25 Ottobre 2015

“Psiche, media e social network”: cosa ci aspettiamo pubblicando qualcosa su Facebook? Quali le conseguenze?

Tempo medio di lettura: 4 minuti

Ottavo e penultimo appuntamento con “Psiche, media e social network”, un viaggio nel mondo della psicologia che continua a spiegare, grazie alle risposte della psicologa e psicoterapeuta, Alessia Saccucci, alcune dinamiche riguardanti la psiche umana. Il riferimento va a quello che accade nel mondo, all’uso dei Social Network e, soprattutto, alla loro reazione/interazione.

La dottoressa, psicologa e psicoterapeuta, Alessia Saccucci

La dottoressa, psicologa e psicoterapeuta, Alessia Saccucci

Oggi la dottoressa Saccucci spiegherà quali sono le aspettative e quali le potenziali reazioni degli utenti nel pubblicare qualcosa su Facebook o nell’osservare ciò che viene pubblicato dai propri “amici virtuali”. Non solo alcune potenziali conseguenze negative, ma anche qualche spunto per trarne beneficio e gestire al meglio la propria identità.

Cosa ci aspettiamo pubblicando qualcosa su Facebook? Quali le conseguenze?

La prima questione da affrontare sono le emozioni che spesso ricaviamo dalle nostre interazioni sui Social. Questa necessità di essere “visibili” agli altri, di mostrare ciò che sappiamo, facciamo e desideriamo, può presentare un conto emotivo che non ci aspettiamo. Cosa ci succede, ad esempio, se scriviamo qualcosa e non otteniamo alcun “mi piace”? Che fine fa il nostro pensiero se nessuno lo “accoglie”? Oltretutto Facebook non raccoglie solo i nostri pensieri, ma è anche un contenitore delle nostre emozioni: cosa ci spinge a condividere come ci sentiamo in un dato momento? E soprattutto: cosa ci aspettiamo e vorremmo gli altri facessero?  Se, ad esempio, pubblico il mio dispiacere per un torto subito, quanto contano 6 commenti e 15 “mi piace”?
Per ognuno di noi la risposta sarà differente, potremmo provare a chiedercelo e vedere che conclusioni ne traiamo, giusto per avere un po’ più chiaro quello che desideriamo da queste interazioni e per chiarirci un po’ di più la ragione per cui utilizziamo i Social in un modo piuttosto che in un altro.
Molte ricerche nell’ultimo decennio hanno provato ad indagare quali siano i sentimenti ed i pensieri degli utilizzatori di Facebook. Spesso i risultati hanno mostrato che molti (all’incirca un terzo dei vari campioni) dichiaravano di provare prevalentemente emozioni spiacevoli di fronte allo schermo, oscillando tra la frustrazione e l’invidia. A quanto pare gli aspetti di vita degli altri, gli amici “virtuali”, che più ci infastidiscono sarebbero tempo libero, vacanze ed amore. Tali ambiti promuoverebbero infatti un confronto con la vita personale, generando un conflitto interno che in certi casi può appunto portare alle suddette emozioni spiacevoli.
Il rischio è quello di non riuscire a gestire questa frustrazione e sentimento d’invidia, racchiudendole in un mondo virtuale, ma di avere la tendenza a portare questa attivazione emotiva nella vita quotidiana con conseguenze spiacevoli sulle relazioni “reali”. Peculiarità dei Social Network è quella di creare un background in cui mondo reale e mondo virtuale si fondono, un ambiente in cui le persone possono gestire le loro reti di contatti e la propria identità sociale. Tale situazione può portare la persona a creare un’ identità “fluida”, flessibile ed incerta.
Se per un adulto ben “equilibrato” può essere un vantaggio avere un’identità “fluida”, per un adolescente che sta cercando di costruirsi potrebbe invece diventare un limite, rallentando il processo di costruzione dell’identità.
