7 Agosto 2016

“Luinesi all’estero”: Marco Chimini in Giordania segue il conflitto siriano in un Centro di ricerca e lavora in un ristorante

Tempo medio di lettura: 4 minuti

Oggi la rubrica “Luinesi all’estero” ha viaggiato verso il Medio Oriente, precisamente in Giordania. Periodicamente, ogni domenica, stiamo raccontando vite, esperienze e speranze di tutti quei luinesiche hanno deciso di abbandonare l’Italia per cercare un futuro migliore.Come tanti altri concittadini, infatti, sono decine e decine i luinesi che si sono trasferiti all’estero, alcuni anche in Usa o in Australia, con l’intenzione di lavorare oppure spinti dal seguire le proprie passioni. Abbiamo incontrato Marco Chimini, che si trova ad Ammam e si divide tra il lavoro in un Centro di Ricerca, dove segue gli sviluppi del conflitto in Siria attraverso i social media, e un ristorante italiano, dove invece fa il cameriere.

Raccontaci di te… Quando sei andato via dall’Italia? Dove vivi?

In quarta superiore sono partito per la prima volta, e, spinto dai sogni di gloria dell’American dream, ho passato dieci mesi in California. Devo ammettere che al mio ritorno aspettavo solo di ripartire. Così dopo il diploma mi sono trasferito a Londra per la triennale. È lì che sono stato attratto dal fascino del mondo arabo, che mi ha spinto a ripartire di nuovo, in direzione Giordania. Vivo ad Amman da nove mesi, ma tra un mese sarò di ritorno, per completare i miei studi.

Quali motivi ti hanno portato a lasciare l’Italia?

Un saggio amico una volta mi disse: “Ci sono due approcci alla partenza: devi chiederti se stai scappando da qualcosa, o se stai andando verso qualcos’altro”. Credo che la prima volta che sono partito stessi scappando, anche se non so bene da cosa. Adesso so di andare verso qualcosa, anche se questo qualcosa è sempre sconosciuto.

Di cosa ti occupi?

Ho studiato per otto mesi arabo in una scuola di lingue, e adesso ho due lavori: al mattino sono uno stagista in un piccolo centro ricerca, e alla sera lavoro in un ristorante italiano gestito da giordani con esperienza nella nostra cucina (posso assicurare che il cibo è sorprendentemente buono, ndr).

Come si svolge il tuo lavoro quotidianamente?

Nel centro ricerca mi occupo principalmente di tre cose: seguire gli sviluppi del conflitto in Siria attraverso i social media, tradurre report e conversazioni e data entry. In realtà sono tenuto a non dettagliare il contenuto di ciò che faccio perché la compagnia vende le informazioni che raccoglie e le analisi che svolge. Alla sera sono un semplice cameriere.

Hai avuto esperienze lavorative in Italia? Se sì, quali differenza hai riscontrato?

Ho sempre lavorato come cameriere durante le mie estati luinesi. La differenza non potrebbe essere maggiore. Il cameriere italiano, quello vero, diventa il migliore amico del cliente. La società giordana, soprattutto l’alta società giordana, ha molte poche interazioni con coloro che servono, i quali a loro volta sanno stare al loro posto. È una situazione a volte strana, che per fortuna viene alleviata dal mio arabo tutt’altro che perfetto, che porta talvolta i clienti a domandarmi che diamine ci stia facendo in un ristorante ad Amman. È un’esperienza illuminante da molti punti di vista, perché, e sono tenuto a citare di nuovo, questa volta una cuoca con cui ho lavorato, “è lavorando nei ristoranti che capisci veramente come sono le persone”. L’ho sempre ritenuta una delle più vere perle di filosofia popolare.

Come ti trovi nel paese in cui vivi? Ti sei integrato nella società?

