6 Febbraio 2014

E’ davvero così importante la riforma delle legge elettorale?

Tempo medio di lettura: 21 minuti

Una tra le tematiche di attualità più calde degli ultimi mesi è sicuramente la riforma della legge elettorale. “Lo Stivale Pensante” è voluto andare ad intervistare il giornalista Marco Ottanelli, chiedendogli delucidazioni sui tanti dubbi sorti su questo “nuovo” progetto di legge, con riferimenti alla Prima e alla Seconda Repubblica, ai paesi stranieri, alla Costituzioni, ai partiti, alla classe dirigente e quant’altro. Insomma, un’intervista a 360°.

Marco Ottanelli, uno dei fondatori della rivista online "approfondendo.it"

Marco Ottanelli, uno dei fondatori della rivista online “approfondendo.it”

Marco Ottanelli, di Firenze, dopo una esperienza a “Cuore”, ha collaborato con molte testate cartacee, radiofoniche e on line. Autore di un testo sulla Costituzione italiana per le scuole, di un libro sulla immunità parlamentare, e autore di un capitolo di ricostruzione storica nel libro “la ballata del sacco di Prato”, scrive sulla rivista on line www.approfondendo.it e con la radio web Radio Fleur.

– Analizziamo uno tra i temi più discussi a livello nazionale: la riforma legge elettorale. Partiamo dal referendum sul maggioritario. In che modo avevano scelto di votare i cittadini italiani?

Premetto che è veramente incredibile e peculiare come in Italia si parli così tanto, e da così tanto tempo, della legge elettorale… è proprio una cosa che, pur avendola analizzata da ogni punto di vista, continuo a non capire. Pare che tutti si sognino chissà quale risultato pratico dalla formula matematica con la quale si assegna ad un partito un tot di seggi rispetto agli altri, quando i nostri destini, e quello dello Stato, dipendono da tutt’altro …ma tant’è! Dunque, i referendum sono due: il primo è del 1991, fortemente voluto da Mariotto Segni e dal neonato PDS, esplicitamente diretto politicamente contro il CAF, la corrente andreottiana ed il PSI in particolare; esso prevedeva la sostituzione della possibilità di esprimere tre preferenze con la preferenza unica, indicata come soluzione immediata e definitiva della influenza della criminalità sulle scelte elettorali, e come panacea contro la corruzione. Non andò esattamente in quel modo, come si è purtroppo visto. Il secondo è del 1993, cioè si colloca dopo lo scoppio di Tangentopoli, in un momento di furibondo risentimento anti-politico. Proposto dai radicali, abrogò alcune norme della legge del 1948 (legge scritta dalla Assemblea Costituente) per l’elezione del Senato, eliminandone in definitiva la parte proporzionale, e lasciando un sistema maggioritario uninominale senza preferenze, senza neanche quella unica. Nel clima suddetto, ricordiamo, vennero proposti alcuni referendum apertamente anti-sistema. Mentre in TV scorrevano le immagini di assessori, deputati, ministri e segretari inquisiti, arrestati, processati, l’effetto trascinamento del referendum per l’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, indicati come ladri e corrotti, fu potente ed inarginabile. Tutti andammo a votare con fervore, non tutti con lo stesso discernimento critico. Ad un quesito chiaro e semplice quale “volete voi abrogare il ministero dell’Agricoltura”, il Popolo sovrano rispose in massa “sì”, salvo poi ritrovarsi senza un referente italiano ai consigli dei ministri europei sulla politica agricola, senza un centro per lo smistamento dei fondi europei, senza un luogo che regolamentasse un settore vitale della nostra economia. In fretta e furia, fu necessario istituire per legge un ministero-clone. Nessuno, in tutta onestà, fu in grado di capire la natura e le conseguenze del quesito elettorale, scritto in modo francamente incomprensibile. I due referendum sono quindi, analiticamente, due successive rinunce a due diritti – prima, quello di scegliere una rosa di nomi, poi quello di sceglierne anche uno solo- collocate in due momenti storici però straordinariamente diversi. Con la conseguente riforma anche della legge elettorale della Camera arrivammo al Mattarellum. Da quel momento in poi alle segreterie venne dato il potere assoluto ed insindacabile di decidere chi sarebbe stato eletto e chi no.

La Camera dei Deputati (fuis.it)

La Camera dei Deputati (fuis.it)

– Qual è stato il risultato di quelle tornate elettorali, con il “Mattarellum”? Chi aveva premiato, chi aveva penalizzato? 

