16 Febbraio 2016

Intervista al professor Radice: la passione per la storia della filosofia antica, la società e Luino

Tempo medio di lettura: 11 minuti

Un intervista che ha toccato tanti e diversi argomenti è quella a Roberto Radice, professore ordinario di Storia della Filosofia Antica all’Università Cattolica di Milano. Non solo la passione per la filosofia, l’insegnamento, Aristotele ed il compianto filosofo Giovanni Reale, ma anche Luino, i luinesi, il provincialismo, la cultura locale e la società.

Roberto Radice, professore ordinario di Storia della Filosofia Antica all'Università Cattolica di Milano

Roberto Radice, professore ordinario di Storia della Filosofia Antica all’Università Cattolica di Milano

Cosa significa per lei insegnare agli studenti?

Insegnare è complicato perché richiede una visione doppia, di come sono le cose e di come il pubblico pensa che siano. C’è il momento della raccolta dei dati, dello studio e dell’apprendimento e poi il momento in cui bisogna conoscere il destinatario e le persone a cui va il messaggio. L’insegnamento è una cosa complicata e allo stesso tempo è ricca di significato, non è cosa da tecnici che assumano una scienza su di sé ma non hanno il problema di comunicarla: tutt’al più hanno quello della verità e dell’esattezza. Questo implica una certa psicologia e prima ancora un desiderio di essere utile agli altri con una sorta di carità intellettuale. E’ sostanzialmente un atto spontaneo e di servizio.

Ha pubblicato numerosi scritti sui filosofi antichi e tutt’ora insegna, ma in che modo cerca di rendere “appetibile” la filosofia antica ai suoi studenti?

Io faccio di professione lo storico della filosofia antica e questa è un’ulteriore complessità perché implica conoscenze di lingue classiche, di filologia e di una bibliografia molto vasta. La filosofia antica ha un significato partricolare perché in un certo senso è all’origine del modo di pensare di tutti noi. Le parole che usiamo – per lo meno quelle universali , astratte e dotte — non le abbiamo inventate noi, ma sono nate in un contesto specifico, all’incirca 2700 anni fa: dopo di che sono arrivate fino a noi e tuttora ci condizionano. Il nostro ragionamento dipende dalle parole che usiamo o meglio, dai significati delle parole. Queste non servono solo per comunicare, ma anche per pensare, per il pensiero lungo che sa elaborare argomenti complessi. in un certo senso la nostra facoltà di pensiero non è libera perché i suoi elementi e le regole del discutere e dell’argomentare non sono a nostra scelta, ma ereditati. Fanno parte di quel fenomeno culturale immenso che è la tradizione. Per quanto concerne la civiltà occidentale i significati alti sono stati fissate in larga misura, con la sintassi e la grammatica giusta, in un determinato luogo e periodo, che tra l’altro è in gran parte italiano. L’Italia meridionale (allora colonia dei Greci) ha prodotto la maggior parte dei filosofi delle prime generazioni: i Pitagorici, che hanno fondato la matematica e i suoi rapporti con la realtà e gli Eleati, che hanno inventato il razionalismo, ossia l’uso della ragione nello studio della natura. Questi erano nei pressi di Napoli, quelli in Calabria, in linea d’aria si tratta di pochi km. Da qui un’esplosione del sapere, una tradizione, e poi un linguaggio e infine l’attitudine razionale che ora noi abbiamo. Oggi, a confronto con civiltà diverse, vediamo quante differenze ci sono.

E quale è l’interesse degli studenti per la sua materia?

Gli interessi degli studenti verso la storia della filosofia antica, che è piuttosto raro, va in due sensi: da un lato, metaforicamente parlando, imparano quello che erano i loro nonni, facendo la genealogia del sapere: è insomma un ritorno alle origini. Dall’altro, invece, proprio perché questa filosofia è antica, non è a buon prezzo e si è costretti a ripercorrere con fatica tutto il processo di riacquisizione del linguaggio, della struttura sintattica e del modo di pensare di un arcaico tempo passato. I nostri studenti non sono fuori dal circuito, ma lo devono ripercorrere; dopotutto studiano i loro progenitori che, lo vogliano o no, sono già presenti nei loro pensieri. Mettersi nei panni degli altri, vedere le cose coi loro occhi, è la destinazione della storia della filosofia. Quelli della filosofia antica sono pochi, ma ad alta motivazione: hanno un concetto “pesante” della cultura, non superficiale.

