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Alto Varesotto | 21 Novembre 2020

“Uno sguardo nel bosco”: alla scoperta del “Cervo rosso” nell’alto Varesotto

Inizia oggi il viaggio tra gli animali che vivono nel nord della provincia grazie al giovane esperto Riccardo Lattuada. Una rubrica per conoscere tante specie

Tempo medio di lettura: 5 minuti

Il Cervo rosso, denominato in questo modo per via del mantello primaverile/estivo di colore appunto bruno rossastro è noto anche come cervo nobile, cervo reale o cervo europeo; appartiene alla famiglia dei Cervidi ed è il più grosso ungulato italiano.

In Italia è presente nella quasi totalità delle regioni, fatta eccezione per la Sicilia. Ne esistono due sottospecie: la forma relitta tipica e autoctona dell’Italia peninsulare vale a dire la sottospecie elaphus (Cervus elaphus elaphus), progressivamente ridotta in passato, fino a rimanere esclusivamente nella provincia di Ferrara (bosco della Mesola) mentre nella provincia di Cagliari è presente la sottospecie corsicanus (Cervus elaphus corsicanus) ovvero il Cervo sardo.

Nella provincia di Varese la popolazione negli ultimi decenni è aumentata a livelli esponenziali arrivando a raggiungere cifre considerevoli con un numero di esemplari (stimato tramite censimenti) che supera il migliaio, sempre più agevolato dall’aumento della superficie boschiva, habitat prediletto del cervo, e dall’assenza di predatori naturali come Lupo e Orso.

Dal confronto con un articolo di novembre 2010, esattamente dieci anni fa, si evince quanto l’areale della specie cervo si sia esteso a tutta la provincia di Varese e non più solamente all’alto Luinese, alla Valganna e alla Valtravaglia, nuclei storici nelle quali questi animali sono migrati sconfinando dalla Svizzera negli anni 50.

Il cervo è costantemente legato ad ambienti dove la componente boschiva è ben rappresentata (come tale o in associazione con altre componenti fisionomiche, prato per il pascolo in particolare) con predominanza di latifoglie e ricco sottobosco. Sono poi da ritenersi ottimali quegli ambienti che garantiscono anche: scarso innevamento (in inverno), moderata pendenza media dei versanti, scarsa rocciosità e scarso disturbo antropico.

L’esempio più lampante della crescita demografica di questa specie è riscontrato nella facilità di osservazione e dai segni della loro presenza all’interno del bosco, infatti l’incontro nel loro habitat non è più un evento raro come in passato, al contrario è quasi un avvenimento comune.

Come riconoscere i segni di presenza di un cervo? Partiamo innanzitutto dal presupposto che è un erbivoro pascolatore, varia la propria dieta in funzione delle stagioni. Perché per parlare di indici di presenza, iniziamo parlando della sua alimentazione? Semplice, perché il brucamento (prelievo di foglie, gemme e infiorescenze in primavera ed estate) e lo scortecciamento (in inverno, rimuovendo lembi di corteccia per uso alimentare utilizzando gli incisivi) sono comportamenti alimentari e allo stesso tempo sono utilizzati come principali indici di presenza della specie.

Un altro fondamentale segno di presenza sono i fregoni, vale a dire la rottura di rami di alberi, soprattutto alberelli, effettuata con il palco per pulirlo dal velluto e per marcare il territorio durante gli amori.Le impronte sul suolo, le fatte, la perdita di pelo e i sentieri che realizzano gli animali durante i loro spostamenti, spesso tutti in fila indiana, sono l’ennesimo importante segno che ci permette di valutarne la presenza all’interno di un determinato territorio. È presente un notevole dimorfismo sessuale (differenza morfologica fra individui appartenenti alla medesima specie ma di sesso differente): le femmine oltre ad essere più piccole, con un peso intorno ai 150Kg rispetto a un massimo di 250Kg che possono raggiungere gli individui maschi, sono di corporatura più esile, con capo molto allungato e collo sottile, inoltre si distinguono dagli individui di sesso maschile perché non presentano il palco.I palchi sono strutture ossee e sono decidui, cadono ogni anno tra febbraio e aprile, in funzione dell’età (prima negli adulti e successivamente nei giovani), dello stato di salute e delle condizioni ambientali.

Pochi giorni dopo la caduta, inizia la ricostruzione di nuovi palchi e si completa in circa quattro mesi attraverso la formazione di tessuto osseo rivestito di velluto (tessuto riccamente vascolarizzato e dotato di un pelo fitto e corto, utile al trasporto di nutrienti per il tessuto osseo in formazione, verrà poi pulito attraverso lo sfregamento del palco contro rami o piccoli tronchi tra agosto e settembre a crescita compiuta).

Questo fenomeno segna il termine del ciclo annuale del palco, la cui forma e dimensioni variano, oltre che in base all’età e alle caratteristiche genetiche dell’animale, anche al suo grado di benessere.