Un altro aspetto interessante è il fatto che, soprattutto se consideriamo le generazioni recenti, la ripetuta esposizione ai nuovi Media porterebbe un vero e proprio “ri-cablaggio” delle connessioni cerebrali, dando vita a nuove connessioni tra aree cerebrali diverse. I ragazzi d’oggi, infatti, non si impegnano più in attività nelle quali i cervelli umani si sono impegnati per millenni.
Nella maggior parte dei casi non bisogna più impegnarsi “attivamente” per conoscere qualcosa: tutto è mediato da internet e basta cliccare un tasto per scoprire-imparare qualcosa (dalle cose più teoriche come la composizione chimica di una sostanza a quelle più pratiche come costruire qualcosa). Il “contro” derivante da questa situazione é il fatto che questo nuovo “mondo”, fatto di stimoli continui, porterebbero gli individui quasi a regredire ad uno stato simile a quello infantile, dove i bambini sono attratti da luci e rumori in quanto dotati di scarse capacità attentive ed intellettive.
Nonostante questi aspetti, è possibile che ne derivino anche effetti positivi, come avere una maggior capacità di affrontare gli stimoli ed essere più veloci. Tutti questi cambiamenti infatti, anche in ambito cerebrale, potrebbero essere un naturale risultato dei cambiamenti culturali, per questo motivo non è detto che siano per forza peggiorativi, potrebbero anche portare a dei miglioramenti in ambito cognitivo; gli studi su questi argomenti sono ancora troppo pochi e recenti per poterci dare delle risposte “certe”.
Altro tema da considerare è quello del rischio di perdere il senso della misura e dei confini: il Web è, infatti, un “luogo-non luogo”, pur avendo una base fisica e materiale (router, schermo, tastiera, ecc) la sua esistenza supera questi confini. È un luogo “metafora” in cui è concreto e reale il rischio (in particolar modo per i più giovani, ma anche per noi adulti) di perdersi in questo vortice virtuale, dai confini indefiniti ed in cui ci si sente quasi obbligati a restare; in questo modo rischiamo di essere non più utilizzatori di uno strumento, ma di esserne totalmente “assorbiti”. Questo fenomeno si è amplificato a dismisura con l’avvento degli smartphone, “grazie” o “per colpa” dei quali si ha la possibilità di restare connessi in qualunque momento, luogo e situazione.
Ultimo aspetto da considerare è il pericolo di poter considerare il mondo virtuale come un’estensione della propria mente: un luogo che riflette atteggiamenti, gusti e modi di essere. Se pensiamo agli adolescenti, ed al fatto che lo sviluppo del proprio Sé è possibile anche grazie al confronto con lo spazio psichico allargato (famiglia, pari, scuola) comprendiamo subito quanto il Web possa entrare prepotentemente a far parte di questo meccanismo. Con la differenza che queste relazioni e stimoli non sono mediate da alcun aspetto “concreto” di vicinanza fisica ed emotiva.
Per questi giovani, costantemente raggiunti da stimoli diversi ed infiniti, il rischio è di diventare dei “bulimici sensoriali”: incapaci di scollegarsi da questa realtà per il terrore di perdere la propria identità.

Psicologa e Psicoterapeuta, la dottoressa Alessia Saccucci (cliccare qui per consultare il sito) lavora come libera professionista a Luino, in provincia di Varese. Dopo aver conseguito la Laurea in Psicologia ad indirizzo Riabilitativo ha ottenuto la Laurea Specialistica in Psicologia, indirizzo Clinico-Dinamico, presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha in seguito concluso una formazione quadriennale in Psicoterapia Cognitivo-Costruttivista presso il Centro Terapia Cognitiva di Como, specializzandosi con il massimo dei voti e lode. Numerosi i corsi frequentati, maturando sia esperienza clinica che esperienza come educatrice.

Per approfondire:

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  5. “Psiche, media e social network”: quali i rischi per i giovani utenti?
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