19 Gennaio 2016

Il tentato suicidio della ragazzina a Pordenone tra i problemi dell’adolescenza ed il bullismo. L’analisi della dottoressa Saccucci

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Una ragazzina di seconda media, di 12 anni, si è gettata dal secondo piano della propria abitazione restando ferita in modo grave, a Pordenone. Prima di lanciarsi nel vuoto, la piccola ha lasciato due lettere sulla scrivania: una ai genitori, scusandosi per il gesto; l’altra ai compagni di classe, con una frase emblematica, “adesso sarete contenti”. Ad intervenire è la psicologa e psicoterapeuta, dottoressa Alessia Saccucci, che analizza il fenomeno sociale del bullismo legato al suicidio.

(chedonna.it)

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“Oggi dovevo tornare a scuola dopo la malattia, ma io non ce la facevo a rientrare in quella classe. Avevo paura di urlare al mondo i miei timori e così ho deciso di farla finita”. E’ quanto ha raccontato la dodicenne, da terra, dove era ferita ma lucida dopo essersi lanciata dalla finestra di casa, alla prima persona che l’ha soccorsa, un vicino di casa. La ragazzina è finita prima sulla tapparella del piano sottostante, che ne ha frenato la caduta, poi a terra. Rimasta sempre cosciente, la piccola è stata immediatamente soccorsa e ricoverata con prognosi riservata nel reparto di Terapia Intensiva di Pordenone, dove i sanitari le hanno diagnosticato numerose fratture. Per il sospetto interessamento dell’area spinale, si sta ora valutando il trasferimento all’ospedale di Udine. La madre si è accorta della vicenda quando, entrando nella sua camera, non ha trovato la figlia notando la finestra aperta. Allora si è affacciata e l’ha vista nel cortile. Le lettere lasciate sulla scrivania non sono state scritte ieri ma riportano una data della settimana scorsa, probabilmente giovedì.

Il tentato suicidio della ragazzina a Pordenone tra i problemi dell’adolescenza ed il bullismo. L’analisi della dottoressa Saccucci“Questo ennesimo caso di cronaca su una dodicenne che manifesta in modo tanto potente la propria sofferenza ci mette a confronto con temi importanti e delicati come il bullismo ed il suicido, spesso difficili da comprendere ed affrontare, ma di estrema rilevanza – racconta la psicologa e psicoterapeuta, dottoressa Alessia Saccucci -. Per provare a dare una lettura di quanto accaduto a Pordenone, dobbiamo innanzitutto partire dal delineare alcuni aspetti importanti della fase di vita in cui spesso i protagonisti di questi avvenimenti si trovano: l’adolescenza. Gli adolescenti devono affrontare una fase molto complicata in cui sono messi a confronto con cambiamenti che coinvolgono lo sviluppo cognitivo, fisico, psicologico e morale.

In questa delicata e confusa transizione dall’infanzia all’età adulta i fattori che maggiormente possono causare malessere e disagio sono quelli legati all’immagine corporea (un corpo che cambia e necessita di riconoscimento ed accettazione) ed al proprio ruolo sociale (un ruolo che deve essere scoperto e riconosciuto da sé stessi e dagli altri). In questa ricerca di ruolo vissuta dagli adolescenti, un posto fondamentale è rivestito dai loro coetanei: sentirsi parte di un gruppo ha molta importanza nella vita dei giovani. I membri sono accomunati dal modo di vestire, dal genere musicale ascoltato, dal modo di pensare, dai luoghi frequentati, dalle abitudini giornaliere.

È attraverso questa comunanza che l’adolescente trova un’identità collettiva, in cui sperimentare, riconoscere e far riconoscere il proprio ruolo sociale. Spesso però, entrare a fare parte di un gruppo e sentirsi da esso accettato, non è semplice.