Le elezioni del 1994, 1996 e 2001, quelle svoltosi con la Legge Mattarella, videro vincere – anzi trionfare – due volte su tre lo schieramento di Berlusconi, e vincere risicatamente una sola volta quello di Prodi. Il sistema tanto amato dal centrosinistra si dimostrò straordinariamente adatto, direi perfetto, per il berlusconismo. Ho analizzato i numeri in un articolo che mi permetto linkare, visto che riassumerlo qua è impossibile. Posso però provare a spiegare il perché di questi risultati. In primo luogo, l’uninominale, con il quale si eleggevano il 75% dei parlamentari, è un sistema particolarmente favorevole ai piccoli partiti localizzati e che penalizza fortemente i partiti di medie dimensioni distribuiti, però, su tutto il territorio nazionale. La Lega, quindi, riuscì a mietere raccolti da favola, concentrando tutta la sua forza in un territorio delimitato. Nel 1994, ad esempio, con solo l’8% dei voti a livello nazionale, ma con picchi del 29% in Lombardia, guadagnò la bellezza di 117 deputati: 10 per la parte proporzionale, e 107 con il maggioritario! Il Partito Popolare ebbe l’11% dei voti, quindi più della Lega, ma equamente distribuito in tutte le province, ottenne solo 33 deputati. In secondo luogo, l’uninominale favorisce i partiti con elettorato acritico, fideista, leaderista. Questo fu un fattore determinante in tutti i collegi incerti che sono la maggior parte: in questi collegi, una piccola quota di elettori, quelli che potrebbero votare indifferentemente l’una o l’altra coalizione, e che decidono spesso su base istintuale, magari all’ultimo minuto, può causare non il semplice spostamento di qualche punto percentuale tra partiti, ma, per la regola “il vincitore prende tutto”, la vittoria o la sconfitta di un candidato. E questi incerti, cosa voteranno, di norma, tra una coalizione granitica, con un leader forte, indiscusso, con un programma semplicistico ma definito, ed una con più leaders tra loro competitivi, divisa su tutto, conflittuale, con tensioni interne continue e cambiamenti di segreterie, di candidati premier e di alleanze continui?

– Credo che la risposta sia il riferimento metaforico a questi ultimi vent’anni di politica italiota. Ma, secondo te, proprio in relazione a queste dinamiche politiche, quali sono gli aspetti negativi e quelli positivi della “Mattarellum”?

Un misto di maggioritario uninominale (75% dei seggi assegnati in questo modo) e di proporzionale (il restante 25, con liste bloccate). Già questo la dice lunga sulla sua farraginosità. L’aspetto positivo che riconosco alla legge Mattarella è quella di aver permesso la nascita, creazione, affermazione di nuovi partiti dalle ceneri dei precedenti, andati in fiamme nel rogo di Mani Pulite. Peccato che fossero costituiti in gran parte dagli stessi uomini di prima. Sugli aspetti negativi ho invece molto più da dire. Intanto, smentirei subito i due presunti vantaggi sbandierati dagli aficionados del Mattarellum: non è vero che si crea un legame eletto-territorio, e non è vero che l’elettore può scegliere il suo candidato preferito. Per quanto riguarda il primo aspetto, l’illusione che un eletto potesse essere il rappresentante di un dato collegio in Parlamento, è durata lo spazio di una mattina. Non solo non sarebbe stato giusto che lo fosse, data la natura del nostro sistema costituzionale; non solo sarebbe stato impossibile per il parlamentare occuparsi, come chiedevano invece a gran voce gli elettori, di incroci, semafori, mercatini, piccole beghe di quartiere (se scorrete le cronache di quei giorni, sono piene di candidati che raccolgono questo genere di istanze e promettono di risolverle, sapendo di non poterlo fare), dato che il compito del parlamentare è quello di occuparsi della Nazione tutta, mentre quei problemi sono di competenza delle amministrazioni locali; ma spesso il legame candidato-territorio era del tutto fittizio: paracadutati, catapultati, fiondati di ogni genere si precipitarono, o vennero calati, sui collegi blindati o più prestigiosi, gente mai vista prima e, nonostante la profusione di uffici e segreterie di collegio (un costo enorme aggiuntivo a carico della comunità), per la massima parte mai più visti dopo. Il secondo aspetto è proprio una sfacciata menzogna: ma come si fa a dire che all’elettore veniva data la possibilità di scegliere il “suo” candidato, se, visto che nella scheda erano presenti solo i simboli delle coalizioni, non poteva neanche scegliere il singolo partito? Chi mai, degli elettori dell’Ulivo, sapeva se il tizio il cui nome leggeva accanto al simbolo era dei DS, o della Margherita, o di Rinnovamento Italiano, o della Lista Dini, o dell’Udeur di Mastella? E, se anche lo avesse saputo, quale alternativa poteva avere, nel caso non fosse quello un candidato gradito, se non votare l’altro, cioè quello del Polo? Dove è la libertà di scelta? Una simile possibilità si può verificare in paesi come quelli anglosassoni, dove il candidato, la sua personalità, la sua figura politica, il suo programma, sono preponderanti rispetto al partito, che a lui si adegua, conforma, adatta, addirittura “nasce” attorno a lui, come negli USA. Da noi, dove i partiti sono i più strutturati, rigidi, verticisti, compromessi e legati a doppio filo con l’economia e la finanza, dove i partiti controllano ogni aspetto della vita pubblica, il candidato è solo un ingranaggio delle segreterie. Dal punto di vista tecnico, e qua chiedo scusa per la lungaggine, poi, la legge Mattarella era un guazzabuglio di recuperi, resti e ripescaggi a livello regionale e poi nazionale da rendere assai poco trasparente il passaggio dal voto alla elezione. Il più cervellotico di tutti gli inghippi era però lo scorporo: ogni candidato nell’uninominale aveva l’obbligo di collegarsi ad una lista presentata nella parte proporzionale. Alla lista collegata al vincitore di collegio, veniva sottratto (scorporato) un numero tot di voti (un numero pari a quelli presi dal secondo arrivato nel collegio stesso), con la conseguenza che il partito che appoggiava il candidato vincitore veniva penalizzato, mentre gli altri venivano premiati nella parte proporzionale. Come se non bastasse, gli elettori non avevano modo di sapere a quale lista un candidato si collegasse, con la conseguenza che, sostanzialmente, non potevano sapere cosa avrebbero votato e a cosa avrebbero sottratto voti. Di più: onde aggirare la legge, i partiti fecero presentare una serie di liste fittizie, le cosiddette “liste civetta”, alle quali tutti i loro candidati si sarebbero collegati, e che sarebbero state le uniche a soffrire dello scorporo, mentre ai partiti “veri” sarebbe andato voto di collegio e di quota proporzionale per intero, un doppio premio, insomma. Mi rendo conto che è complesso, ma la realtà lo era ancor di più. Per fare due esempi noti, nel 2001 l’Ulivo, in Toscana, convinse l’ingenuo partito dei Comunisti Italiani a fungere da lista civetta. Il risultato fu che esso venne azzerato dallo scorporo. “Non avevamo capito come funzionasse, mi sa che ci hanno fregato”, mi disse, ad Empoli, uno dei loro dirigenti. Il Polo di Berlusconi invece fece collegare tutti i suoi candidati in Italia alla risibile lista “Abrogazione Scorporo”, alla quale quindi vennero sottratti tutti i voti presi dai candidati del Polo. Il risultato fu paradossale: Forza Italia risultò avere più eletti di quanti fossero i suoi candidati, ne aveva così tanti che non si riuscì a trovare chi mandare al Parlamento. E per quella legislatura, la Camera rimase con 15 seggi vacanti! Con una certa volontaria esagerazione, affermo che con il Mattarellum nessuno sapeva dove e a chi sarebbe finito il suo voto.