A cosa serve oggi la filosofia antica?

Aristotele diceva che la filosofia non serve a niente e proprio perchè non serve a niente, non è serva di niente. E siccome non è serva di niente è l’unica cultura libera che all’uomo rimane. La filosofia antica ha un senso ancora oggi perché in un contesto storico molto organico, coibente, unito, globalizzato, in cui tutti usano le stesse cose, tutti agiscono chiedendosi le stesse cose, pensano e parlano perché si informano dalle stesse fonti, beh… l’unica vera alternativa, in un certo senso, è uscire dal tempo e rifarsi a quando questi usi non c’erano, ma pur essendo al di là da venire, già contenevano i germi della razionalità. Si tratta di diventare i primitivi razionali. La filosofia antica ha dunque una funzione alternativa, contestativa nel senso buono, non per distruggere, ma per riportare alla luce un nocciolo che sembra ormai perso.

Le capita di attualizzare quello che spiega ai suoi studenti?

Io uso uno strumento molto semplice da capire, quello dell’esempio, oppure quando il tema lo permette uso i miti. I miti hanno un fascino considerevole, perché non si capisce esattamente cosa dicono, hanno un lato oscuro e tenebroso che affascina. Il modo in cui si interpreta un mito è come quando a Natale si disfa un pacchetto per vedere cosa c’è dentro: in filosofia ci muove la curiosità dei significati. Ulisse, ad esempio, era un personaggio di una stranezza incomparabile: chi glielo faceva fare di sentire il “Canto delle Sirene”, di andare nell’isola dei Ciclopi? Per quale motivo visto che doveva tornare a casa? Così lo smontare il mito di Ulisse è un’analisi filosofica e gli esempi sull’attualità non mancano mai nella filosofia antica, anzi ce ne sono fin troppi. Qualsiasi situazione antica diventa immediatamente presente. Uscendo dal mito si entra facilmente nell’attualità: perché il mito è senza tempo per cui in esso nulla invecchia e quando lo scongeli saltano fuori personaggi e idee vispi e imprevedibiliti scappano via e non c’è più verso di ricacciarli nella leggenda da cui sono venuti.

Lei, invece, a quale o a quali filosofi del passato è più legato? Per quale ragione?

La filosofia antica , di cui mi occupo, riguarda un ambito ristretto perché gli scritti e i testi originali dei filosofi greci non sono molti e ancor meno sono quelli che sono giunti fino a noi. Metodologicamente l’esperienza di Aristotele (a cui vanno i nostri auguri perché quest’anno compie il 2400esimo compleanno, festeggiato in tutto il mondo) è sorprendente. Aristotele si occupava di logica quando ancora non esisteva, quindi ha inventato la logica. Si occupava di metafisica e prima di lui non ce n’era neanche il nome, quindi ha inventato la metafisica. Ha scritto un trattato che si chiama “Oeconomicus”, ed è stato il primo scritto di economia. Ha scritto dei trattati sugli animali, quindi ha creato la zoologia, trattati di etica filosofica, si è occupato perfino di astronomia. E’ mai possibile che abbia inventato tutto lui, e che ogni tema che studiava, dopo di lui diventava una scienza per sempre? Sì è possibile! Nonostante abbia fatto più errori di chiunque altro, nei suoi errori c’era tutto il nostro sistema del pensiero e in una forma matura. Insomma, aveva il metodo che nella sostanza è ancora quello che c’è adesso.

Invece, attualmente, la filosofia moderna, contemporanea, in che modo legge il presente?

