crepuscolo, quando i colori si fondono l’uno nell’altro e i confini spariscono …”.

Sergio non l’aveva mai sentito così malinconico. Rimasero in silenzio ascoltando lo sciabordio dell’acqua che moriva fra i sassi. All’improvviso Sergio disse: “Pasquale, portiamo l’anello dalla signora Rosa, la moglie dell’Eleuterio, il gioielliere, magari lei ci saprà dire qualcosa …”
“È una buona idea, andiamoci subito. E scusa per il mio sfogo, sarà l’età o la morte di quella poveretta!”.
Risalirono sulla strada, l’attraversarono e raggiunsero il negozio dell’Eleuterio che era quasi mezzogiorno.

Il negozio era vuoto e la signora Rosa era sola dietro al bancone. L’idea di Sergio si rivelò buona perché la moglie del gioielliere riconobbe l’anello.
“Questo è nostro, senz’altro. I miei gioielli non me li dimentico. Vuole sapere a chi l’abbiamo venduto? Al Vittorio, l’ha comprato lui per sua moglie, due anni fa. La poveretta è morta l’anno scorso …”
“Il Vittorio chi è?” chiese Lojodice.
“Diamine, il farmacista …”
“Ah, certo, allora possiamo restituirlo … Anzi, lo facciamo subito. Grazie signora Rosa, ci è stata di grande aiuto!”.
Una volta usciti, Lojodice disse: “Vuoi vedere che il farmacista rimasto vedovo si è invaghito della ragazza e poi l’ha uccisa?”
“Il Vittorio? Non credo proprio”
“Beh, andiamo a chiederglielo”.

Tagliarono per un paio di stradine prima di raggiungere Piazza Risorgimento. Passarono davanti al Ratti fiorista, al mobilificio Pellizza e poi entrarono in farmacia.
“C’è il signor Lerici?” chiesero al commesso che stava portando nel retro il grande vaso delle sanguisughe.
“È già andato a casa …”
“Beh, gli dica che il maresciallo Lojodice è passato, avrei bisogno di parlargli con urgenza. Gli dica che lo aspetto nel mio ufficio oggi, alle 14:30”.

Sergio e il maresciallo, usciti dalla farmacia, andarono dalla Erica a prendere un bianco. Il maresciallo era soddisfatto della mattinata, sentiva di avere fatto grandi passi avanti.
“Vieni in ufficio dopo le tre, così ti dico com’è andata. Due teste ragionano meglio di una!” disse a Sergio prima di salutarlo.

Vittorio Lerici si presentò puntuale. Era un vecchio magro, alto e diritto. I capelli bianchi erano radi e il volto scavato. Si sedette sull’orlo della sedia che Lojodice gli offrì.
Dopo i soliti convenevoli, il maresciallo gli mise davanti l’anello.
“È suo?” gli chiese.
Lerici sussultò. “Dove l’ha preso? Era di mia moglie … l’avevo in casa, in cassaforte”
“Ha subito un furto ultimamente?”
“No”
“La conosce?” Lojodice gli mise sotto il naso la fotografia della ragazza morta. Si vedeva il volto esangue su uno sfondo grigio. Sotto gli occhi chiusi erano evidenti due lividi neri. Il Lerici distolse lo sguardo turbato.
“È la ragazza trovata morta?” chiese spaventato.
“Sì, la conosce?” ripeté Lojodice.
“No, non la conosco”.
Lojodice percepì che gli nascondeva qualcosa. “Ne è certo?” insistette.
“Non riesco a guardarla, poveretta … Si sa chi è?”
“Se non la conosceva, come poteva avere l’anello di sua moglie?” gli chiese il maresciallo ignorando la domanda.
Il farmacista sussultò: “La morta? L’anello di mia moglie? Non lo so … ho tutto in cassaforte, e mi sembra che non manchi nulla …”
“Le sembra o è sicuro?”
“Ci sono cose che non guardo mai, come i gioielli di mia moglie; la cassaforte la uso per mettere gli incassi della farmacia quando non faccio in tempo ad andare in banca”
“Può controllare se le manca qualcos’altro oltre l’anello?”
“Sì, certo, controllerò subito, appena tornerò a casa”
“Bene dottor Lerici, per il momento è tutto, ma sa benissimo che non abbiamo finito. Lei è il nostro sospettato numero uno perché la ragazza aveva il suo anello”.