Gli ormoni più importanti che regolano il ciclo stagionale di crescita, ossificazione, distacco e caduta dei palchi sono il testosterone e la somatotropina.

I palchi dei maschi adulti possono essere molto imponenti e presentare diverse punte (o cime), al contrario, i fusoni (maschi di età compresa tra il primo e il secondo anno di vita) presentano stanghe senza ramificazioni.

Posti sul cranio, troviamo gli steli ossei, il supporto osseo che sostiene le due stanghe che compongono il palco. La parte basale delle stanghe posta immediatamente sopra gli steli, ingrossata ed a forma di corona, si chiama rosa.

Partendo dal basso (cioè dalle rose) le punte prendono il nome di: oculare (o pugnale), ago (non sempre presente) e mediano; queste sono tutte situate lungo la stanga; quelle situate all’apice della stanga prendono il nome di forca (se sono due) o di corona (se sono tre o più).In natura è possibile riscontrare anomalie dei palchi di diversa tipologia, con conseguente effetto sull’aspetto del palco. Le tipologie più comuni sono: rottura delle stanghe (durante la ricrescita), rottura delle stanghe (palco già pulito), lesione del velluto, denutrizione o malattie, malformazione ai testicoli, lesione di uno o entrambi gli steli, infine malformazioni genetiche.

Tra la prima metà di settembre e la prima decade di ottobre, si svolge la stagione degli amori per i Cervi.

I maschi adulti tendono ad avvicinarsi ai gruppi di femmine, attirando il loro interesse attraverso l’emissione di un suono gutturale, profondo e cupo, il bramito (per questo la stagione degli amori del cervo è anche chiamata stagione dei bramiti).

Sfruttando le loro forti capacità polmonari, il risultato è un concerto di suoni ancestrali che si propagano anche a forti distanze, percuotendo i boschi, i crinali e le valli.

Essendo una specie poligama il maschio si crea un proprio harem, riproducendosi con più femmine e difendendole dai rivali tramite scontri vocali e successivamente, anche se più di rado, fisici, talvolta fatali.

I parti in genere avvengono a fine maggio-giugno e nasce un solo piccolo che, fino al terzo mese di vita, presenta un mantello bruno-scuro con una tipica pomellatura bianca, utile non solo nel riconoscimento madre-figlio (il piccolo in questo periodo è quasi totalmente privo di odore) ma anche come strategia antipredatoria e mimetica. La femmina, infatti, durante tutto il primo periodo di vita del neonato, lo lascia nascosto tra l’erba alta o il fitto del sottobosco.È molto importante non avvicinarsi ai piccoli poiché l’odore allarma la femmina che per paura dell’uomo non torna al nascondiglio ad allattare il piccolo, mettendo a repentaglio la sua vita: toccare un piccolo significa certamente causarne la morte!

Negli individui adulti si ha l’alternarsi di due mute annuali, la muta del mantello da invernale ad estivo avviene prevalentemente nel mese di marzo/aprile (mutano prima gli individui giovani poi i più anziani) mentre la muta da estivo ad invernale avviene prevalentemente a settembre/ottobre.

Il mantello estivo si presenta bruno-rossiccio con tonalità piuttosto uniforme in entrambi i sessi, lo specchio anale (macchia situata sul posteriore dell’animale) diventa spesso meno evidente in funzione della colorazione più simile del mantello circostante.

Il mantello invernale è grigio-bruno con colorazione relativamente uniforme nelle femmine, mentre nei maschi diventa evidente una vasta zona grigio chiara sul dorso e nei fianchi, che contrasta in modo evidente con zampe, collo e ventre notevolmente più scuri.

I problemi più significativi che può creare questa specie sono quelli di impatto ambientale, riguardanti le colture agricole, “saccheggi” primaverili condotti in massima parte su frutteti e orti ma soprattutto il danno da cimatura che influiscono negativamente sulla rinnovazione arborea.

Un’altra imprescindibile questione è quella legata agli incidenti stradali, problematica ormai all’ordine del giorno; l’impennata negli ultimi anni dei sinistri con coinvolgimento soprattutto di cervi, insieme a cinghiali e caprioli è data dall’unione tra due fattori, l’incremento delle densità di ungulati e la circolazione sempre maggiore dei mezzi di trasporto. Talvolta gli incidenti possono diventare fatali, sia per il conducente che per l’animale, ricordiamoci che stiamo parlando di animali che possono raggiungere una mole importante che a volte, se si tratta di maschi adulti, può superare i 200kg.

Moderare la velocità in auto può essere un accorgimento, nonostante non sia sempre sufficiente, dato il comportamento imprevedibile di tali animali, quindi prestate attenzione soprattutto nelle ore notturne quando questi animali sono in movimento dalle zone di rifugio verso le zone di pascolo.

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