Si inserisce a questo punto l’altro grande tema che sembrerebbe essere collegato al gesto della dodicenne: il bullismo. Per bullismo si intende un insieme di azioni ripetute nel tempo dirette a prevaricare/umiliare/vittimizzare un bambino/adolescente (percepito come più debole) da parte di un altro bambino/adolescente. Importante sottolineare che il termine si riferisce al fenomeno nel suo complesso e comprende i comportamenti della vittima, del bullo e anche di chi assiste. Si può fare una distinzione tra bullismo diretto (dove gli attacchi alla vittima sono espliciti), bullismo indiretto (quando la vittima è danneggiata nelle sue relazioni attraverso l’esclusione dal gruppo, la diffusione di pettegolezzi e/o l’isolamento) e il cyberbullismo (quando le azioni si verificano attraverso il web). Un aspetto particolare di questo ultimo tipo di bullismo, è che sebbene non si discosti per caratteristiche dagli altri tipi, ha la peculiarità di poter raggiungere un maggior numero di persone e soprattutto di essere caratterizzato dall’assenza del “corpo”, fatto che implica spesso una possibile esasperazione di atteggiamenti aggressivi ed umilianti senza che il ragazzo ne sia del tutto consapevole (come spiegato in un mio precedente articolo la distanza fisica porta ad una minore consapevolezza della gravità degli atteggiamenti tenuti, non solo quando si parla di adolescenti).

La frase che la ragazza sembra aver scritto nella lettera destinata ai suoi compagni di classe, “adesso sarete contenti”, non lascia dubbi rispetto al fatto che non si sentiva accettata dal proprio gruppi di coetanei. Non sappiamo che tipo di bullismo abbia subito e nemmeno con esattezza se si sia sentita aggredita, umiliata o isolata. L’unica cosa che possiamo dedurre con certezza dal suo disperato gesto è la sofferenza che queste condotte le hanno causato.

I minorenni pensano al suicidio o arrivano a cercare di attuarlo più del resto della popolazione, fortunatamente spesso non riescono a metterlo in pratica come fanno gli adulti. Bisogna sottolineare, come più volte evidenziato da ricerche ed evidenze cliniche, che il gesto suicidario è sempre rivolto verso qualcuno: la crisi suicidale è sempre legata a sentimenti (immaginari o reali) di perdita. Nel caso degli adolescenti quasi sempre la perdita a cui si fa riferimento è quella della speranza di poter essere amato, ammirato ed accettato per ciò che è (una sorta di aspetto “narcisistico” legato all’esposizione al dolore per l’insuccesso, allo scherno dei coetanei, alla delusione del non soddisfare le aspettative genitoriali).

Una costante emersa in praticamente tutti i colloqui e le analisi situazionali successivi ai tentati suicidi, è la presenza di una specifica emozione: la vergogna. Tale situazione acuta ed avvilente determina una inibizione delle altre funzioni mentali, rendendo più facile per questi ragazzi e ragazze ascoltare la “richiesta” che quasi sempre fa seguito al terribile vissuto della vergogna: il bisogno di scomparire, nascondersi e non dover affrontare la mortificazione ingiusta ed intollerabile che sentono attenderli. Molte volte il timore è di essere di fronte ad una “realtà” negativa non più celabile nemmeno a sé stessi, confrontati con la necessità di integrarla nella propria esistenza e nelle proprie relazioni. Spesso nel ricostruire gli avvenimenti e le emozioni precedenti nel gesto suicidario un grosso peso è rivestito dalla terrificante prospettiva di non avere più modo di nascondersi: questa angoscia, che prende forma nel tentativo di suicidio, è spesso legata alla paura di dover subire umiliazioni intollerabili o alla reazione ad un evento sociale/relazionale vissuto come mortificante e crudele.

L’intervallo di tempo che precede il gesto suicidario, è spesso caratterizzato da tentativi inutili di stabilire relazioni umane soddisfacenti. Questa serie di insuccessi (regolarmente verificabili nelle indagini a seguito del gesto) rinforza la convinzione dell’adolescente che ogni sforzo per essere accettato con le sue caratteristiche sia inutile: questa serie di dolori irrisolvibili possono spingerlo a vedere la morte come unica soluzione. Un ruolo importante può talvolta essere svolto dagli insegnanti, che con attenzione e sensibilità possono provare a cogliere segnali di disagio e insofferenza che possono non essere visibili in modo diretto dalle famiglie.

