16 Marzo 2019

17 anni senza Carmelo Bene, uno tra i più grandi artisti italiani del secondo Novecento

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(biografieonline.itCarmelo Pompilio Realino Antonio Bene nasce a Campi Salentina in provincia di Lecce, il giorno 1 settembre del 1937. Chi lo ha conosciuto da piccolo lo descrive come un ragazzo taciturno, probabilmente educato con eccessiva rigidità, e forse proprio per questo teso a manifestare la propria prorompente espressività in maniera rivoluzionaria, dirompente, assolutamente fuori dagli schemi. Tutte cose che, naturalmente, verranno alla luce soprattutto con il suo straordinario teatro, anzi, con la totale reinvenzione che Bene ha fatto del teatro. Per citare le sue medesime parole: “Il problema è che l’io affiora, per quanto noi vogliamo schiacciarlo, comprimerlo. Ma finalmente, prima o poi, questa piccola volontà andrà smarrita. Come dico sempre: il grande teatro deve essere buio e deserto”.

Dopo i primi studi classici presso un collegio di gesuiti, si iscrive nel 1957 all’Accademia di Arte Drammatica, un’esperienza che, a partire dal solo anno successivo, abbandona convinto della sua “inutilità”. Bene aveva già tutto il necessario dentro di sè… Ad ogni modo, già da questo episodio è possibile intravedere l’incompatibilità fra l’idea classica di teatro, di rappresentazione, e la “destrutturazione” che di questa idea Bene portato avanti; un’operazione culturale che avrebbe fatto strame appunto dell’idea stessa di recitazione, messa in scena, rappresentazione e addirittura “testo”.

Il debutto di questo grande genio è datato 1959, come protagonista del “Caligola” di Albert Camus andato in scena a Roma. In questa fase, è ancora alle “dipendenze” di altri registi e di idee non sue. Poco dopo, fortunatamente, riesce a diventare regista di se stesso, iniziando in questo modo l’opera di manipolazione e di straniamento di alcuni classici immortali. L’attore le ha talvolta chiamate “variazioni”. Sono di questi anni numerosi spettacoli come “Lo strano caso del dottor Jekill e del signor Hyde”, “Gregorio”, “Pinocchio”, “Salomè”, “Amleto”, “Il rosa e il nero”. Nel 1965 si cimenta anche come scrittore, producendo il paradossale testo “Nostra signora dei Turchi”, edito dalla casa editrice Sugar. L’anno dopo, il romanzo viene adattato e messo in scena al teatro Beat ’62.

Comincia negli stessi anni la sua parentesi cinematografica, prima come attore nel film di Pasolini “Edipo Re”, poi come regista del film “Nostra signora dei Turchi”, ancora una volta tratto da quel suo primo romanzo. Il film vince il premio speciale della giuria a Venezia e rimane un caso unico nell’ambito della sperimentazione cinematografica. In seguito, gira ancora due film “Capricci” (1969) e “Don Giovanni” (1970), mentre del 1972 è “L’occhio mancante”, libro edito da Feltrinelli e rivolto polemicamente ai suoi critici. Con “Salomè” (1972) e “Un Amleto in meno” (1973) si chiude la sua esperienza cinematografica, ripresa solo nel 1979 con l’”Otello”, girato per la televisione e montato solo in tempi recenti.

Torna al teatro con “La cena delle beffe” (1974), con “S.A.D.E”. (1974) e poi ancora con “Amleto” (1975). Seguono numerose opere, ma molto rilevante è la sua cosiddetta “svolta concertistica”, rappresentata in prima istanza da “Manfred” (1980), un lavoro basato sull’omonimo poema sinfonico di Schumann. Ottimi i successi di pubblico e critica. Nel 1981 dalla Torre degli Asinelli a Bologna recita la “Lectura Dantis”, poi negli anni ’80 “Pinocchio” (1981), “Adelchi” (1984), “Hommelette for Hamlet” (1987), “Lorenzaccio” (1989) e “L’Achilleide N. 1 e N. 2” (1989-1990). Dal 1990 al 1994 la lunga assenza dalle scene, durante la quale, come dirà lui stesso, “si disoccuperà di sé”. Nel 1995 era tornato sotto i riflettori e in particolare nelle librerie con la sua opera “omnia” nella collana dei Classici Bompiani, cui aveva fatto seguito nel 2000 il poemetto “‘l mal de’ fiori”.

A proposito di quest’ultimo lavoro, in un’auto-intervista redatta per Café Letterario del 16 maggio 2000, scrisse: “Prima di questo ‘l mal de’ fiori non mi ero mai imbattuto in una nostalgia delle cose che non furono mai in nessuna produzione artistica (letteratura, poesia, musica). Sono da sempre stato privo d’ogni vocazione poetica intesa come mimesi elegiaca della vita come ricordo, rimpianto degli affetti-paesaggi, mai scaldato dalla “povertà dell’amore”, sempre nei versi del poema ridimensionato nella sua funzione di ‘amor facchino’, cortese o no. Riscattato dall’o-sceno demotivato, divino, svuotato una volta per tutte dell’affanno erotico nel suo ossessivo ripetersi senza ritorno…

Muore il 16 marzo 2002, nella sua casa romana. Aveva 64 anni. “Non può essere morto chi ha sempre dichiarato di non essere nato” ha detto alla notizia della sua scomparsa Enrico Ghezzi, che con Carmelo Bene aveva firmato il volume “Discorso su due piedi (il calcio)”.

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