4 Gennaio 2014

Ecco come le Nazioni Unite non riescono a fermare i conflitti africani

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Le Nazioni Unite hanno inviato un numero record di forze di pace in Africa negli ultimi anni, con una distribuzione massiccia di caschi blu nelle zone calde come la Repubblica Centrafricana ed il Sudan del Sud. Eppure l’invio dei “caschi blu” non è riuscito a diminuire il grado di violenza: ecco un’analisi.

Una manifestazione durante la dichiarazione di indipendenza del Sudan del Sud (jrs.net)

Una manifestazione durante la dichiarazione di indipendenza del Sudan del Sud (jrs.net)

Le forze di pace sono costate miliardi di dollari, in gran parte pagate dagli Stati Uniti e dalle nazioni europee. Ai fondi stanziati però si sono aggiunti problemi di gestione politica ed organizzativa, come la mancanza di mandati autoritari in loco ed una carenza esigua di personale ed attrezzature. “Gli elementi politici e diplomatici della risposta internazionale alla maggior parte dei conflitti in Africa sono stati lenti ed inefficaci” ha dichiarato John Prendergast, da anni attivista con il Progetto Enough per i diritti umani, “e questo ha messo ancora più pressione sulle missioni di pace, minacciando gli obiettivi per i quali sono stati totalmente impreparati”.

La situazione del Sudan del Sud, con una lotta senza precedenti per il potere, era ben chiara ai funzionari degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite da circa un anno. L’intervento esterno è avvenuto quando non c’era più possibilità di frenare il conflitto etnico-politico che ne è scaturito, che ha ucciso, finora, centinaia e centinaia di persone, con il timore che si arrivi ad una potenziale guerra civile, come già successo in altri paesi nord africani. Una settimana fa, le parti in guerra hanno iniziato a parlare di pace nella vicina Etiopia, ma il conflitto, per ora, non ha mostrato segni di cedimento da ambe le parti. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha evacuato il suo personale dell’ambasciata dalla capitale del Sudan del Sud, Juba, e nel frattempo le forze ribelli, che hanno recentemente sequestrato la città strategica di Bor, sono in una situazione di stallo con le truppe governative, aumentando il livello di preoccupazione perché i combattimenti potrebbero scoppiare in qualsiasi momento.

Sono 200 mila le persone sfollate dall’inizio degli scontri e la frustrazione delle persone presenti in Sudan del Sud è pesante. Ibrahim Muhammed, 30 anni, fuggito un anno fa dalla regione sudanese del Darfur a causa della mancanza di lavoro, è arrivato in Sudan del Sud in cerca di un futuro migliore. Oggi, Muhammed langue all’interno di una base di peacekeeping delle Nazioni Unite nel paese devastato dalla guerra di Malakal, e vive in una tenda fatta di coperte. “I caschi blu non sono stati in grado di fermare la violenza nel Darfur, e così sono venuto qui”. Muhammed, che fa il negoziante, ha detto così in un’intervista, aggiungendo: “Nel Sudan del Sud ora, la situazione è simile a quella del Darfur. Si tratta di guerra di tribù contro tribù e le forze di pace non saranno in grado di fermare gli attacchi”.

(un.org)

(un.org)

Toby Lanzer, un funzionario delle Nazioni Unite in Sudan del Sud, ha ammesso che ci sono dei limiti per l’azione delle forze di pace dove ci sono focolai di guerra. In molte situazioni, tra cui quella del Sudan del Sud e della Repubblica Centrafricana, alle Nazioni Unite ed alle forze africane, infatti, mancano risorse ed un numero sufficiente di soldati. “C’è sempre la tentazione, da parte della gente, di pensare che 5 o 10 mila peacekeeper possono fare un sacco di bene a questi civili in difficoltà, e sicuramente possono farlo. Ma quello che non possono fare è stabilizzare una situazione in un intero paese dove è in corso una violenza che è esplosa peggio di un vulcano.

Ora ci sono più forze di pace delle Nazioni Unite in Africa che in qualsiasi altro momento della storia, circa il doppio rispetto nei primi anni 1990. A partire dalla fine di novembre, oltre il 70% dei 98.267 caschi blu dispiegati a livello mondiale sono presenti nell’Africa sub-sahariana. Le forze delle Nazioni Unite spesso hanno avuto limitazione nei mandati che, appunto, permettono loro di combattere solo per autodifesa. Un esempio, relativo alla storia, è il caso del Ruanda quando, poco prima del genocidio scoppiato nel 1994, le forze di pace delle Nazioni Unite avevano scoperto che le armi delle milizie dell’etnia hutu venivano importate illegalmente per essere utilizzate contro i tutsi. A quel punto gli allti funzionari delle Nazioni Unite hanno ordinato ai peacekeeper di non bloccare le armi perché andava al di là del loro mandato. Questo è stato raccontato in un libro dal loro comandante canadese di allora, Romeo Dallaire.

La missione delle Nazioni Unite, che è quella di contribuire alla stabilità della maggior parte del Sudan del Sud, sta adempiendo al proprio mandato primario, vale a dire quello di proteggere i civili e di dare rifugio a decine di migliaia di persone all’interno di basi di mantenimento della pace. Inoltre, alcune truppe di pace africane, che non appartengono alle Nazioni Unite, nonostante le attrezzature insufficienti, con poca formazione e risorse, sono sempre più chiamate a contribuire a contenere le crisi di tutto il continente, pur non avendone i mezzi.

