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7 Marzo 2021

22 anni fa l’addio a Stanley Kubrick, uno tra i più grandi registi di sempre

Tempo medio di lettura: 5 minuti

(biografieonline.it) Stanley Kubrick nasce a New York, nel disagiato quartiere del Bronx, il 26 luglio 1928 da genitori di origine austriaca. Il rapporto con il cinema inizia nel 1941 quando, tredicenne, riceve in regalo dal padre una macchina fotografica ingombrante e poco maneggevole. Stanley, stimolato da quel regalo, comincia a scattare fotografie, imparando da solo come svilupparle. Fra i suoi vari scatti, ve n’è uno che ritiene particolarmente riuscito e che gira e rigira fra le mani senza sapere come utilizzare: l’immagine mostra un edicolante dietro una risma di giornali che annunciano la morte del presidente Roosevelt. Decide allora di portare la foto alla rivista “Look” che sceglie, a sorpresa, di pubblicarla. Poco dopo viene assunto in pianta stabile da “Look” come fotografo.

Le sue prime prove cinematografiche hanno origine proprio dagli stimoli derivati dai servizi effettuati per la rivista. Uno, in particolare, è quello che gli fa scattare la molla giusta per condurlo sulla strada che lo renderà immortale. Nel 1948, infatti, è costretto a realizzare un servizio sul pugile Walter Cartier, servizio da cui in seguito nasce l’idea di seguire il pugile passo passo fino al giorno della gara. Il risultato prenderà forma definitiva nel cortometraggio “Il giorno del combattimento”, breve filmato di una quindicina di minuti. In seguito, gira anche un documentario “Il Padre volante”, incentrato sull’attività di padre Fred Stadtmuller, uso a raggiungere le sue missioni nel New Mexico a bordo di un piccolo aereo.

Ormai la decisione è presa: vuole diventare cineasta. La sua prima produzione è un film di scarso successo “Paura e desiderio”, pellicola che gli permette però di familiarizzare a un livello di maggiore profondità con tecniche registiche e di montaggio. Successivamente, a soli venticinque anni, si cimenta con “Il bacio dell’assassino”, lavoro nel quale si incarica di curare in pratica quasi tutto. E’ autore infatti non solo della regia, ma anche di fotografia, montaggio, soggetto, sceneggiatura e produzione. Già dagli esordi, dunque, stupisce l’ambiente del cinema e degli intenditori con la sua capacità di controllare tutte le fasi del processo creativo, una costante tipica del suo successivo modo di lavorare. Il seguente “Rapina a mano armata”, invece, si rivelò, per l’epoca, un funambolico esercizio di stile dove il tutto si incastra a perfezione.

Da quel momento in poi ha origine una carriera fatta di pellicole che nella maggior parte dei casi si riveleranno pietre miliari nella storia del cinema. Si passa da “Orizzonti di gloria”, capolavoro tale da meritare i complimenti di Churchill a “Lolita”, film che provocò reazioni censorie da parte della censura americana tanto che quest’ultima ne ostacolò la realizzazione, evento che spinse poi Kubrick a trasferirsi in Inghilterra, da cui non sarebbe più rientrato.

Da allora inizia anche la sua vita sempre più appartata e discosta dalla mondanità. I suoi interventi pubblici si diradano sempre di più e solo i suoi film diventano espressioni tangibili del suo pensiero. Nasce anche una vera e propria leggenda sulle sue manie. Le cronache parlano di un uomo scontroso, maniacale, autoreclusosi nella sua villa-fortezza con sua moglie, i suoi figli e i suoi animali. Unico grande legame con il mondo esterno un computer, una delle passioni del regista. Di anno in anno anche i suoi film si fanno via via sempre più rari, fino a un periodo di attesa che sfiorerà, per l’ultima pellicola, i dodici anni.

Ad ogni modo, nell’arco di tempo che passa fra le due pellicole citate aveva poi realizzato “Spartacus”, che gli valse quattro premi Oscar (miglior attore non protagonista, scenografie, costumi e fotografia), anche se Kubrick aveva rilevato alla regia Anthony Mann, licenziato in tronco all’inizio della lavorazione dal produttore. Prodotto con dodici milioni di dollari (nel ’78), fu un grande successo al botteghino cosa che gli permise, con i guadagni realizzati, di finanziare tutti i film successivi. “Spartacus” peraltro è l’unica pellicola su cui il regista non ha avuto il pieno controllo; ne esiste infatti una versione restaurata con alcune scene inedite.