I due uomini si alzarono e Lojodice disse a un tratto: “Ha figli, dottore?”
“Sì, due. Un maschio e una femmina”.
“Quanti anni ha il maschio?”
“Ventuno il maschio, la femmina diciassette …”
“E dove sono?”
“Il maschio, Enrico, è in farmacia, a lavorare. La femmina, Iole, è in collegio a Milano”
“Voglio sentire suo figlio, l’accompagno in farmacia, così lei mi dirà anche se le manca qualcos’altro”.
Uscendo si incrociarono con Sergio. “Vieni con noi, stiamo andando in farmacia”. E i tre percorrendo la Via XV Agosto si avviarono verso Piazza Risorgimento, dove c’era la farmacia Lerici.
Passarono dal retro e il dottore li fece accomodare nello studio. Poi aprì la cassaforte davanti a loro, frugò fra varie carte e involti, tirò fuori una scatoletta bombata di velluto rosso e la aprì: era vuota.
“Sì, l’anello è sparito! Non c’è più …”. Il viso di Lerici era sconvolto. Le guance si erano colorate di un rosso vivo e le mani tremavano.

“Si sieda signor Lerici. Sergio va’ a chiamare il figlio, è di là in negozio”.
Sergio scomparve per tornare poco dopo con un ragazzo alto e secco, i capelli neri e dritti. Quando vide Lojodice serrò le labbra. Poi scorse il padre seduto con l’astuccio vuoto abbandonato in grembo e arrossì violentemente.
“Dov’è l’anello? Dov’è finito l’anello di tua madre?” chiese il dottore con un filo di voce. Dal negozio proveniva il ciarlare dei clienti.
“Risponda a suo padre, giovanotto. C’è di mezzo un morto, anzi una morta …”.
Enrico si lasciò andare sull’unica sedia rimasta libera. Si prese il volto fra le mani e mormorò: “Io non so dov’è, non lo so …”
“Enrico, mi ascolti bene …” continuò il maresciallo “Conosceva la ragazza che hanno trovato morta?”
“Sì …”.
Sergio sussultò insieme al Lerici.
“In che rapporti era con la ragazza?”
“Noi … io l’amavo”
“E chi diamine è quella poveretta?”
“Si chiama … si chiamava Adele”
“E da dove veniva?”
“Abitava a Germignaga … vicino al Tresa”
“Ma … e nessuno si è interessato a lei? Nessuno l’ha cercata?” intervenne Sergio inorridito.
“Lei non aveva la madre, come me … Il padre lavora in tessitura, ma è uno ubriacone; e poi ha un fratello emigrato in Francia”
“E come vi siete conosciuti?”
“Ci siamo conosciuti al lago, l’anno scorso, proprio vicino al Sassün, era il nostro posto …”
“E poi cos’è successo?”
“Lei andava a piangere sua madre proprio lì, perché da piccola ci era andata con lei qualche volta … Era così triste per la sua morte e io la capivo, perché anche a me era successa la stessa cosa, ma lei era anche così povera! Dopo un mese che ci vedevamo, le ho regalato l’anello. Volevo che avesse quell’anello perché era stato di mia mamma. Scusa papà …” e il ragazzo scoppiò in lacrime. Nessuno parlò sino a quando il maresciallo lo incoraggiò a finire il racconto.
“Eravamo innamorati, te ne avrei parlato papà, lei, Adele, era dolcissima … io volevo sposarla, io l’amavo … Ma tre mesi fa tutto è cambiato, Adele è cambiata. Voleva lasciarmi, mi ha detto che si era innamorata di un altro, e che quello per lei era l’amore vero, io ero solamente un ragazzino …”
“E quindi vi siete incontrati per l’ultima volta e lei, pazzo di gelosia, l’ha uccisa?” lo incalzò Lojodice.
“No, no, no … non l’avrei mai fatto! Mai! Io l’amavo, ho sofferto le pene dell’inferno proprio perché l’amavo. Non mi rassegnavo, è vero, però non le ho mai fatto niente …”
“E la sera del 5 cosa è successo?”
“Ci siamo incontrati al Sassün, glielo avevo chiesto io, per l’ultima volta e lei voleva restituirmi l’anello di mia madre, io l’avrei rimesso a posto e basta, nessuno avrebbe mai scoperto niente. Io l’ho vista alle otto, dopo aver chiuso la farmacia. L’ho pregata di ripensarci, ma lei era irremovibile, abbiamo discusso, lei aveva l’anello, me lo stava restituendo quando io sono scoppiato a piangere. E lei … lei …”. Enrico si interruppe.
Tutti rimasero in silenzio.
“E lei ha riso, ha riso di me, del mio dolore, ha riso della nostra storia … Allora sono venuto via, perché sapevo che non c’era più niente da fare e mi sentivo ridicolo, triste e quel maledetto anello è rimasto a lei, perché non ci ho più pensato … La mattina dopo, quando ho saputo della ragazza ritrovata morta, ho capito subito che doveva essere la mia Adele. Ma chi l’abbia uccisa, non lo so …”
“E chi era quell’altro uomo?” chiese Lojodice.
“Non lo so, non me l’ha mai voluto dire … E non voglio nemmeno saperlo”
“Era questo l’anello?”

