23 Novembre 2013

Piemonte, maxi-processo “Minotauro”: 36 condanne per ‘ndrangheta

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E’ la maggiore inchiesta di criminalità organizzata nel Nord Ovest fatta negli ultimi 15 anni.

Il procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli (huffingtonpost.it)

Il procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli (huffingtonpost.it)

E’ di oltre 266 anni il totale delle pene inflitte dal tribunale di Torino a 36 dei 74 imputati nel processo Minotauro sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel torinese. La procura aveva chiesto 73 condanne per un totale di oltre 730 anni. Chiuso con 36 condanne su 74 imputati il processo Minotauro a Torino sulla presenza di ‘Ndrangheta in Piemonte. La condanna più alta, a 21 anni e mezzo di carcere e 4mila euro di multa, è per Vincenzo Argirò, considerato esponente del “Crimine” di Torino, il braccio armato della malavita sul territorio. L’ex sindaco di Leinì, Nevio Coral ha avuto 10 anni.

I giudici non hanno accolto tutte le tesi della Procura: molti imputati accusati di associazione per delinquere sono stati assolti. “Vedremo gli atti e se sarà il caso impugneremo le carte delle assoluzioni – è stato il commento del viceprocuratore Sandro Ausiello – ne prendiamo atto. Siamo rispettosi della sentenza. Le condanne le abbiamo richieste in assoluta scienza e coscienza. Vedremo le motivazioni, leggeremo”. Il procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, invece non ha rilasciato dichiarazioni.

Soddisfatto dopo la condannato a due anni l’ex segretario comunale di Rivarolo Canavese Antonino Battaglia. Per lui l’accusa ne avevi chiesti 7 ma la corte non ha riconosciuto lo scambio elettorale politico mafioso, bensì solo lo scambio elettorale comune. Il tribunale ha anche ordinato la trasmissione degli atti alla procura sulla posizione di Fabrizio Bertot.

Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, commentando la sentenza del processo Minotauro, sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in provincia di Torino, ha sottolineato che si tratta di “un risultato di grande rilievo nella battaglia contro le mafie. Se da un lato si conferma la presenza della ‘ndrangheta anche nelle regioni più sviluppate del Paese e la sua capacità di condizionamento della politica e dell’economia locale, dall’altro – ha spiegato il presidente della Commissione Antimafia – si dimostra l’efficacia dell’azione di contrasto della magistratura e delle forze dell’ordine e la determinazione dello Stato e della società civile a fronteggiare i poteri criminali”.

Sebbene la corte ha assolto numerosi imputati, questa resta una sentenza storica perché dimostra giudiziariamente, in primo grado, la presenza della ‘ndrangheta in Piemonte, con i suoi affari ed i suoi rapporti con la politica. Quest’inchiesta ha disegnato la mappa delle presenze mafiose nella provincia di Torino ed almeno 360 gli affiliati stimati dalla Procura, fotografando quattro generazioni di ‘ndranghetisti che si sono succedute e hanno messo radici sul territorio piemontese

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