In seguito girò “Il Dottor Stranamore” (basato su una grottesca sceneggiatura che ironizza sul clima della guerra fredda) e, soprattutto, “2001: Odissea nello spazio” (Premio Oscar per gli effetti speciali, costati sei milioni e mezzo di dollari), un “cult” costato quattro anni di massacrante e meticolosa lavorazione.

Ossessivo e nevrotico nella richiesta ai suoi collaboratori della perfezione sia tecnica che formale, questo era l’unico modo che Kurick conosceva per lavorare. Stando ad alcune fonti attendibili, sembra che per il film-capolavoro si sarebbe addirittura sottoposto ad una sorta di sperimentazione con gli allucinogeni per creare nuove soluzioni percettive. Inoltre il film, geniale e innovativo anche nella scelta degli arredi ha creato un genere perfino nell’arredamento. Infine, ha stimolato collaboratori e creativi ad inventare di sana pianta congegni supertecnologici da impiegare nei film.

Del 1971 è “Arancia Meccanica”, costato pochissimo e girato con una piccola troupe. Il segno caratteristico del film, dal punto di vista tecnico, è l’impiego massiccio della macchina a mano, oltre all’utilizzo di numerose tecniche e trucchi cinematografici. Pare comunque che Kubrick insoddisfatto del risultato, stampò personalmente con cura maniacale le prime quindici copie.

Dopo qualche anno di silenzio, esce un nuovo capolavoro, “Barry Lindon” (quattro premi Oscar: migliore fotografia, musica, scenografie, costumi), di cui rimangono famosi gli interni, girati senza illuminazione artificiale ma utilizzando solo quella naturale o quella prodotta dalle candele (il film è ambientato in pieno settecento…). L’effetto complessivo, in alcune inquadrature, pare disporre il fruitore di fronte ad un quadro ad olio. Per ottenere questi risultati, Kubrik utilizzò sofisticate macchine da presa e pellicole speciali fornite dalla Nasa, nonchè obiettivi appositamente fabbricati. Dopo quest’ennesimo capolavoro arrivarono anche “Shining” (film sul paranormale girato soltanto con tre attori e tratto da un libro di Stephen King) e, ben sette anni dopo, “Full Metal Jacket”, una visionaria esplorazione di quello che ha significato il conflitto vietnamita.

Infine, l’ultimo titolo di Kubrick è il celebre “Eyes Wide Shut”, film che procurò numerose noie in sede di lavorazione. La ricerca della perfezione del regista era così esasperata che alcuni attori rinunciano ai suoi progetti. Harvey Keitel (poi sostituito da Sydney Pollack) ha abbandonato il set, per forti contrasti con il regista dovuti soprattutto all’ossessività di Kubrick. Jennifer Jason Leigh fu richiamata a riprese finite per rigirare alcune sequenze, ma era già impegnata nelle riprese di “eXistenZ” di David Cronenberg; Kubrick girò quindi da capo tutte le sequenze sostituendola con Marie Richardson! Nicole Kidman (protagonista insieme al marito Tom Cruise), invece ha dichiarato: “Certo in tutto quel tempo Tom ed io avremmo potuto fare tre film e guadagnare un sacco di soldi. Ma lui è Kubrick. Lavorare per lui è un onore, un privilegio”. Si racconta che Tom Cruise, abbia dovuto ripetere una scena 93 volte. Tra i lavori non realizzati “A. I. Artificial Intelligence” di cui restano alcune scene preparatorie girate da Kubrick prima di morire e poi girato, come una sorta di omaggio, da Steven Spielberg. Nel 1997 Kubrick ha ricevuto il Leone d’Oro della Mostra di Venezia alla carriera, più, dal Director’s Guide of America (il maggior riconoscimento americano per un cineasta), il Premio D. W. Griffith: premi ovviamente ritirati per interposta persona.

Questo straordinario ed irripetibile genio del cinema muore il 7 marzo del 1999 stroncato da un’infarto poco dopo la fine del missaggio di “Eyes Wide Shut”. Dei suoi film Martin Scorsese ha detto: “Ho visto e dissezionato i suoi film parecchie volte in tutti questi anni. Eppure, ogni volta che ho rivisto “2001, Oddissea nello spazio”, “Barry Lindon” o “Lolita”, ci ho scoperto invariabilmente un livello che non mi era ancora apparso. Con ogni film, Kubrick si è ridefinito e ha ridefinito il cinema e la vastità delle sue possibilità“. Robert Altman invece ha dichiarato: “Kubrick sapeva controllare tutto della sua visione senza mai scendere a compromessi, fatto molto raro. Non ne vedremo altri così. Era ferocemente individualista, non faceva nessuna concessione. I suoi film sono delle grandi opere, che dureranno per sempre”.

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