Il ragazzo annuì fra i singhiozzi.
“Enrico, venga con noi, dovremo scrivere il verbale. Poi andrò a Germignaga, dal padre. Almeno la ragazza potrà essere seppellita in pace. Naturalmente Enrico non si allontani da Luino, perché dovrò verificare la sua versione. In base a quello che sappiamo finora, lei è stato l’ultimo a vederla viva”.
Lojodice, Sergio e il ragazzo uscirono dal retro della farmacia e ritornarono in ufficio.
La luce si stava lentamente spegnendo e a occidente, proprio dove il sole cadeva dietro alle Prealpi, il tramonto aveva acceso di carminio il cielo. Se avessero potuto vedere le acque del lago, avrebbero scorto una striscia d’argento, proprio dove la luce cadeva. Nel giorno smorente la notte avanzava presto e le ombre avrebbero ingoiato ogni lama di luce nel volgere di pochi minuti.

Lasciato Enrico al fido Giacomazzi, Lojodice e Sergio, con l’automobile di servizio, andarono a Germignaga. Percorsero la strada del lago ormai deserta, già densa di ombre e proseguirono arrivando poco dopo a casa del padre di Adele, Franco Milani. La casa era, insieme a tante altre, a pochi metri dal Tresa che, correndo verso il lago, si buttava fra le sue acque qualche centinaio di metri più in là. Il fiume era gonfio d’acqua e lo testimoniava il rumore sordo che si udiva anche a distanza. Trovata la casa, bussarono alla porta e un uomo alto e robusto si presentò all’uscio occupandolo tutto. “Che volete?” disse squadrandoli.
“Sono il maresciallo Lojodice, ho bisogno di parlarle”.