Poco più di due anni fa, la missione delle Nazioni Unite in Sudan del Sud è stata autorizzata ad raggiungere 7.500 militari e agenti di polizia. Questa decisione è riuscita a contenere lo spargimento di sangue che era iniziato nel paese da quando la regione aveva dichiarato l’indipendenza dal Sudan nel 2011. Nel gennaio 2012, però, la missione Onu è stata fortemente criticata dalle vittime e dal leader della comunità perché non hanno fatto abbastanza per fermare un’ondata di omicidi tribali nello stato di Jonglei, la stessa regione che ora è una zona di battaglia. Solo dopo quest’ondata, che ha creato scalpore non indifferente a livello mediatico, a metà dicembre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato all’unanimità l’invio di altre forze di pace: il doppio, con un numero intorno ai 14.000. Ma il mandato delle forze di pace è indirizzato verso termini di sviluppo, come se i problemi del Sudan del Sud fossero semplicemente legati alla mancanza di aiuti materiali, quando invece è ben più radicata attorno ad un conflitto più profondo, soprattutto a livello politico-sociologico.

(echwaluphotography.wordpress.com)

(echwaluphotography.wordpress.com)

“Si deve essere realisti e riconoscere che le Nazioni Unite e l’Unione Africana sono una panacea e non tutti i conflitti possono essere previsti, tanto meno impediti. Si dovrebbe anche chiedere quale sia lo scopo di schierare circa 7.000 soldati provenienti da oltre 60 paesi per il conflitto in Sudan del Sud, al costo di quasi 1 miliardo di dollari l’anno è, se non stanno mantenendo la pace “, ha detto Peter Pham, direttore esecutivo del Centro Africa del Consiglio Atlantico. Altri, inoltre, dicono che se non fossero state impiegate queste forze di pace ci sarebbe stato più caos e più morti in situazione in cui la povertà, il malgoverno e la corruzione hanno alimentato la violenza. “Credo che si possa legittimamente criticare le operazioni di mantenimento della pace per non aver fatto abbastanza” – ha detto EJ Hogendoorn, vice direttore per l’Africa dell’International Crisis Group, un’organizzazione indipendente che cerca di prevenire i conflitti – “Ma senza l’intervento fisico delle Nazioni Unite o dei peacekeepers africani, i conflitti sarebbero sicuramente aumentati di più.”

Nel nord del Mali, inoltre, una forza africana composta da soldati provenienti da paesi limitrofi è stata schierata troppo tardi per prevenire i radicali islamici e così non hanno potuto fare molto per contrastare le atrocità diffuse contro i civili. Nella Repubblica Centrafricana, i peacekeepers dell’Unione Africana sono riusciti a fermare le brutalità commesse dai ribelli musulmani Seleka e dalle milizie cristiane nel conflitto. I soldati provenienti da Ciad, una nazione musulmana che fa parte della forza di pace, sono stati accusati, però, di sostenere i ribelli musulmani. “Anche con maggiore impegno nelle operazioni di pace, le domande che ci poniamo sono quelle circa la qualità e la capacità delle truppe africane di affrontare simili situazioni,” afferma Comfort Ero, il direttore Africa per l’International Crisis Group.

In entrambi i paesi, Mali e Repubblica Centrafricana, centinaia di soldati provenienti dalla Francia, l’ex potenza coloniale, sono stati inviati per disinnescare la crisi dopo che le forze di pace africane non sono state in grado di farlo. Eppure, quando i peacekeepers africani hanno avuto le risorse ci sono stati alcuni successi. La forza africana in Somalia, condotta da Uganda e Burundi e sostenuta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, è riuscita a sconfiggere la milizia di Al-Qaeda, al-Shabab, nelle grandi città, anche se la Somalia rimane tutt’altro che stabile. In Congo, poi, dove la missione Onu è stata ampiamente criticata in quanto non riesce proteggere i civili, il recente dispiegamento di una rapida azione della brigata di combattimento delle Nazioni Unite, con un mandato forte, ha contribuito a sconfiggere i ribelli M23.

La crisi in Sud Sudan, infine, sembra proprio che rischia di indebolire le altre missioni di pace in Africa, infatti una risoluzione delle Nazioni Unite del mese scorso sta permettendo alle truppe di altre zone calde come il Sudan, la Liberia, la Costa d’Avorio ed il Congo di riassegnare le missioni temporaneamente per sostenere quella più importante delle Nazioni Unite nel Sudan del Sud. Anche con migliaia di caschi blu, uno dei motivi principali per il conflitto in Sudan del Sud è stato il rifiuto da parte degli Stati Uniti e delle potenze europee ed africane, che hanno giocato un ruolo chiave nella creazione della nazione indipendente, di riconoscere le sue divisioni politiche e tenere i suoi dirigenti responsabili. Per più di un anno, ci sono stati chiari segni di una profonda spaccatura all’interno del partito di governo, contrapponendo il presidente Salva Kiir contro il suo ormai ex vice presidente, Riek Machar. Ora lealisti, entrambi gli uomini all’interno dell’esercito minacciano di spingere il paese sempre più verso la violenza e la tragedia.

“Nel Sudan del Sud, ci sarebbe dovuta essere una grande spinta diplomatica internazionale per affrontare lo scisma, con maggiore attenzione alle dinamiche interne del partito di governo, quando ha cominciato a implodere la situazione durante l’estate scorsa”, ha detto Prendergast. “Una missione Onu da sola non può affrontare questi scenari, proprio nei paesi instabili dove c’è bisogno di dimostrare un importante lavoro dall’esterno per prevenire potenziali conflagrazioni. Questo non è accaduto in Sud Sudan, e il risultato è evidente”.

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