4 Settembre 2016

“Luinesi all’estero”, Gabriele Romano a Houston studia il melanoma e la sua resistenza ai farmaci

Tempo medio di lettura: 4 minuti

In questi mesi la rubrica “Luinesi all’estero” ci ha portato a conoscere tanti concittadini che si sono trasferiti in terra straniera, creando agli occhi dei tanti abitanti sul territorio una grande curiosità. Mai potevamo pensare che ci fossero così tante persone in giro per il mondo, disposte a raccontare vite, esperienze e speranze, dopo aver deciso di abbandonare l’Italia per cercare un futuro migliore. Oggi siamo partiti nuovamente per gli Stati Uniti, dove a Houston, in Texas, abbiamo incontrato Gabriele Romano che è ricercatore all’MD Anderson Cancer Center e studia i meccanismi molecolari che stanno alla base della resistenza ai farmaci nel melanoma, con una particolare attenzione al ruolo del sistema immunitario. Si tratta della ventisettesima intervista che settimana dopo settimana stiamo pubblicando.

"Luinesi all'estero", Gabriele Romano a Houston studia il melanoma e la sua resistenza ai farmaci

Raccontaci di te… Quando sei andato via dall’Italia? Dove vivi?

Sono partito a fine marzo, circa 4 mesi fa. Vivo a Houston, Texas, Stati Uniti.

Quali motivi ti hanno portato a lasciare l’Italia?

Cominci subito con una domanda complessa. Innanzitutto il desiderio di ampliare i miei orizzonti, professionalmente e personalmente parlando. Non ho mai vissuto in nessun altro paese che l’Italia e la cultura americana mi ha sempre affascinato. Secondariamente la voglia di dare una svolta alla mia vita e di fare un “salto di qualità” nella mia carriera. Ho dovuto fare una scelta: rimanere per 4-6 anni bloccato in uno dei migliaia di contratti a termine universitari (che difficilmente portano da qualche parte) o partire per una nuova avventura presso il centro di ricerca numero uno al mondo. Ho scelto l’avventura.

Di cosa ti occupi?

Mi occupo di Patologia Molecolare e Traslazionale. Più precisamente sono un ricercatore all’MD Anderson Cancer Center. Studio i meccanismi molecolari che stanno alla base della resistenza ai farmaci nel melanoma, con una particolare attenzione al ruolo del sistema immunitario.

Come si svolge il tuo lavoro quotidianamente?

Il mio lavoro è ogni giorno differente, non esiste una giornata uguale all’altra. Gli esperimenti su cellule e su animali (che possono durare anche mesi!) sono ciò che maggiormente occupa la mia giornata. Inoltre devo rimanere continuamente aggiornato sulla letteratura scientifica che è in continua evoluzione, partecipo a seminari e congressi e scrivo “grant” (ovvero richieste di finanziamento per i miei progetti). Fortunatamente, nel lavoro sperimentale sono aiutato da un tecnico molto esperto e uno studente volenteroso.

Hai avuto esperienze lavorative in Italia? Se sì, quali differenza hai riscontrato?

In Italia (a Milano) ho eseguito tutta la mia formazione accademica. Il dottorato di ricerca è stata la mia prima esperienza “lavorativa”. Ho avuto un mentore straordinario, che è l’unica ragione per cui sto ancora facendo questo mestiere, ma tutto il resto è stata una fatica titanica. L’università è gravata dal peso del baronaggio e della politica: chi fa carriera nella maggior parte dei casi non è chi è più capace, ma chi riesce ad avere più “protezione”. Qui, negli States, il sistema è puramente meritocratico: i professori stessi hanno contratti della durata di 7 anni, dopo i quali, se non hanno dimostrato di essere all’altezza, devono trovarsi un’altra posizione. Un’altra differenza fondamentale è il collegamento fra ricerca e applicazione: qui tutto ciò che si scopre o che si inventa nell’ambito biomedico, sei mesi dopo viene applicato al paziente. Per me, che lavoro in questo ambito, è la più grande soddisfazione possibile: so che ciò su cui lavoro potrà effettivamente salvare delle vite in futuro. Negli States la ricerca ha un peso, un valore. In Italia, il ricercatore è una figura astratta, nebulosa, che vive nella sua torre d’avorio. La “traslazionalità” della ricerca è assente: quello che si fa in Università rimane lì, dentro quelle mura. Questo è il motivo principale per cui scappano tutti e non abbiamo nessun “appeal” in ambito internazionale. Ultima gigantesca differenza, che è una conseguenza del punto precedente è la retribuzione: vivere a Milano e fare il ricercatore non è compatibile con la sopravvivenza. Io dovevo fare un secondo lavoro per pagare l’affitto. Qui, a parità di costo della vita, guadagno il triplo, perché la mia formazione ha un peso, perché faccio un lavoro che è ritenuto fondamentale dalla società. Sento la stima e il rispetto delle persone quando dico che lavoro faccio, non la compassione che percepivo in Italia.

