21 Febbraio 2015

Berlinale 2015. Intervista a Francesco Clerici, regista de “Il gesto delle mani”

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Entusiasmo e gratitudine: sono queste le sensazioni che traspaiono dalle parole di Francesco Clerici, giovane regista milanese e fresco vincitore del premio FIPRESCI (Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica) alla Berlinale 2015. Il suo lungometraggio, Il gesto delle mani, racconta per immagini una storia poetica e reale: quella della trasformazione di un’opera d’arte dello scultore Velasco Vitali da cera a bronzo, grazie al lavoro di maestri artigiani silenziosi presso la storica Fonderia Artistica Battaglia di Milano. Il film di Clerici parte da un presupposto ben preciso, lo stesso degli antichi greci che non distinguevano arte e artigianato; il termine Techné li racchiudeva entrambi. Una visione artistica e cinematografica che si rifà anche alle parole di Lerry Shiner: “… coinvolgendo tante mani e tante teste, l’Arte è sempre stata una questione di collaborazione.”

Hai studiato storia dell’arte. Non è quindi un caso tu abbia scelto di raccontare attraverso un documentario l’arte della scultura. Perché hai scelto proprio le Fonderie Milanesi e in particolare Velasco Vitali?

La storia dell’arte è piena di storie che fanno pensare a contraddizioni e lanciano domande senza risposta: si studiano meravigliose decorazioni lignee, architetture civili, storie di botteghe di artisti, oppure si scopre che Michelangelo dopo la Cappella Sistina ha realizzato dei meravigliosi pupazzi di neve (pagati e considerati esattamente come i suoi affreschi). Poi negli ultimi secoli si è assistito ad un progressivo spostamento dell’interesse dalla tecnica all’idea, che spesso è divertente ma alla lunga noioso (ovviamente secondo me). Velasco Vitali è un artista in cui idea e tecnica ancora si scambiano pari importanza: una è la soluzione dell’altra, sono collegate da una catena ben salda e su cui si regge una poetica complessa e sfaccettata. La Fonderia è il luogo senza tempo in cui l’arte è rimasta nella dimensione dell’umiltà della tecnica e allo stesso tempo nella solennità della creazione dell’opera finale. Mi è sempre interessata l’arte come lavoro e mai l’opera d’arte come reliquia religiosa. Il lavoro come arte.

Prima de Il gesto delle mani, nel 2011 hai girato un documentario sull’istituto Marchiondi-Spagliardi, riformatorio per ragazzi “problematici”. Un’urgenza espressiva certamente diversa. Cosa ti ha lasciato quel tipo di lavoro? 

Sia la Fonderia sia l’Istituto Marchiondi sono due luoghi che in qualche modo mi hanno spinto a riflettere sullo spazio (sempre lo stesso nelle storie del Marchiondi, sempre lo stesso nelle storie della Fonderia), sui gesti che in quest’ultimo vengono compiuti in periodi diversi, sul tempo che in entrambi i luoghi sembra non esistere davvero ma vivere in un’altra dimensione, più astratta. Dal punto di vista cinematografico non sono però paragonabili: Il documentario sul Marchiondi mi è servito da palestra per imparare e per sbagliare (tanto). Avevo 24 anni ed era un po’ il primo tentativo di approcciarmi a certe cose. Forse anche per questo poi ho aspettato sei anni prima di “licenziare” un lavoro che volevo più rigoroso e più “adulto”. Però Storie nel cemento si apriva con una citazione di Perec che sarebbe perfetta anche per Il gesto delle mani: “Gli abitanti di uno stesso edificio vivono a pochi centimetri di distanza, separati da un semplice tramezzo, e condividono gli stessi spazi ripetuti di piano in piano, fanno gli stessi gesti nello stesso tempo” (Perec, La vita: istruzioni per l’uso).

A proposito di palestre: oltre che dal documentario sul Marchiondi da quali altre esperienze hai tratto “insegnamento”? 

Ho lavorato tanti anni a stretto contatto con i bambini e i ragazzi delle scuole (dalle elementari ai licei, ai centri di aggregazione) cui ho insegnato tanto ma da cui ho imparato moltissimo. Uno dei primi corsi che tenevo (con le terze elementari) si chiamava “Raccontiamoci in dieci gesti”. I bambini dovevano raccontare una giornata di scuola solo usando dieci inquadrature su dieci gesti che appartenessero al loro “orizzonte visivo quotidiano”: collezionisti di punte di matite colorate, battaglie fra dita, faccine disegnate sulle gomme, palline fatte con la colla UHU… gesti e dettagli che solo loro avrebbero potuto riportare alla memoria degli adulti. Loro hanno imparato a raccontarsi con un cortometraggio ma io ho imparato tantissimo dalla loro freschezza e purezza visiva. Imparare insegnando è un buon modo per rimanere sempre curiosi.

Hai appena vinto il premio della critica al Festival del Film di Berlino. Un giovane regista come ci arriva alla Berlinale?

Facendo un buon lavoro credo, scegliendo un festival adatto al suo film (l’avessi mandato anche solo alla sezione Panorama dello stesso festival non credo l’avrebbero preso), e rimanendo sempre molto autocritico: a volte è meglio esagerare nell’autocritica che nell’autocelebrazione (o almeno a me viene più facile, e mi sembra più costruttivo).

Forse il cinema del reale sta finalmente tornando ad essere considerato e premiato. Penso alla vittoria di Sacro Grà a Venezia. Qual è la sua funzione secondo te? Cosa fa di un documentario un buon film?

Un documentario è un film (questo è un presupposto basilare per poter tornare a considerarlo nel modo dignitoso che gli spetta e vederlo al cinema): leggo spesso frasi del tipo “non si tratta di un film ma di un documentario”, che è un po’ come dire “non si tratta di frutta, si tratta di mele”. Il bello del cinema documentario è che riesce a raccontare una finzione passando attraverso la realtà, piegandola però a favore di una storia. Cos’è vero e cosa no? Cosa è davvero reale? Lo stimolo allo spettatore arriva in modo secondo me più diretto.

E adesso che succede Francesco? Quali saranno i tuoi prossimi passi nel mondo cinematografico? 

Andare al cinema a vedere un bel film. E poi seguire un po’ questo documentario nel suo piccolo girare ai festival. Inoltre vedere se è possibile mantenere l’onestà alla storia che si vuole raccontare anche –eventualmente- in un’“opera seconda”, su cui ci sono inevitabilmente più pressioni.

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