Il Senato della Repubblica (it.ibtimes.com)

Il Senato della Repubblica (it.ibtimes.com)

– Cos’ha comportato la legge Calderoli, la cosiddetta “Porcellum”, sulle dinamiche di rappresentanza politica e di divisione di seggi? Chi ha premiato e chi ha penalizzato? 

La legge Calderoli era di una semplicità unica: chi arriva primo, vince. E prende, come premio di maggioranza, il 55% dei seggi alla Camera. Inizialmente il computo doveva essere lo stesso anche al Senato, ma il presidente della Repubblica fece notare, prima della promulgazione della legge, che la Costituzione prescrive che il Senato sia eletto su base regionale. Così, il premio di maggioranza fu calcolato regione per regione, ed attribuito al partito risultato primo in ognuna di esse. Tutto questo ha comportato alcune conseguenze sul piano tecnico, ed altre su quello politico. A livello tecnico, si è acuito il rischio (già ampiamente presente nel Mattarellum) di maggioranze diverse tra Camera e Senato. In realtà, qualsiasi sistema bicamerale presenta questo identico rischio, e negli USA succede comunemente. Finché non si obbligano con la forza i cittadini a votare lo stesso partito su entrambe le schede, nessuno può garantire che due camere elettive siano identiche. Quindi, niente avrebbe impedito il verificarsi di questa ipotesi fin dal 1948. Dal 1993 al 2006 si è acuita la differenza tra sistemi di ripartizioni seggi tra Camera e Senato e ancor di più con il Porcellum, anche se, attenzione, non si è mai creata una maggioranza diversa in una delle due camere, al massimo al Senato si è dovuto fare i conti con maggioranze risicate. La questione della mancata maggioranza al Senato è stata drammatizzata in modo eccessivo: secondo me, un governo può benissimo governare con 1 solo voto di maggioranza, se chi lo appoggia non è un voltagabbana, un cambia casacca. Non scordiamoci che le maggioranze son venute meno solo ed esclusivamente per questo motivo, per il passaggio di alcuni senatori da un gruppo all’altro, da uno schieramento all’altro…Dini, Bordon, Razzi, Scilipoti, De Girolamo… tutte persone che ad un certo punto hanno mollato partiti ed elettori e han pensato bene di votare contro i loro ex compagni. La colpa non è certo del Porcellum, ma va ricercata nella mancanza di coesione interna ai partiti stessi. La ratio della legge era quella di dare forza, molta forza, al partito o schieramento vincitore. Ma di fronte alle disgregazioni interne, nulla ha potuto neanche la enorme maggioranza raggiunta da Berlusconi con le elezioni del 2008: abbandonato da molti dei suoi, ha dovuto subire la bocciatura del bilancio consuntivo, e passare la mano a Monti. Il quale Monti ha poi goduto di una sterminata maggioranza parlamentare, e, nonostante questo, ha dovuto cedere proprio su iniziativa di un vendicativo Berlusconi, che gli ha tolto la fiducia. Insomma, puoi avere quanti parlamentari ti pare, ma se non li riesci a controllare… Osteggiata come demoniaca dal centrosinistra, la legge Calderoli si è invece dimostrata molto più adatta a tale compagine, tanto è vero che le ha dato due vittorie elettorali su tre: riequilibrando il peso specifico della Lega, evitando i trappoloni di scorpori e recuperi, e sfruttando al massimo il consenso diffuso a livello nazionale, il centrosinistra, con i seggi regalati dal premio di maggioranza, avrebbe potuto governare senza timori. Peccato che i soliti transfughi, guerre intestine, egoismi, egocentrismi, protagonismi, incompatibilità reciproche abbiano sostanzialmente annullato il risultato.

