1 Maggio 2016

“Luinesi all’estero”: Roberto Zanaldi in Danimarca si occupa di consulenza aziendale nel “transfer pricing”

Tempo medio di lettura: 6 minuti

Anche oggi, primo maggio e Festa dei Lavoratori, c’è spazio per il quattordicesimo appuntamento con “Luinesi all’estero”, rubrica che periodicamente sta raccontando vite, esperienze e speranze di tutti quei luinesi che hanno deciso di abbandonare l’Italia per cercare un futuro migliore. Come tanti altri concittadini, infatti, sono decine e decine i luinesi che si sono trasferiti all’estero, alcuni anche in Usa o in Australia, con l’intenzione di lavorare oppure spinti dal seguire le proprie passioni. Roberto Zanaldi vive da quattro anni in Danimarca e si occupa di consulenza aziendale nel settore del “transfer pricing”, vale a dire il procedimento per determinare il prezzo di trasferimento (transfer price) di beni, servizi, e proprieta’ intellettuali attraverso operazioni infra-gruppo.

Roberto Zanaldi

Raccontaci di te… Quando sei andato via dall’Italia? Dove vivi?

Mi sono trasferito all’estero per la prima volta nel 2008, quando, per intraprendere un percorso di Doppia Laurea, mi sono trasferito a Strasburgo, in Francia. Da allora, a parte una breve parentesi lavorativa di 6 mesi in Italia, ho sempre vissuto all’estero. Vivo in Danimarca da ormai piu di 4 anni (il tempo passa in fretta). Ora però, per rendere il mio racconto ancora più complicato, devo specificare che vi sto scrivendo da Londra, dove vivrò per i prossimi 4 mesi per un progetto con il mio ufficio.

Quali motivi ti hanno portato a lasciare l’Italia?

I motivi che mi hanno indirizzato all’estero come studente sono stati innanzitutto il semplice quanto irresistibile fascino per i viaggi, così come l’aspirazione ad una carriera internazionale, fatta di comunicazioni in una lingua straniera, di continui spostamenti, di scoperte di nuovi paesi e culture. Oggi, come professionista, posso dire con tutta franchezza anche se con un leggero dispiacere, le migliori condizioni lavorative e di crescita per il futuro.

Di cosa ti occupi?

Prendendola un po’ alla larga si può dire che lavoro nel grande calderone chiamato “consulenza aziendale” che raccoglie sotto di sé molte specializzazioni. Ai lettori che non si accontentano di una risposta così generale posso dire che mi occupo di consulenza nell’ambito di “transfer pricing”. Per coloro che sono proprio interessati ai dettagli posso aggiungere che il transfer pricing identifica il procedimento per determinare il prezzo di trasferimento (transfer price) di beni, servizi, e proprieta’ intellettuali attraverso operazioni infra-gruppo, cioè quando uno scambio avviene tra due aziende che fanno parte del medesimo gruppo o società. Il transfer pricing interessa le autorità fiscali dei paesi tra i quali avviene lo scambio dei beni o servizi, perche’ questo ha ricadute sui profitti registrati nei due paesi interessati allo scambio. Da consulente mi occupo di mediare tra i contribuenti (generalmente aziende multinazionali) e le autorità fiscali quando il transfer pricing è al centro di revisioni da parte di queste ultime. Il lavoro richiede da una parte competenze economiche e quantitative, così come una buona infarinatura di diritto. Interessante, no?

La vista dall'ufficio di Roberto a Copenhagen

La vista dall’ufficio di Roberto a Copenhagen

Come si svolge il tuo lavoro quotidianamente?

Il mio lavoro coinvolge contatti con i clienti, il “project management” dei progetti sui quali lavoro insieme con i miei colleghi, analisi economico-tecniche, preparazione di report per i clienti e negoziazione con le autorità fiscali. L’azienda dove lavoro, KPMG, ha sedi in tutto il mondo e parte del mio lavoro consiste anche nel supportare colleghi all’estero con progetti che interessano la Danimarca (ristrutturazioni aziendali, compravendita di proprietà intellettuali, etc.)

Hai avuto esperienze lavorative in Italia? Se sì, quali differenza hai riscontrato?

Si, a Milano, sempre nell’ambito di consulenza. Rispetto a quello a cui sono abituato in Danimarca, ho riscontrato in Italia un ambiente lavorativo più gerarchico e gerontocratico e quindi, immancabilmente più statico. Inoltre, anche dai racconti di amici, mi sembra che generalmente le aziende italiane siano meno inclini a coinvolgere i giovani in un dialogo aperto e trasparente riguardo le loro aspettative lavorative, riguardo le loro ambizioni. Credo che molte aziende italiane dovrebbero imparare a delegare più responsabilità ai giovani sin dai primissimi giorni. Parlando per esperienza, credo fermamente, che la crescita professionale si basi innanzitutto sulla fiducia, passi per il non temere che sbagli possano accadere, e che continui a basarsi sulla voglia di trasmettere conoscenza ed esperienza tra le generazioni. D’altra parte però riconosco all’ambiente lavorativo italiano anche grandi pregi. L’Italia offre infatti un ambiente di lavoro che solitamente porta a creare forti legami tra colleghi, che lascia spazio ad una sana amicizia tra colleghi, e che molte volte sfocia in una vita sociale condivisa. Rispetto a questo ultimo punto, in Danimarca ci si scontra con una linea di solito ben marcata tra rapporti lavorativi e rapporti sociali.  Insomma, come in tutti gli aspetti, anche su quello professionale vivere all’estero presenta molti lati positivi, ma non senza rinunce.

Come ti trovi nel paese in cui vivi? Ti sei integrato nella società?