Possono esistere diversi significati dietro al gesto suicidario. Un aspetto che può talvolta essere importante nei suicidi, o tentati suicidi, è quello della “vendetta”. Il messaggio lasciato per i compagni di classe, in questo caso, può farci riflettere sul fatto che il tremendo dolore provato da questa ragazza per l’atteggiamento ricevuto, l’abbia portata forse a poter considerare il suo gesto come mezzo per far provare alle persone, che fino a quel momento non avevano dimostrato comprensione nei suoi confronti, un certo grado di dolore e senso di colpa. Sarà importante intervenire e parlare anche con questi altri ragazzi e ragazze (giovanissimi anche loro) aiutandoli a riflettere sulle conseguenze delle loro azioni, permettendogli di elaborare e comprendere quanto accaduto per gestire al meglio i loro comportamenti futuri.

Gli esperti valutano la possibilità di ricadute con una percentuale che va, a seconda delle situazioni, dal 30% al 50%. Va ulteriormente considerato che il principale fattore di rischio per morte da suicido è il fatto di averlo già tentato precedentemente. È per questo motivo che le modalità relazionali dell’adolescente e della sua famiglia vanno necessariamente messe in discussione e rinnovate: le modifiche riguarderanno i comportamenti, i rapporti, i progetti, le identità ed i valori. Solo se qualcosa di significativo si modificherà nella vita dell’adolescente si potrà ritenere diminuito il rischio suicidario, e tale mutamento dovrà riguardare tanto il mondo interno dei ragazzi coinvolti quanto il loro ambiente.

In conclusione mi sembra fondamentale sottolineare l’importanza di osservare il suicidio (in questo caso tentato e fortunatamente non riuscito), come l’espressione di un disperato tentativo di recuperare il controllo, ma anche e soprattutto come un comportamento carico di intenti comunicativi. Un gesto che per quanto “tremendo” lascia intendere il forte bisogno di esprimere un messaggio.

Come dice lo psichiatra psicoterapeuta, esperto di adolescenza G. Pietropolli Charmet “Il tentativo di suicidio appartiene a quel tipo di azioni finalizzate a riannodare i fili di un linguaggio spezzato. Proprio in un gesto che ha le sembianze del rifiuto definitivo di continuare nello sforzo di farsi capire, di trovare un codice che consenta di condividere la rabbia e il segreto, nella resa alla tentazione della morte biologica, è condensata una comunicazione cruciale, che non deve andare perduta: è davvero una questione di vita o di morte”. Di fondamentale importanza risulta comprendere a chi è rivolto il contenuto, non esprimibile a parole, di questo messaggio.

In questo caso la ragazza ha esplicitamente dichiarato il suo malessere per le condotte dei coetanei, ma non possiamo prescindere dal considerare che la “capacità” di far fronte alla sofferenza, così come quella di parlare delle proprie paure e difficoltà è qualcosa che si sviluppa all’interno della famiglia. Queste osservazione non vogliono ovviamente essere un giudizio verso due genitori che in questo momento stanno soffrendo in modo inimmaginabile, e di cui per altro non conosco la storia ed i comportamenti. Le mie parole vogliono essere un promemoria per tutti i genitori sulla necessità di insegnare quotidianamente, attraverso il loro esempio, a bambini e ragazzi l’importanza di comunicare ciò che provano per non restare soli nel proprio immenso dolore, ricordando che li ameranno e sosterranno nonostante le loro debolezze ed i loro difetti”.

[Psicologa e Psicoterapeuta, la dottoressa Alessia Saccucci (cliccare qui per consultare il sito) lavora come libera professionista a Luino, in provincia di Varese. Dopo aver conseguito la Laurea in Psicologia ad indirizzo Riabilitativo ha ottenuto la Laurea Specialistica in Psicologia, indirizzo Clinico-Dinamico, presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha in seguito concluso una formazione quadriennale in Psicoterapia Cognitivo-Costruttivista presso il Centro Terapia Cognitiva di Como, specializzandosi con il massimo dei voti e lode. Numerosi i corsi frequentati, maturando sia esperienza clinica che esperienza come educatrice].

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