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Besano | 9 Febbraio 2020

Besano, “La memoria ostaggiata: Giorno del Ricordo 2020”

Una lunga lettera quella inviata in redazione dal sindaco di Besano, Leslie Mulas, nella quale ha voluto affrontare e approfondire una triste pagina della nostra storia

Tempo medio di lettura: 4 minuti

Riceviamo e pubblichiamo la lettera inviata dal sindaco di Besano, Leslie Mulas, riguardante il Giorno del Ricordo delle Foibe, che sarà celebrato in tutta Italia domani, lunedì 10 febbraio.

Caro Direttore,

l’avvicinarsi del Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’esodo Giuliano-Dalmata suscita in me alcune riflessioni che vorrei condividere.

Non ritengo un delitto parlare di revisionismo quando si parla di fatti storici, poiché, chiunque ha studiato un minimo di Storia, sa perfettamente che la continua ricerca produce documenti, reperti, testimonianze, che sono utili a ricostruire sia i fatti che le loro cause e le loro conseguenze.

Mi lascia sconcertato però il vedere come in questi ultimi anni vi sia stata una mobilitazione da parte di sigle riconducibili ad un mondo associativo e politico legato all’ideologia comunista, con l’intento di screditare la Giornata del Ricordo; secondo questi signori gli istriani, fiumani e dalmati che hanno dovuto lasciare le proprie terre dopo aver vissuto angherie e crudeltà di ogni tipo da parte dei partigiani jugoslavi durante e dopo la guerra, e tutte le vittime delle Foibe e di quei momenti tragici non devono avere spazio, non devono avere pace nella nostra – e loro – Nazione!

La Giornata del Ricordo nasce appena 16 anni fa, nel 2004, per fissare nella memoria nazionale un dramma che, fino a quel momento, era solo nella memoria delle vittime e dei protagonisti, negli occhi e nel cuore dei parenti degli infoibati, dei 200.000 e più esuli che lasciarono casa, beni e ricordi in Istria ed in Dalmazia per non essere uccisi e per non perdere la propria identità di italiani.

Nell’arco di appena 16 anni questa giornata non è riuscita ad avere riconoscenza e pace sin dal primo momento, inondata di critiche, di distinguo, all’insegna del “e ma anche noi italiani”, “la colpa  fu dei fascisti”, “i numeri non sono quelli” e via di spiegazioni o interpretazioni atte a giustificare o a ridimensionare drasticamente gli eccidi ed il clima di terrore che gli italiani, da Gorizia e Trieste fino a Zara, vissero dal 1943 fino agli anni 50.

Proprio in virtù di quello che dicevo all’inizio, non mi spaventa il revisionismo, se per revisionismo intendiamo che alcuni storici avrebbero (il condizionale è d’obbligo) dimostrato che nella Foiba di Monrupino furono ammazzate solo alcune SS tedesche, o che i morti totali non furono 20mila ma 15mila. Come se ridimensionare i numeri mutasse il movente che portò a quegli omicidi, o ne mitigasse la crudeltà e l’odio etnico e politico verso gli italiani, che erano alla base di quei crimini.

Non è quindi il revisionismo che mi spaventa, è la cattiveria ideologica che deve preoccuparci.

L’obiettivo infatti dei vari “studiosi” e delle associazioni come l’ANPI che in questi anni, e soprattutto quest’anno, da Verona a Roma, stanno organizzando in tutta Italia convegni ed incontri per discutere della Giornata del Ricordo, è unicamente quello di decostruire e negare quello che secondo loro è un falso mito, ovvero quello delle Foibe, ed ovviamente ribaltarne le colpe.

Mentre la Giornata della Memoria della Shoah rappresenta ormai un evento calcificato nei libri di storia, il Giorno del Ricordo non ha la stessa dignità secondo taluni, e per questo deve essere utilizzato per fare propaganda politica e bieco negazionismo, nonostante i testimoni di quanto avvenuto siano ancora qui, con i loro lucidi ricordi (l’esodo continuò dopo il 1945, e molti dei bambini di allora sono oggi “giovani” pensionati che ricordano nitidamente i fatti) e, in molti casi, le loro case ed i loro beni siano ancora abbandonati in Istria.

Perché questa disparità di trattamento? Perché in giro per l’Italia ci sono convegni che parlano della Foiba di Bassovizza come falso storico e hanno piena agibilità pubblica da parte delle istituzioni? Eppure, giustamente, non accade la stessa cosa parlando dei lager nazisti come falso storico. Coloro che parlano di mito delle Foibe non sono animati dal sacro fuoco della verità storica, bensì vogliono convincerci, per motivi ideologici, che in fondo gli italiani che da secoli abitavano a Pola, Zara, Fiume, bè, un po’ se la sono cercata; d’altronde non era così male vivere nelle Jugoslavia comunista no? E le 200mila persone che sono scappate non potevano stare lì? O forse erano tutte fasciste? E le vittime? Poche centinaia, tutti soldati o fascisti. Altro che eccidi, altro che pulizia etnica, altro che Istria italiana!

Queste convinzioni in malafede ed antistoriche sono alla base del susseguirsi di convegni ed articoli negazionisti che vediamo in questi giorni.

Nella nostra provincia vi sono pochi episodi in tal senso, come la mostra organizzata dal Comune di Arcisate, all’insegna del mero giustificazionismo, di cui ebbi già a scrivere due anni fa ma che constato essere anche quest’anno ancora lì, nonostante il cambio di amministrazione. Per fortuna siamo ancora al riparo dal negazionismo cui si assiste in giro per l’Italia.

Io nel mio piccolo continuerò a scrivere ed a parlare degli eventi e della storia dei nostri italiani dell’altra sponda dell’Adriatico, perché non voglio continuare a pensare che, dopo 70 anni, le nostre vittime continuino ad essere insultate ed vilipese dagli ultimi residuati ideologici impersonificati da professori e da associazioni faziose e intellettualmente disoneste.

Vorrei anche che nelle scuole e nelle università, nonché nelle iniziative istituzionali, ci fosse un maggiore approfondimento senza retorica, senza esagerazioni, ma semplicemente per far capire ai più giovani ciò che è stata la tragedia di Istria, Fiume e Dalmazia dalle parole di chi ha dovuto lasciare tutto per decidere di restare italiano.

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