– La rappresentanza, vale a dire la trasformazione delle percentuali in seggi, è, da sempre, un tema discusso ampiamente da politologi e politici. Se è stato fatto, in che modo si è agito durante il corso della seconda Repubblica per migliorare questo rapporto?

E qua torniamo al Porcellum ed ai suoi difetti. Come tutti i maggioritari, o leggi con premio, esso deformava in modo imprevedibile il rapporto voti-seggi. Lo stesso faceva il Mattarellum e lo stesso farà l’Italicum, sia chiaro! Quindi il difetto è congenito in tutte quelle formule che intendano aumentare in modo artificioso il risultato del vincitore. Perché dunque la Corte Costituzionale ha considerato questa distorsione contraria alla Carta del 1948? Perché il premio di maggioranza veniva concesso a qualunque schieramento fosse arrivato “primo” senza però stabilire una percentuale minima da raggiungere. Quindi, se un partito avesse avuto, faccio il caso estremo, il 2% e tutti gli altri l’1…a quello del 2% sarebbero andati comunque il 55% dei seggi alla Camera! Ma, sopratutto, il problema dei problemi, quello che ha veramente indotto la Corte a pronunciarsi, è che il sistema costituzionale italiano, a differenza di quello di altri paesi dove vige il maggioritario (Regno Unito, Francia, ecc.) è informato al principio della rappresentatività e a quello della garanzia e partecipazione delle minoranze ai processi decisionali e di garanzia. Per come è strutturata la Repubblica Italiana, la sovrarappresentazione di una parte dell’elettorato e del suo partito di riferimento, incide in modo inaccettabile non solo sui lavori parlamentari (qualcuno se lo ricorda, che siamo una repubblica parlamentare, dove le decisioni non devono essere prese da un singolo, ma dall’insieme delle due Camere?), non solo sulla formazione del governo, ma anche sulla elezione del Presidente della Repubblica (che è nientemeno che il garante della Costituzione!), sulla nomina dei giudici della Corte Costituzionale (Corte che poi dovrà sindacare sulle leggi emanate da quel parlamento e promulgate da quel presidente e decidere sui conflitti tra gli organi dello stato), sulla nomina dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura (che non è solo l’organo di autogoverno dei magistrati, e di indipendenza nei confronti di parlamento e governo, ma che nomina anche i magistrati in Cassazione, che poi a loro volta nomineranno alcuni giudici della Corte costituzionale…). Insomma, tutto il sistema democratico costituzionale repubblicano italiano è plasmato sull’art. 1 che afferma la sovranità del popolo, sovranità che si esercita non solo nel momento elettorale (se no basterebbe un televoto!), ma si esplica continuativamente in quel complesso legame di garanzie e controlli reciproci tra tutti i comparti e gli organi dello Stato. Non è tollerabile che un’esigua minoranza possa impossessarsi di tutto tale sistema con un colpo di fortuna elettorale. La maggioranza preponderante dei seggi, dice la Corte, deve corrispondere almeno ad un livello minimo garantito di voti. Ecco, questo era il nodo gordiano del Porcellum, e la Corte lo ha tagliato di netto. Come ho più volte accennato, però, la distorsione dei voti era presente anche nel Mattarellum. Come mai la Corte non ha detto niente, prima? Semplice: perchè nessuno si è premurato di portarle dinanzi tale istanza, mentre contro il Porcellum si sono mobilitati insigni studiosi che hanno combattuto una battaglia di diritto lunga anni, ed alla fine hanno visto accogliere il loro ricorso. D’altronde, lo stesso identico rischio incombe sull’Italicum, e, visto che ora esiste un precedente, la nuova riforma è ad altissimo rischio di incostituzionalità. È per cercare di evitarlo che all’ultimo minuto la soglia minima per ottenere l’accesso al ballottaggio è stata spostata in direzione del 40%, anche se si è fermata al 37 (perchè sia il PD sia Forza Italia, i due creatori dell’Italicum, sanno che non avrebbero mai raggiunto il 40…). Per rispondere all’ultima parte della tua domanda… nel corso della storia della Repubblica, dalla legge-truffa del 1953, alla Mattarella, alla Calderoli, alla Renzi-Berlusconi, mi pare sia sempre stato fatto il contrario di quanto si sarebbe dovuto fare. Il rapporto voto-eletti è essenzialmente stato distorto da queste riforme, e, come si è visto, incrinando i rapporti tra organi costituzionali. Non dico che il proporzionale sia sacro ed incorreggibile, ma si deve pensare che già ai tempi del proporzionale, per il solo fattore indotto dalla divisione in circoscrizioni, e dal numero delimitato di seggi a disposizione, 630, i partiti maggiori godevano di una sorta di premio di maggioranza matematico: si pensi che per avere un senatore in Liguria, nelle elezioni proporzionali del 1979, alla DC bastarono 87 mila voti; il PCI ebbe bisogno di 90.500 voti, mentre il PRI ne dovette raccogliere 206.000 ed il Partito Liberale ben 345.700.