Il filosofo di una volta doveva occuparsi del tutto, non poteva occuparsi di una parte e di fatto non gli interessava. Facciamo l’esempio della filosofia morale insegnata nelle università… perché dovrebbe essere il filosofo ad occuparsi di morale, quando ci sono già psicologici, sociologici, politologi, oppure religiosi che studiano questo tema? Ci sarebbe una sola giustificazione originaria, peraltro ben nota a Platone. Uno ha titolo di parlare di morale, e di dichiararsi filosofo perché riesce ad inserire la morale in una visione universale in cui tutto il sapere si organizza. L’obiettivo del filosofo è quello di costruire la cupola del sapere, quello che tiene dentro tutto il resto e lo spiega. Dopodiché può occuparsi di ogni cosa, anche di culinaria, ma deve riuscire a fare una sintesi delle cose che dice con tutto il resto della sua sapienza, impresa che nessun’altra scienza può compiere, perché nessuna scienza può giustificare i suoi fondamenti: la fisica sta alla base della chimica; la chimica della biologia, la biologia della medicina, ma il medico non si occupa delle sostanze elementari della chimica, o dei principi della fisica astratta: li prende per buoni. Ma allora, chi regge l’edificio della scienza visto che ognuno si appoggia sull’altro? Dobbiamo cercare la formula in cui tutti i principi si fondono in un’unità : alla fine saremo certi che il nostro sapere se non è certo almeno è molto plausibile.

Quanto incide questo discorso a livello italiano?

L’Italia è in una posizione privilegiata in questo senso, perché noi insegniamo la filosofia nei licei, cosa che altri non fanno. Tant’è che la produzione filosofica italiana è rilevante. I Festival della Filosofia che organizzano in Italia, a Parma ad esempio, all’estero non hanno alcun senso. Hanno provato a fare qualcosa del genere in Brasile, dove in alcuni caffè ci si incontra a parlare di filosofia. Anche a Milano si trovano molti caffè filosofici. Noi Italiani, in questo senso saremmo una superpotenza.

Una tematica affascinante, a livello filosofico, è quella della satira. Con il passare del tempo sta via via svanendo, almeno dalla televisione. Quanto è importante in una società moderna il ruolo della satira? Fin dove può arrivare?

La satira credo sia un contrappeso al potere. Finchè una persona o un’istituzione è suscettibile di satira noi avremo una garanzia che non acquisti un potere eccessivo o illegittimo. Altra cosa sono si professionisti della satira: vedrei la satira come una forma di ironia insita in ciascuno di noi, da usarsi in primo luogo su noi stessi, una specie di autoironia. L’autoironia, infatti, è un precdente della satira. Il satirico che sa fare solo quello, svolge la professione di disfare gli eccessi degli altri, ma alla fine chi “disferà” il suo eccesso? Osservo che olti “satiri” lo fanno per mestiere, su tutto e per tutto.

Che ricordo ha del grande filosofo Giovanni Reale?

La qualità migliore del professor Reale era di comunicare entusiasmo. Era una dote innata. Se diceva che dovevi costruire il ponte sullo Stretto di Messina in due giorni, tu uscivi dall’ufficio convinto che ce la potevi fare. Ti affidava compiti enormi, sproporzionati sia per i tempi che per i mezzi. Riusciva a farmi immaginare che quello che facevo, se non lo facevo io nessuno l’avrebbe fatto. In questo caso secondo lui il mondo sarebbe crollato o comunque ne avrebbe subito un danno irreversibile. Certo, questo non era proprio vero, ma io, e molti suoi discepoli, ne uscivamo convinti. In secondo luogo aveva un pregiudizio anti-filosofico come riferimento — peraltro lo stesso che ho io — e cioè che la filosofia è una buona cosa, ma non può essere l’unica cosa. “Prima assicurati di vivere – diceva spesso –, poi fai il filosofo e non aspettare che la filosofia ti nutra, o ti sviluppi perché sono le cose che misurano l’uomo, in quanto filosofo, e non il contrario”. Alla fine, era questo il succo del suo discorso, bisogna riuscire a fare un bilancio e sapere quante persone abbiamo attratto al pensiero, quante e quali persone hanno letto i tuoi libri, che cosa ne hanno cavato. La grande forza del professor Reale è stata la capacità di riorganizzare l’editoria filosofica. Credo che lui, nelle varie collane che ha diretto e guidato per molto tempo, abbia totalmente modificato l’assetto della cultura filosofica italiana. Questo è stato fondamentale.

Il professor Reale è morto l’anno scorso proprio a Luino, dove lei risiede nonostante lavori a Milano. Qual è la prima parola che le viene in mente se dico Luino? 