In Danimarca, mi trovo molto bene. Il lavoro mi da molte soddisfazioni, l’ambiente lavorativo e’ flessibile (non ci sono orari fissi di ingresso e uscita dall’ufficio!) e io e mia moglie abbiamo un gran bel gruppo di amici con i quali organizzare cene, uscite e quant’altro. Tuttavia non posso dire di essermi completamente integrato appieno nella società Danese. In primis, non parlo la lingua Danese. (E qui c’è una grande differenza con Chiara, mia moglie, che invece sta per passare il test per livello più alto di lingua Danese. Come sempre le donne sono un passo avanti). Secondo, i nostri amici sono per il 90% stranieri (americani, tedeschi, inglesi, italiani, etc.). I Danesi tendono ad avere un circolo di amici ristretto ed entrare a farne parte richiede molto tempo ed un certo sforzo. Da un certo punto di vista, posso dire che ci si senta quasi sempre trattati più da ospiti di passaggio piuttosto che veri e propri conterranei. Dopotutto sono in molti i Danesi che, appena scoprono che sono un Italiano che si è trasferito in Danimarca, mi chiedono: “Ma sei pazzo ad aver lasciato l’Italia per trasferirti in Danimarca?” Probabilmente è il loro modo di dirmi educatamente che si immaginano che io, in Danimarca, dopotutto, sia solo di passaggio.

La zona dove vi è la sede dell'azienda KPMG a Copenhagen

La zona dove vi è la sede dell’azienda KPMG a Copenhagen

Quali difficoltà hai riscontrato?

Il freddo e il vento. E non scherzo! Vi racconto un episodio che periodicamente si ripete, quando nelle buie mattine di pieno inverno, da vero “Danese” salto in bicicletta per andare in ufficio. E lì, mentre pedalo muovendomi a malapena contro un vento che inspiegabilmente soffia perennemente contrario e mentre continuo a ripetermi a mo’ di litania che “oramai sono anni che vivo qui e che mi sono abituato a questo clima”, non resisto alla tentazione di chiudere un instante gli occhi (già peraltro mezzi socchiusi dalla pioggia ghiacciata) e mi ritrovo a pormi la nota domanda: “Ma sei pazzo ad aver lasciato l’Italia per trasferirti in Danimarca?”. Ebbene sì, in quei momenti, mi rendo conto che forse non hanno tutti i torti! A parte il tempo, potrei poi dire che un’ovvia difficoltà per un neo arrivato sono i rapporti sociali con i Danesi. I Danesi sono fantastici e molto amichevoli al primo incontro e sul lavoro, ma si rivelano essere persone molto riservate e che, come dicevo prima, tendono ad avere un gruppo molto ristretto di amici intimi. Se qualcuno di voi ha in mente di trasferirsi in Danimarca metta in conto, soprattutto all’inizio, un buon numero di serate solitarie ed in generale più tempo trascorso a casa piuttosto che fuori con gli amici. Ma a tutto, se si vuole, si trova rimedio, come per esempio uscire con altri stranieri. E quando rimedio non si trova, ci si finisce per adattare, per esempio trascorrendo semplicemente più tempo chiusi nel tepore di casa.

In quali altri paesi hai vissuto? 

Ho vissuto per pochi mesi in Canada, un anno in Francia, sei mesi a Boston, ed ora per qualche mese in Inghilterra.

Ti manca qualcosa dell’Italia? Cosa?

Innanzitutto, credo di poter dire che a questa domanda non sia umanamente possibile poter rispondere di no. Da Italiano all’estero e quale amico di molti Italiani all’estero, la “mancanza d’Italia” è sempre presente, è un argomento sempre verde, un tarlo costante. Come Italiani abbiamo la fortuna di essere nati in un paese fantastico, con delle bellezze naturalistiche e storico-culturali semplicemente mozzafiato. Siamo nati immersi nel bello e la maledizione, il più delle volte, è che iniziamo ad apprezzarlo solo allontanandocene. Arriviamo da un paese amato da tutti. L’Italia gia’ manca a un turista che ci ha passato anche solo un giorno e che nulla conosce del paese, che ancora tutto ha da scoprire della cultura e della vivacita’ italiana, che ancora ha da capire cosa gli manchi. Figurarsi se l’Italia non manchi agli Italiani all’estero, che invece ben sanno tutto quello che si stanno perdendo. Insomma, di cose ce ne sono molte (troppe!), e non voglio farla troppo lunga. Ne dico solo due.  Parto dalla seconda cosa che più mi manca: la spontaneita’ della gente e i rapporti umani cosparsi in un ogni dove, dal saluto al salumiere, al “come va?” del barista, dalle lamentele condivise in coda allo sportello della posta. Provare per credere! La prima? La vicinanza alla mia famiglia, ai cinque nipotini e gli amici.

E, invece, che progetti hai per il futuro?

Il mio lavoro mi piace molto e mi da modo di continuare ad imparare e crescere. Per ora mi sto focalizzando su questo. Un domani? Chissà.

Pensi che un giorno tornerai in Italia?

Non so quando, ma sono certo che ritornerò.

Dopo quelle a Marco Zanatta, Nicholas VecchiettiSilvia CamboniAlice GambatoFabio SaiMatteo Lattuada, Luciano AmadeiAntonio BuccinnàPatrizia DelleaFabiana SalaGiorgia ParodiEmanuele Marano e Wilmer Turconi questa è la quattordicesima testimonianza della rubrica “Luinese all’estero”. Nelle prossime settimane continueranno le interviste ad altri luinesi che vivono e lavorano tra Europa, America, Africa, Asia e Australia.

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