I due protagonisti della potenziale alleanza tra Pd-FI sulla riforma elettorale, Berlusconi e Renzi (formiche.net)

I due protagonisti della potenziale alleanza tra Pd-FI sulla riforma elettorale, Berlusconi e Renzi (formiche.net)

– A questo aspetto, inoltre, si collega anche il fatto che sono anni, ormai, che si parla di riforma di legge elettorale. Credi sia questo il problema della politica e dei cittadini italiani per migliorare la governabilità del paese?

Sono sicuro di no. Il concetto di governabilità è vago, ambiguo e contraddittorio. Cosa vuol dire “governabilità”? Se si tratta di dare forza e potere ai governi, direi che siamo già oltre il massimo possibile consentito, visto che ormai, e lo hanno denunciato tutti gli ultimi presidenti di Camera, Senato e Repubblica, la produzione legislativa va avanti a colpi di Decreti-Legge, tutte cioè norme di produzione governativa che entrano in vigore immediatamente, senza neanche il bisogno di un voto parlamentare (salvo poi essere ratificate entro 60 gg, naturalmente). Ma quale frammentazione, ma quale ricatto dei piccoli partiti! Ma quali tempi lunghi, ma quale navetta Camera-Senato! Si votano solo le norme volute dall’esecutivo! Come si fa a parlare di ingovernabilità, questa è una situazione di ultra governabilità. Se invece per governabilità si intende il “raggiungimento di grandi maggioranze senza fare grosse coalizioni”….beh, a parte che le coalizioni sono la norma, in democrazia, la norma e l’auspicio (il contrario è il Partito Unico…suona male, no?), quelle, le maggioranze, le può dare solo il corpo elettorale con la sua volontà composita, non certo una legge….Ai tempi del proporzionale, la DC sfiorava il 40%, se oggi il più grande partito italiano arriva al 25, cosa possiamo farci, se non chiederci il perché nessuno sia abbastanza convincente? Che prendano più voti, se son capaci! E comunque, si è già detto: grazie ai premi o alle vaste alleanze, abbiamo avuto governi che godevano delle più ampie maggioranze parlamentari d’Europa…. Come mai son caduti lo stesso o hanno concluso, secondo alcuni, troppo poco? Forse perchè hanno eletto persone incapaci, incoerenti, in disaccordo su tutto….Si pensi alla questione padana…Lega e AN, che pur facevano parte della stessa alleanza, stessa maggioranza, stesso schieramento, avevano al riguardo una posizione assolutamente opposta ed inconciliabile. Rispetto alla UE, il partito di Casini doveva ogni giorno combattere contro gli antieuropeisti di Lega e Forza Italia… e sul fronte opposto? Cosa dire delle opinioni costantemente conflittuali sulla giustizia tra Italia dei Valori, Udeur e Radicali? Cosa dire della incompatibilità su laicità e diritti civili che ha opposto non solo partiti e movimenti, ma ha creato spaccature e crisi all’interno dei partiti stessi? E la politica estera della Margherita, era forse la stessa di Rifondazione? Eppure, dall’altro lato, simili debolissime alleanze son state capaci, quando l’hanno voluto, di sfornare leggi e riforme in tempi record, dai noti lodo Schifani e lodo Alfano, fino alle grandi privatizzazioni, fino alle più incredibili riforme costituzionali, che hanno interessato decine e decine di articoli della Carta del 48. E meno male che non c’è governabilità…. Qualcuno forse intende governabilità nell’accezione anglosassone di governance, cioè tutto l’insieme di armonico funzionamento degli apparati pubblici, dalla scuola ai comuni, dai servizi al governo in senso stretto, lo stato ed il parastato, le amministrazioni, insomma. Ma tutto ciò, e quel che produce, non lo determina la legge elettorale. Lo determina la qualità della classe dirigente tutta.

– Nelle scorse settimane Renzi ha detto di aver chiesto anche al M5S una condivisione sulla riforma della legge elettorale. A me sembra che l’idea dei grandi partiti italiani sia quella di “tagliare fuori i piccoli partiti” verso una sorta di bipolarismo. E’ democrazia questa?