L’uomo si scostò e i due entrarono. La stanza era illuminata da una lampada a petrolio, il camino era spento e si vedeva poco altro. Intorno al tavolo di legno grezzo c’erano quattro sedie una diversa dall’altra.
Si sedettero intorno al tavolo e il Milani disse: “Siete qui per quello che è successo oggi in fabbrica?”
“Cos’è accaduto?”
“Ho litigato con il mio capo. Siamo venuti alle mani, mi hanno licenziato! Ma la colpa non è mia, mi ha insultato. Tutti i giorni mi insulta …”
“Dov’è sua figlia Adele?” chiese Lojodice brusco.
“Mia figlia? Quella disgraziata mi ha abbandonato. Lasciare suo padre! Mia moglie è morta, mio figlio è in Francia e adesso anche Adele se n’è andata …”
“Sua figlia non se n’è andata! Sua figlia è morta, a Luino …”
“Come morta? Morta? Ma com’è possibile? Quando?”
“Il 5 ottobre. L’hanno uccisa”
“Uccisa! E chi l’avrebbe uccisa?”
“Lei dov’era la sera del 5?”
“Io? Lei sospetta di me, suo padre?”
“Non mi sembra un grande padre lei!” intervenne Sergio “Sua figlia sparisce e non se ne accorge neppure…”
“Ma lei chi è? Ma lei cosa ne sa della mia vita?”.
Lojodice fece un cenno a Sergio di stare zitto, poi si rivolse ancora al Milani: “Dov’era la sera del 5?”
“Dov’ero? In fabbrica, ho fatto la notte …”
“Verificherò. Ma come mai non ha cercato sua figlia quando non l’ha vista tornare? Non si è preoccupato?”.
E Sergio: “Una ragazza così giovane e lei …”
“Stia zitto … altrimenti non rispondo di me …”
“Certo, come ha fatto anche con il suo capo, è chiaro che l’ha ammazzata lei …” urlò Sergio furente.
Il Milani si alzò di scatto. Lojodice gridò: “Signori! Calma! Per rispetto della morta!”.
Ma Sergio, alzandosi anche lui e sempre più rosso in viso, sbraitò: “Uccidere la propria figlia solo perché incinta!”
“Incinta?” gridò il Milani.
“Incinta?” disse il maresciallo “E tu come fai a saperlo?”.
Sergio sbiancò.
E a Lojodice fu tutto chiaro. “Sei stato tu … Sei stato tu … Eri tu l’uomo misterioso, il nuovo amore!” lo accusò Lojodice esterrefatto. E poi: “L’hai uccisa tu perché lei voleva tenere il tuo bambino … e tu invece …”
“Io non volevo farlo, io non volevo …” balbettò Sergio smarrito.
Ma il Milani piombò su Sergio, lo buttò a terra e gli strinse le mani intorno al collo mentre con il suo peso lo schiacciava sul pavimento.
Lojodice urlò, cercò di staccare il Milani da Sergio ma quando ci riuscì era troppo tardi, Sergio era morto. Nella colluttazione la ferita alla gamba si era riaperta e una macchia rossa, simile al petalo di un fiore scarlatto, si stava allargando piano sui pantaloni chiari.

Quando tutto fu finito, Lojodice non se la sentiva di tornare a casa, agitato com’era dagli ultimi avvenimenti. Tornato a Luino, scese lentamente sulla spiaggia illuminata da un pallido chiarore e raggiunse il Sassün. Il lago era quieto e l’acqua lambiva dolcemente i ciottoli in un sommesso sciabordio. Il profilo delle montagne era più nero della notte, in fondo svettava la cima del Limidario. La pace del luogo contrastava con il tumulto che ancora agitava l’animo del maresciallo. Il suo amico Sergio, la prima persona che aveva conosciuto arrivando a Luino, quell’uomo così disponibile, gentile, padre di famiglia, era un assassino. Era stato capace di ammazzare brutalmente una ragazza che aveva sedotto, con la quale si era divertito facendole chissà quali promesse. “Perché?” si chiese “Perché l’uomo è capace di simili atrocità?” e alzò lo sguardo alla falce di luna che tremolava nel cielo buio. Nell’animo aveva sepolto i terribili anni della guerra, ma li aveva vissuti ed erano in agguato fra le pieghe della sua memoria. Ed ora anche questo, un amico che si era rivelato un assassino e un traditore.

Rimase a guardare il cielo nero consapevole che non avrebbe mai trovato una risposta alle sue angosce. La certezza che ne avrebbe portato il peso gli curvò le spalle.

Guardò ancora a lungo il lago, le montagne, la luna, il cielo e il cuore, di fronte a tanta bellezza, piano piano si acquietò. Pensò a sua moglie che lo aspettava, magari preoccupata, pensò alla ragazza, Adele, che giaceva morta all’ospedale e che aveva visto quel paesaggio prima di morire. Poi si voltò, lentamente risalì sulla strada e s’avviò verso casa, sconfitto e più solo.

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