Il lago, spontaneamente. Non sono nato a Luino, vengo da Busto Arsizio, non troppo lontano. Credo, però, di aver appreso molto da Luino dal punto di vista culturale. E’ una buona città, storica. Ci sono tantissimi storici di livelli e caratteri diversi, il paese tiene abbastanza alle sue origini. Il problema di Luino è che è troppo piccola ed incapace di aggregarsi. Questo lo dico anche in base all’esperienza fatta con “Frontiera”, in cui per un periodo di diversi anni, abbiamo riscosso spesso dei buoni risultati. Ad un certo punto se fai delle cose che piacciono troppo, quindi che costano troppo, hai sempre la questione delle presenze da analizzare e del fatto che una città di 15mila abitanti , fisiologicamente, non può produrre e mobilitare oltre 200 appassionati ad un qualsiasi tema di cultura pesante. Non c’è sufficiente aggregazione con i comuni vicini, Germignaga è come fosse su un’altra galassia e Maccagno anche. Occorre produrre una massa critica per la cultura: non è impossibile perché l’Università Popolare c’è riuscita, deve valere come modello.

Per quale ragione questo accade? Quali potenzialità non vengono sfruttate secondo lei? 

Noi abbiamo la fortuna di avere alcune scuole superiori, vari plessi di scuola media, le scuole private, una numero considerevole di giovani. Credo che soprattutto gli enti sportivi siano riusciti a coinvolgere i giovani. Gli enti a sfondo culturale meno, la cultura pesante ancor meno. Oggi come oggi Luino è troppo piccola e troppo poco organica col territorio, o viceversa il territorio è troppo poco organico con Luino. Si deve lavorare a questo scopo

A mio avviso, un aspetto fondamentale per un paese piccolo come Luino, sarebbe quello di riuscire ad unire turismo e cultura con un unico obiettivo, vale a dire quello di sviluppare maggiormente il territorio. Non faccio riferimento solo alle scelte politiche, ma anche ai cittadini ed al loro coinvolgimento culturale e al loro senso civico, ad esempio. Quale opinione ha in merito?

Noi, in generale, ma a Luino in particolare, dobbiamo fondare la nostra convivenza non tanto sulle virtù dei cittadini, perchè i cittadini in quanto tali non hanno virtù, ma semmai buone abitudini. Alcuni sono più controllati, altri più generosi di altri, ma non si può giocare su queste “benevolenze”. Dalle nostre parti le persone vengono per lo più da diversi paesi, nazioni o culture. Ci sono molti frontalieri e sentono Luino come un luogo di transizione, non come casa loro. Questo rende difficile il contatto. E nei casi di mancanza di senso civico, più che sulla bontà dei cittadini, si deve far leva sul controllo. La gente per sua natura è più legata agli affari suoi e meno al bene pubblico, in questo caso il controllo evita dinamiche nocive e induce più rispetto del diverso, dell’ambiente e della convivenza.

Una cosa che mi interesserebbe approfondire è anche quella legata al termine “provincialismo” e mentalità provinciale. Ci spiega cosa sono per lei?

Provincialismo” risponde alla formula “Qui da noi si fa così”, dove la giustificazione non sta nella ragione, ma nel luogo, appunto “il qui da noi”. La collocazione geografica di Luino è molto importante in questo senso, e l’attenzione per i luinesi, molto spesso, è volta al di là del confine. Per quanto riguarda la “mentalità chiusa” alle novità penso che dipenda in larga misura dalla coscienza della propria natura, di chi si è. Sembra un paradosso: quanto più sai chi sei e nutri la ragionevole speranza di trasferire nelle generazioni future quello che sei, tanto meno hai paura di chi, per la sua diversità, potrebbe diluire il tuo messaggio. E’ molto più probabile che diventi luinese quanto sei tu. Ma se noi hai tradizione o non la fai valere, quale modello puoi proporre? Insomma, mi pare che una persona radicata nel suo pensiero sia molto più estroflessa, rispetto ad una che ha paura di perdere se stessa. Se parlassimo ad un uomo con tendenze xenofobe, forse scopriremmo che non è uno che odia, ma uno che ha paura. L’elemento dominante, per lui, è la paura. La diversità è temibile quando è minacciosa, ma quando si tratta di una diversità senza pericoli, perché basti tu a difendere la tua identità, questa è molto ma molto più facile da gestire. Così, assente la paura e la debolezza di tradizione, la diversità sembra essere una fantasia in più, un colore in più. Il ritrovamento delle proprie radici può risolvere molte questioni.