È vero, Renzi si è appellato en passant anche ai cinquestelle, ma credo il suo sia stato più che altro un invito ad aderire alle sue proposte. La trattativa, l’unica trattativa vera, la ha aperta e conclusa con Berlusconi. La tua impressione è giustissima: non si può chiamare democrazia la esplicita volontà di far fuori i piccoli partiti (quanto piccoli?) e soprattutto non si può assolutamente tollerare che i due maggiori partiti, anzi, i due capi non eletti in parlamento di due grandi partiti (il M5S aveva preso più voti del PDL, e Forza Italia è solo una parte dello stesso) si mettano insieme a stabilire regole che coinvolgano tutte le formazioni politiche, e che dette regole siano volte ad eliminarne o limitarne alcune, le loro concorrenti. È una vera e propria messa fuori legge di partiti perfettamente legali che rappresentano, nel loro totale, milioni di elettori. Ricordo bene lo scandalo e l’indignazione che accompagnò la famosa bicamerale per le riforme a presidenza D’Alema, ma, santoddio, essa era una commissione costituita per legge, nella quale erano rappresentati tutti i partiti, piccoli, grandi, piccolissimi, nella quale tutti potevano prendere la parola, partecipare alla discussione, votare, approvare, respingere idee, proposte ed emendamenti, e che redigeva verbali regolari che sono disponibili alla consultazione. Qua invece due privati cittadini si son chiusi qualche ora in una stanzetta privata, si son sentiti in telefonate private, e, privatamente, segretamente, senza alcuna documentazione, senza alcuna legittimazione, senza la partecipazione di terzi neanche come semplici osservatori, hanno deciso ed imposto una serie di regole che, oltretutto, tendono a spazzar via chiunque non si conformi e chiunque non si faccia assimilare. Hanno detto “no al ricatto dei partitini”, ma sono loro che hanno posto sotto ricatto l’intero sistema partitico e parlamentare. Mi sorprendo che non vi sia una reazione adeguata né da parte dei garanti del pluralismo democratico (presidenti di Camera e Senato, Presidente del Consiglio, e, su tutti, Capo dello Stato) né da parte della cosiddetta “società civile”, in passato pronta a mobilitarsi in massa per meno, molto ma molto meno. All’estero, una simile eventualità sarebbe del tutto inconcepibile.

– Per quale ragione è difficile trovare una soluzione nel trovare una riforma elettorale migliore per tutti, se il minimo comun denominatore “dovrebbe essere” quello di far il bene degli italiani? 

Perchè i partiti, entità pervasive quanto non mai, che difatto controllano la intera vita del paese, piazzando i loro uomini nella informazione, a capo delle partecipate statali, regionali e comunali, nelle banche, nella finanza, in ogni ganglio vitale della Nazione, non sono affatto interessati ad un approccio scientifico e neutrale alla questione, ma cercano sempre e solo di massimizzare il loro già enorme potere a scapito dei concorrenti. Il dibattito sulla legge elettorale non è mai stato fatto su basi accademiche o costituzionali, ma solo cercando un modo di, scusami l’espressione, fregare l’avversario. Non esiste il minimo comun denominatore, e non può esistere, tra formazioni politiche che si accusano l’un l’altra di essere golpiste, sfasciste, che si fanno una guerra continua in base alla loro unicità, disconoscendo all’altro non solo la facoltà, ma anche la dignità di governare. Infatti, dopo anni e anni di polemiche infinite, quando anche lo stesso Calderoli ha disconosciuto la sua creatura, c’è voluta la Corte Costituzionale, per abrogare il Porcellum e scrivere una nuova legge elettorale. Ben tre parlamenti consecutivi non se ne sono presi la briga, nonostante le roboanti promesse.

Il premier, Enrico Letta, con il neo segretario Pd e sindaco di Firenze, Matteo Renzi (tg3.rai.it)

Il premier, Enrico Letta, con il neo segretario Pd e sindaco di Firenze, Matteo Renzi (tg3.rai.it)

– Cosa credi, poi, accadrà nei prossimi mesi? Andremo al voto con questa legge elettorale?

Letta è sotto il fuoco incrociato dei renziani, che ne disconoscono continuamente il ruolo, del M5S, di Forza Italia e di tutta una pletora di entità che vorrebbero di più per sé stesse, e che sperano di poterlo ottenere dal suo successore. Rischia in effetti di cadere al primo sgambetto. Ma se Renzi vuole davvero inserire nella sua riforma elettorale anche l’abolizione, o il ridimensionamento, o il cambiamento di nomina del Senato (ancora non s’è capito quale delle tre ipotesi sarà quella effettivamente proposta al parlamento), sa perfettamente che ci vuole una riforma costituzionale con tutti i tempi ed i passaggi necessari per farlo, quelli regolati dall’art. 138 . Quindi, almeno nei prossimi mesi, sarà impossibile concludere il combinato delle riforme. Se mai si dovesse andare a votare, si voterebbe con la legge risultante dalla sentenza della Corte costituzionale, che ha abrogato il Porcellum, ma dubito che il PD si possa permettere la decadenza dei suoi progetti di legge istituzionali. Diciamo che il PD, i renziani e Renzi sono prigionieri di due forze opposte: la voglia incontenibile di sostituire Letta immediatamente, ed i freni di carattere temporale imposti dalle loro stesse proposte. A questo punto, la palla passa al centrodestra nel suo complesso (Berlusconi, Alfano, Casini): se riterranno conveniente arrivare alle elezioni con questa normativa, ad un certo punto ci sarà una crisi; se preferiranno attendere l’Italicum, i tempi si allungheranno. Ma Renzi, Berlusconi e compagnia hanno fatto i conti senza l’oste, che in questo caso è rappresentato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale è pronta a sanzionare il nostro paese nel caso si vada alle elezioni prima di un congruo periodo dal cambiamento di qualsiasi legge elettorale. Lo scorso 6 novembre la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Bulgaria, riconoscendo – relativamente al voto del giugno 2005 – una violazione dell’articolo 3 del protocollo n.1 (diritto a libere elezioni) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo in quanto – si legge nel dispositivo – il periodo di un anno richiesto dalla Commissione di Venezia tra l’adozione di sostanziali modifiche alla legge elettorale ed il voto non è stato osservato.