Come ti trovi nel paese in cui vivi? Ti sei integrato nella società?

Houston è una città incredibile: la gente è deliziosa, il cibo è fantastico, i ritmi sono rilassati (sicuramente rispetto a Milano!). La città è enorme, multiculturale, ricca di spazi verdi e di attività di ogni genere. Per di più c’è il mare a meno di un’ora di macchina! Integrarsi qui è molto semplice: nessuno ti giudica, la diversità e l’originalità sono un plus, non un minus. Puoi andare al supermercato in pigiama: nessuno si stupirà, anzi… Senza ombra di dubbio, il fatto che la mia compagna, Alessia Musso, abbia voluto seguirmi ha reso tutto più bello e semplice: vivere questa esperienza in due ha sicuramente un altro profumo.

Quali difficoltà hai riscontrato?

Nonostante il mio stipendio sia più che dignitoso, il sogno Americano va guadagnato. All’inizio nessuno ti fa credito e chi te lo fa applica tassi di interesse mostruosi. In aggiunta le assicurazioni (mediche, sulla casa, sulla macchina) inizialmente sono carissime. Bisogna sacrificarsi un pochino all’inizio, ma il sistema ha una sua logica e in pochi mesi, se non hai fatto stupidaggini, puoi essere alla pari con qualsiasi cittadino americano. A parte questo, la multiculturalità di cui parlavo rende l’inglese molto “variegato”, con sfumature e accenti non immediatamente comprensibili. Inoltre, sia io che Alessia abbiamo dovuto rifare la patente: ci siamo sentiti neo-diciottenni per un giorno…

In quali altri paesi hai vissuto? Come ti sei trovato lavorativamente parlando?

Non ho mai vissuto in altri paesi che Italia e Stati Uniti. Questa è la mia prima esperienza all’estero.

Ti manca qualcosa dell’Italia? Cosa?

Dell’Italia mi mancano le persone. Quelle piccole cose che sono nella tua quotidianità e che ti rendi conto di quanto siano importanti solo quando non li hai più: una birra con gli amici, i pranzi domenicali con mamma, papà e i miei fratelli, le immersioni con gli amici della Frog Divers. E poi certi sapori: salumi e formaggi in primis.

E invece, che progetti hai per il futuro?

Per almeno due anni rimarrò a Houston, poi valuterò in base a ciò che offre il mercato del lavoro: mi piacerebbe molto vivere per un periodo in California.

Pensi che un giorno tornerai in Italia?

Sono partito con l’idea di tornare, quindi sì, credo che, con le giuste condizioni, tornerò in Italia.

Dopo quelle a Marco ZanattaNicholas VecchiettiSilvia CamboniAlice GambatoFabio SaiMatteo Lattuada, Luciano AmadeiAntonio BuccinnàPatrizia DelleaFabiana SalaGiorgia ParodiEmanuele MaranoWilmer TurconiRoberto ZanaldiSerena FortunaMichel AndreettiGiuseppe ScaleseFrancesca SaiIros BarozziRosita CordascoFederico FolciaAlessio BadialiMarco ChiminiMark Masneri, Maria Giovanna Folci e Chiara Tepsich questa è la ventisettesima testimonianza della rubrica “Luinese all’estero”. Nelle prossime settimane continueranno le interviste ad altri luinesi che vivono e lavorano tra Europa, America, Africa, Asia e Australia.

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