Questo potrebbe bastare per migliorare Luino sia dal punto di vista sociologico, ma anche politico e culturale?

Attenzione, il mio è un discorso astratto e come tale potrebbe influire sul modo di pensare, ma non va direttamente alla realtà: qui occorrono i tecnici e i politici. Il problema è che Luino ha perso e sta perdendo tutta la sua industrialità. Era pieno di fabbriche decenni fa, ora non ce n’è quasi più. C’è un impoverimento del territorio. Con “Frontiera” avevamo analizzato e sottolineato che ogni volta che chiude una ditta si è soliti distruggere tutto, spianare il luogo magari per costruire un supermercato un nuovo condominio, o ville o un altro bar. Non è saggio, anzi, non è lungimirante. Quando una fabbrica chiude lascia un vuoto non solo spaziale ma anche storico (nei ricordi della comunità) e culturale (nella cultura tecnica). Fa un buco nella memoria, rompe la continuità con le proprie radici. Andrebbero riempiti questi siti con equivalenti imprese, con spazi offerti, destinati a chi vuole intraprendere qualcosa. Se l’industria è come la sorgente, che germina prodotti, il supermercato, invece, è una via di passaggioun’autostrada, non lascia niente alle terre che attraversa. Il suo bilancio va in conto agli individui, non alla collettività: e così finisce quando finisce la convenienza. Se c’è un’impresa o un luogo di incontro (ad esempio una sede per mostre, convegni, associazioni …), prima o poi sorge un’idea, e dall’idea viene un’altra impresa, e infine una tradizione…

Come pensa potrebbe cambiare in meglio Luino? Come la vede tra vent’anni?

Riscontro che attualmente non si trova un luogo intermedio per l’aggregazione delle persone, che non sia il Teatro Sociale con 400-500 posti, oppure molto più piccolo come era Palazzo Verbania. C’è la fascia dalle duecento alle duecentocinquanta persone che è possibile radunare su temi particolari, ma non ha una pubblica sede (con Frontiera l’ha avuta, ma all’ IMF che è una fabbrica privata, senza alcun aiuto pubblico). Bisognerebbe avere un nucleo culturale di questa capienza su cui coinvolgere iniziative e confrontarsi. E’ positiva l’idea della Biblioteca, strutturata bene, un incrocio tra una casa dei libri, un luogo di lettura, di recita, di festa: qualcosa di allegro. Sarebbero necessari altri posti come questi; ad esempio, bisognerebbe trovare un destinazione analoga alla Colonia elioterapica di Germignaga. E’ una destinazione bella, e a volte i luoghi belli, fanno venire idee belle.

Per quale ragione secondo lei c’è questa differenza tra Luino, Maccagno e Germignaga?

Questo è un dato di fatto. E’ come se Luino non abbia un punto di equilibrio. Era zona industriale ed è diventata zona turistica. Era zona turistica, ma come possiamo definirla tale se ha un solo albergo? E’ luogo di ville: ha il villaggio olandese, la costa tedesca… sono tutti aspetti di disgregazione, non di aggregazione. Il residente in villa nel periodo estivo fa fatica a vivere il paese, sta nel suo. E’ difficile contrastare gli eventi economici. Mi chiedo, ma un fruttivendolo a Luino dov’è? Ci sono cento bar, quello sì. Non necessariamente deve esserci un fruttivendolo, visto che il mercoledì c’è il mercato. Però il mercante passa, vende e va. Il fruttivendolo qui ci vive, e dovrebbe tenerci al suo posto. Luino penso sia senza baricentro, nonostante le bandiere di Chiara e Sereni. Non vorrei che diventasse un paese di spaesati.

Quello del professor Radice è un semplice punto di vista di chi ha sempre vissuto e continua a vivere la città di Luino, sia socialmente che culturalmente. Alcune affermazioni, però, non possono che essere condivisibili, non per partito preso, ma soprattutto per fare autocritica, analizzare i problemi del paese e provare a migliorarli sia dal punto di vista politico, sia da quello culturale e sociale.

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