– Nel 2004 D’Alema disse questa frase: “Il voto di preferenza potrebbe essere superato, in molti paesi ci sono delle liste, la gente sceglie sulla base del loro valore, senza il voto di preferenza che determina una competizione all’interno dello stesso partito”. Come giudichi questa opinione? Credi che la preferenza sia utile per migliorare la rappresentanza? 

Come fan quasi sempre i nostri politici, D’Alema mescola qualcosa di certo con qualcosa di opinabile. In effetti ha ragione, quando dice che nei paesi esteri la norma è l’assenza delle preferenze: esse sono casi eccezionali, presenti, se non sbaglio, solo nel Benelux. In Belgio se ne possono esprimere quante se ne vogliono; in Lussemburgo una sola; nei Paesi Bassi una sola, ed è pure obbligatoria. Altrove, o c’è l’uninominale, o c’è la lista bloccata. In Italia, l’istituto permane ancora per le elezioni europee, in qualche regione, e per le comunali. Non è prevista, dal 1993, né alle politiche, né alle provinciali. In tutti i paesi dove mancano le preferenze, però, esistono complesse e articolate leggi sui partiti, cosa che manca completamente da noi. Da noi, i partiti sono associazioni semplici, che non hanno neanche l’obbligo di registrare il loro statuto, e che possono autoregolamentarsi ed autogovernarsi nella più assoluta deregulation, fanno e disfanno quel che vogliono, senza che esista alcun controllo esterno che assicuri un minimo di democrazia interna, di rispetto della costituzione, e di regolarità nei processi decisionali. Persino i bilanci e le operazioni di cassa sfuggono ai controlli, e le donazioni delle quali godono sono in gran parte anonime. I partiti italiani fanno i congressi come e quando pare loro, espellono iscritti regolari e candidano personalità senza tessera, cambiano lo statuto anche in corso d’opera, sono liberissimi di mettere in lista personaggi dalla biografia preoccupante, anche penale, sono liberi di non riconoscere i diritti delle minoranze e autocertificano ogni atto interno. All’estero, non è così: le leggi sui partiti prevedono regole ferree e uniformi, alle quali i partiti, le segreterie, gli iscritti devono attenersi pena conseguenze molto gravi, fino alla esclusione dai rimborsi elettorali, la proibizione di partecipare alle elezioni, e, in ultimo, lo scioglimento. Se una simile legge esistesse, in Italia, modellata su quella tedesca, per esempio, o su quella spagnola, forse le preferenze potrebbero essere superflue, essendo il sistema assicuratosi una selezione del personale politica attenta, severa, democratica e costante, non limitata cioè al breve momento della apertura delle urne. Invece nel nostro paese nessun partito, a cominciare da quello comunista, da quello socialista e poi anche dalla Democrazia Cristiana, ha voluto mai giungere ad una legge sui partiti che oltretutto sarebbe anche necessario approvare, in quanto rappresenterebbe legge attuativa di un articolo della Costituzione, il 49. Niente è cambiato con la “seconda repubblica”, anzi, la nascita dei partiti personalisti, dove il potere assoluto di decisione si è trasferito dalla segreteria ad un unico personaggio spesso autoproclamatosi padre e padrone del partito, e la eliminazione delle preferenze, appunto, hanno concentrato un tale potere in così poche mani da far dimenticare per sempre una simile normativa. Ma ve l’immaginate Di Pietro che accetta di fare congressi a scadenze regolari, quando è sempre stato eletto “capo” per acclamazione? E Berlusconi mettersi in gioco con limiti e paletti precisi sulla segreteria con tanto di minoranze garantite? E Casini garantire l’esclusione degli indagati dalla sua compagine, e rimettersi alle tessere per potersi ricandidare? La mostruosità dei nostri partiti che hanno persino il nome del leader sul simbolo si scontrerebbe con la normativa tedesca che ha una precisa clausola contro il Führerprinzip , che vieta cioè ogni supremazia del capo, e sarebbero sciolti e in 24 ore. Quindi, riassumendo, mentre i partiti stranieri hanno un forte controllo esterno ed interno che seleziona, secondo regole precise ed uguali per tutti, i dirigenti ed i candidati, da noi i partiti hanno un potere proprio assoluto ed incontrollabile su ogni fase della loro vita, candidature comprese. E conseguentemente l’unico strumento possibile di influenza per gli elettori era l’espressione della/delle preferenze/a. Eliminata questa unica possibilità, non ci resta che piangere.

– Un effetto collaterale non potrebbe essere il problema del voto di scambio?

