2 Luglio 2020

16 anni senza Marlon Brando, uno tra gli attori più amati del cinema a stelle e strisce

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(biografieonlie.it) Massimo rappresentante del nuovo metodo di recitazione dell’Actor’s Studio che si andava affermando nel cinema americano nella metà degli anni ’50 (il famoso “Metodo Stanislavsky”), Marlon Brando si è imposto dapprima come attore di notevole spessore e poi come vera a propria icona grazie alla sua capacità di vivere i personaggi che interpretava ampliandone le interne pulsioni psicologiche, spesso appena suggerite dalle sceneggiature.

Nato ad Omaha, Nebraska, il 3 aprile 1924, figlio di un commesso viaggiatore e di una attrice di seconda linea, prima di fare l’attore tenta inizialmente la carriera militare ma, indisciplinato e insofferente alle regole gerarchiche che vigono in caserma, viene espulso dall’Accademia Militare del Minnesota. Si trasferisce a New York e frequenta un corso di arte drammatica debuttando nel 1944 a Broadway. Tre anni più tardi trionfa in teatro con il personaggio di Stanley Kowalski, il protagonista dello struggente dramma di Tennessee Williams “Un tram che si chiama desiderio”. Nel 1950, sotto la guida di Elia Kazan, frequenta il già citato celeberrimo Actor’s Studio, che gli apre finalmente le porte per il cinema.

Dopo il lungo e faticoso tirocinio all’Actor’s Marlon Brando esordisce sul grande schermo nel 1950 con il film “Uomini” di Fred Zinneman, nel quale interpreta un paraplegico reduce di guerra. Per questo ruolo si chiude per un mese a studiare il comportamento dei disabili in un ospedale specializzato. Il suo volto, il suo magnetismo, rimangono molto impressi negli spettatori che vedono il film; Brando tiene inchiodati gli spettatori con la sua forza, le sue intense espressioni, nonché per una permeante sensazione di virilità che riesce a far percepire quasi fisicamente.

Il vero successo gli arriva però l’anno dopo, con le stesso testo che lo lanciò in teatro: la versione cinematografica di “Un tram che si chiama desiderio” (regia di Elia Kazan, con Vivien Leigh) lo proietta direttamente nell’immaginario femminile di un’intera generazione. Sullo schermo Marlon Brando è di un fascino immenso e il suo personaggio coniuga caratteristiche contraddittorie che, a quanto sembra, colpirono in modo particolare le signore del tempo: non solo è bello in modo disarmante, ma è anche allo stesso tempo duro e profondamente sensibile, ribelle e anticonformista. Insomma, un ruolo che non poteva passare inosservato in una società così legata alle regole e alle convenzioni come l’America di allora.

Purtroppo, negli anni a venire di questo grande fascino resterà solo l’ombra. Brando, inspiegabilmente, perde del tutto la magnifica forma fisica di un tempo e, forse per i grandi problemi legati alla sua famiglia (il primo figlio ha assassinato l’amante della sorellastra Cheyenne ed ha subito la condanna al massimo della pena, dieci anni, nonostante il padre abbia testimoniato in suo favore. In seguito Cheyenne si è suicidata impiccandosi), si è completamente lasciato andare. Arriverà a pesare qualcosa come 160 Kg e i giornali scandalistici faranno a gara nel pubblicare foto recenti, mettendolo spietatamente a confronto con le immagini dei tempi d’oro.

D’altronde, a parte l’allucinante episodio del figlio, anche il resto della vita privata di Brando non è stato esattamente come affrontare una vacanza. Non solo è stato sposato tre volte (con Anna Kashfi, con Movita e con Tarita), ma ha avuto altre relazioni importanti conclusasi, nel migliore dei casi, con un doloroso addio. Fra le sue molte donne Pina Pellicier si è suicidata nel 1961, mentre Rita Moreno ha tentato due volte senza successo. Brando ha inoltre al suo attivo altri otto riconoscimenti di paternità.

Non meno travagliati sono i suoi rapporti con la statuetta più ambita da tutti gli attori: dopo quattro nominations consecutive (a partire dagli anni ’50), finalmente con “Fronte del porto” (1954), diretto daElia Kazan vince l’Oscar come miglior attore protagonista, con il ruolo di Terry Malloy. Conquista anche il premio come miglior attore al Festival di Cannes.

Sempre nel 1954 interpreta un giovane ribelle ne “Il Selvaggio” di Laszlo Benedek e diventa il simbolo di una generazione sbandata e disillusa. Per prepararsi all’interpretazione frequenta bande giovanili come quelle descritte nel film arrivando a finire in prigione per una notte.

Gli anni ’60 rappresentano un decennio di declino per l’attore, capace solo di inanellare una serie di opere mediocri (con l’eccezione della sua unica regia del 1961, “I due volti della vendetta”), e di creare una serie infinita di problemi sui set che frequenta e alle produzioni che lo ingaggiano (nel 1969 esaspera il solitamente pacato Gillo Pontecorvo durante le riprese del film “Queimada”, tanto che il regista ripudierà la pellicola).

Negli anni ’70 Marlon Brando resuscita letteralmente: è il 1972 quando azzecca un ruolo che rimarrà nella storia dell’interpretazione, quello di Don Vito Corleone nel film “Il Padrino” di Francis Ford Coppola. Durante il provino Brando improvvisa l’ormai celeberrimo trucco per “diventare” Don Vito: capelli tenuti indietro con la brillantina, sfumature di lucido da scarpe su guance e fronte, guance imbottite di Kleenex. Per la parte riceve ancora una volta l’Oscar ma, con una mossa a sorpresa, si rifiuta di ritirarlo e, per protestare contro il modo in cui il governo USA tratta gli indiani, manda al suo posto una giovane Sioux.

Nello stesso anno recita nel film scandalo “Ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci, pellicola che, fra le sue disavventure, si vede anche bruciata sulla pubblica piazza. Anche in questa occasione il “marchio” Brando si fa sentire e lo stile, gli atteggiamenti strafottenti che dona al suo personaggio, diventeranno emblematici ed inimitabili.

Nel 1979 è la volta di un altro grande, magnetico ruolo, quello del colonnello Kurz in “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola. La sua apparizione nelle fasi finali del film è agghiacciante, sorprendente, l’attore appare del tutto irriconoscibile. I critici gridano al miracolo, qualcuno lo osanna come il miglior attore di sempre. Finito di girare il capolavoro di Coppola l’attore si ritira dalle scene per circa un decennio: in seguito apparirà solo in ruoli cameo. Tra i suoi ultimi film di rilievo ricordiamo “Don Juan De Marco maestro d’amore” (1994, con Johnny Depp), e “The Score” (2001, conRobert De Niro e Edward Norton).

Per capire la grandezza di Brando è significativa una battuta di Al Pacino, poi divenuta celebre, che ha recitato con lui ne “Il padrino”: “È come recitare con Dio“.

L’indimenticabile attore si è spento a Los Angeles all’età di 80 anni il 2 luglio 2004.

(Foto © messynessychic.com)

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