È davvero difficile cercare di descrivere in poche righe le mille sfaccettature della vita di Amman. Diciamo che fino a che ero a scuola vivevo in una bolla che non mi ha permesso di integrarmi, e che tutto sommato era una finzione di quello che è effettivamente è il mondo arabo. Grazie a decine di viaggi in taxi (che sono il mezzo di trasporto sovrano ad Amman) e il lavoro al ristorante, ho avvicinato piano piano una società che è chiaramente complessa, affascinante, ma talvolta asfissiante con la sua enfasi religiosa (la maggior parte delle espressioni che permeano il dialetto giordano sono di origine religiosa, e prima tra tutte spunta l’onnipresente Inscialla, “se Dio vuole”). Detto questo mi sono trovato bene, come un esploratore che trova il nuovo mondo e non come il migrante che trova una nuova casa. L’Europa manca sempre un po’ di più.

Quali difficoltà hai riscontrato?

All’inizio la barriera era chiaramente linguistica. Man mano che questa si dissolveva e l’impatto della novità andava scemando, mi sono trovato a mancare le semplicità della vita del vecchio continente: i trasporti pubblici, gli spazi verdi e soprattutto, l’acqua. Mai come quest’anno ho realizzato l’importanza dell’acqua, quando (come in questo momento) ti trovi in una casa che ne è sprovvista per almeno altre 24 ore. Un bagno nel lago Maggiore è il sogno proibito della mia estate ad Amman…

In quali altri paesi hai vissuto? Come ti sei trovato lavorativamente parlando?

Stati Uniti e Inghilterra. In California non ho lavorato mentre in Inghilterra sono stato sia barista e cameriere che stagista per una multinazionale. Nei quattro posti di lavoro che ho girato devo ammettere che gli standard di lavoro sono sempre stati alti, e, che il lavoro in sé mi piacesse o meno, non ho mai riscontrato gli scogli burocratici per cui l’Italia è famosa. Dal punto di vista organizzativo gli inglesi sono impeccabili.

Ti manca qualcosa dell’Italia? Cosa?

Porco e Spritz! E chiaramente la famiglia e gli amici. Anzi forse avrei dovuto scrivere prima la famiglia e gli amici. Scherzi a parte, è più una sensazione che un oggetto fisico. Un mio studente di inglese un paio di mesi fa, mentre gli spiegavo il periodo ipotetico, mi fece questo esempio: “Se vivessi in un altro paese, parlerei liberamente”. Credo che tante volte diamo per scontato la libertà di espressione, che nella maggior parte del mondo è tutt’altro che un dato di fatto.

E invece, che progetti hai per il futuro?

Per quanto sia uno dei più grandi taboo della società italiana, vorrei fare politica. Mi piacerebbe cominciare con qualcosa di locale, del sano attivismo che risveglia gli animi assopiti. Non ho necessariamente un progetto a lungo termine, ma per la mia esperienza personale sono un europeista accanito. Quindi mi piacerebbe nel mio piccolo contribuire a cambiare, e salvare, l’Europa.

Pensi che un giorno tornerai in Italia?

Tutti gli anni a Natale si spera… Per quanto riguarda un ritorno stabile, è difficile a dirsi. Anche perchè considerandomi più europeo che italiano, casa per me è da Lisbona a Bucarest. Mi piacerebbe, perchè più viaggi e più ti rendi conto di quanto unicamente bello sia il posto da cui vieni. Per adesso però, tutto il mondo è paese.

Dopo quelle a Marco ZanattaNicholas VecchiettiSilvia CamboniAlice GambatoFabio SaiMatteo Lattuada, Luciano AmadeiAntonio BuccinnàPatrizia DelleaFabiana SalaGiorgia ParodiEmanuele MaranoWilmer TurconiRoberto ZanaldiSerena FortunaMichel AndreettiGiuseppe ScaleseFrancesca SaiIros BarozziRosita CordascoFederico Folcia ed Alessio Badialiquesta è la ventitreesima testimonianza della rubrica “Luinese all’estero”. Nelle prossime settimane continueranno le interviste ad altri luinesi che vivono e lavorano tra Europa, America, Africa, Asia e Australia.

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