No. Non più di altre cose, non più di altri elementi. Intanto il voto di scambio è possibile, preferenza o no, solo quando sussistono tre elementi altri, che sono: la presenza sul territorio di un apparato criminale o corruttivo capace di comprare candidati e voti; una serie di candidati disposti a vendersi e a rendere favori a loro volta criminali; un elettorato o disponibile a partecipare a tale mercimonio, o così terrorizzato ed oppresso da non potervisi opporre. Bene, si intervenga stroncando il perverso ingranaggio, invece di eliminare l’unico strumento che elettori e candidati onesti avevano per cercare di emergere. Eliminare le preferenze per eliminare il voto di scambio è stato come fare un salasso per eliminare una infezione del sangue. Era un metodo medico molto in voga fino alla metà dell’Ottocento, con una piccola caratteristica collaterale: il paziente, di solito, moriva.

Il Parlamento Britannico a Londra (minube.it)

Il Parlamento Britannico a Londra (minube.it)

– Tu, infine, hai un prototipo di legge elettorale che possa essere “utile” sia al mondo politico che a tutti i cittadini? Ce lo potresti indicare? 

Le leggi elettorali sono buone tanto quanto sono adatte al sistema costituzionale che le ospita, sistema che a sua volta deriva da una precisa ed unica storia di quel dato paese. Ecco perchè il susseguirsi di ipotesi volte ad importare artificialmente i vari modelli tedesco, spagnolo, francese, britannico sono volti tutti al fallimento ed indicano una profonda incultura politico-scientifica dei nostri dirigenti. Le leggi elettorali si plasmano su vicende lunghe secoli, come quella britannica, che ha seguito passo passo il lento trasformarsi della monarchia assoluta in una democrazia parlamentare con un premier che assomma quasi tutti i poteri (compreso quello di sciogliere le camere quando vuole); come quella statunitense, che si è sviluppata lungo la frontiere, in un equilibrio unico tra stati che si univano all’Unione, un presidente federale, una nazione immensa da popolare; come quella tedesca, che, dopo la guerra, ha dovuto trovare un punto di incontro tra vasta rappresentanza popolare e federalismo; o si creano da traumi e cesure col passato, come quella francese gaullista. E ovviamente, non sono le leggi elettorali che determinano la stabilità, la governabilità, la solidità o la ricchezza di un paese, perché ci sono nazioni proporzionaliste, come la Danimarca ed i Paesi Bassi, che sono esempi universali di sviluppo e solidità, altre, sempre proporzionaliste, come l’Italia degli anni ’70 o Costa Rica, Colombia, Honduras, dove crisi economica, instabilità, inaffidabilità sono la costante. Allo stesso identico modo, ci sono nazioni maggioritariste che vantano strutture statali di grande successo universale, come il già citato Regno Unito, o il Canada, ed altri che stanno in fondo a tutte le classifiche socio-economiche, come l’Etiopia o lo Zambia, per fare esempi volutamente estremi. Ci sono paesi enormi, e federali, come il Brasile e l’Argentina, che hanno una legge proporzionale, ed altri piccoli e unitari, così come la Norvegia e l’Islanda. A paesi piccoli e compatti con il maggioritario, come la Lituania ed alcune isole caraibiche, si contrappongono giganti maggioritaristi come l’India o gli USA. La Quarta Repubblica francese, proporzionalista, non resse alla guerra d’Algeria, mentre la nazione più proporzionalista del mondo, Israele, regge benissimo, anche se è sostanzialmente in guerra permanente dal 1948. Insomma, spero che il concetto sia chiaro: le leggi elettorali non influiscono in alcun modo sulla qualità generale della politica, sui risultati della stessa. Quelle sono determinate dalla bontà, dalla preparazione, dal senso di responsabilità e dall’impegno della classe dirigente, dalla preventiva selezione a cura del sistema dei partiti, dalla democrazia orizzontale all’interno della società, e dal grado di maturità degli elettori, che dovrebbero essere in grado di votare per le liste ed i candidati migliori, e non automaticamente e fideisticamente per le loro “chiese” di appartenenza, che dovrebbero avere più impeto etico e meno furore ideologico. Quale è la legge elettorale migliore per l’Italia, dunque? No, non ho una ricetta. Diciamo che la legge attualmente in vigore, cioè quella scaturita dalla sentenza della Corte costituzionale (un proporzionale corretto da sbarramento al 4, e dai limiti imposti dalle circoscrizioni) è abbastanza conforme alla nostra Costituzione (nè, vista la fonte, potrebbe essere diversamente) da permettere anche piccole modifiche e ritocchi in direzione di una maggiore chiarezza (ad esempio, impedendo le candidature multiple, altro vulnus della nostra debolissima repubblica). Però la soluzione a crisi al buio, crisi extraparlamentati, inconsistenza delle istituzioni, la si realizza altrove, oltre la legge elettorale, con una buona normativa sui partiti, prevedendo il metodo della fiducia costruttiva adottato in Germania, disincentivando i cambi di casacca così come avviene in Spagna, riformando profondamente i regolamenti di Camera e Senato per impedire la nascita incontrollata di nuovi gruppi parlamentari che non hanno avuto alcuna legittimazione popolare. E poi ci vorrebbe un senso civico, di amore per la Repubblica, le istituzioni e la Costituzione che, temo, ancora manchi negli italiani.

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