7 Ottobre 2013

La Bossi-Fini, l’esempio di una contraddizione tutta italiana

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Mai vi è stata legge più fuori dalla realtà: rintracciato lo straniero clandestino, le forze dell’ordine avrebbero l’obbligo di accompagnarlo nella Prefettura provinciale più vicina per emettergli l’espulsione immediata. A questo punto l’immigrato verrebbe portato alla frontiera. Il permesso di soggiorno, infatti, è rilasciato solo a coloro i quali dimostrano il loro mantenimento economico. La legge prevederebbe anche il non attracco delle navi clandestine al suolo italiano: l’identificazione dei richiedenti di asilo politico e le prime cure mediche verranno effettuate in mare.

Il Centro di Identificazione e Espulsione di Lampedusa,  (partyallyfree.wordpress.com)

Il Centro di Identificazione e Espulsione di Lampedusa,
(partyallyfree.wordpress.com)

Ecco la “Bossi-Fini”, approvata nel 2002 dal II governo Berlusconi, voluta fortemente dai due firmatari: l’allora vice-presidente del Consiglio dei Ministri e il Ministro per le Riforme Istituzionali e la Devoluzione. La norma è stata studiata proprio per regolamentare le politiche sull’immigrazione e per sostituire ed integrare la precedente modifica, la cosiddetta legge Turco-Napolitano che prevedeva i Centri di Identificazione e di Espulsione.

Dopo 11 anni si può analizzare quanto abbia influito la legge sul destino dell’Italia, ma soprattutto su quello dei clandestini, anche se gli aspetti sono tanti e di complessa matrice: ci sono, però, alcuni dati davanti gli occhi di tutti. Da un lato questi profughi, tanti dei quali morti in mare e le loro fughe dalla guerra per la ricerca di un futuro migliore, dall’altro, in Italia, il lavoro in nero, i campi di lavoro schiavisti del sud e le tante parole demagogiche susseguitesi in tutti questi anni da parte dei politici italiani ed europei.

Nonostante i continui e decennali scontri verbali tra i partiti, a causa dell’eterogeneità ideologica presente, la politica sul tema immigrazione è immobile da tempo. Infatti, le norme giuridiche, che sono tra l’altro restrittive e le uniche presenti sul territorio italiano, fanno pensare ad uno Stato ferreo, ma allo stesso tempo ottuso nelle proprie convinzioni: infatti, nella pratica queste hanno causato un clima istituzionale cinico, vergognoso ed ipocrita nei confronti delle vite e, purtroppo anche delle morti dei profughi.

Sicuramente questo deriva dal fatto che l’Italia è un paese dalla complessa funzionalità giuridica, ma è anche vittima, o colpevole, della carenza di controlli per attuare le stesse norme messe in atto; questa particolare “volontà”, tutta nostrana, mira a modificare tutto affinché non cambi nulla.

Una barca colma di migranti a Lampedusa (inmp.it)

Una barca colma di migranti a Lampedusa (inmp.it)

A partire dal 1998 l’Italia, infatti, con la legge Turco-Napolitano, aveva istituto i ”Centri per l’Identificazione e l’Espulsione” degli stranieri irregolari, essendo uno strumento diffuso in tutta Europa, dopo aver adottato una politica migratoria comune dagli stati dell’Unione Europea sancita negli accordi di Schengen del 1995. In questo contesto, già da allora, si sono attuate sempre più forti restrizioni per ottenere il diritto di asilo, tradizionalmente riconosciuto da ogni carta costituzionale. Le responsabilità per i disastri umanitari del Mediterraneo, quindi, non sono da attribuire solo alle istituzioni italiane, ma le colpe sarebbero da dividere anche con tutti i delegati del Parlamento Europeo.

Nel 2002, poi, come se non bastasse, è arrivata la legge “Bossi-Fini” che è andata ad aumentare le restrizioni sulla clandestinità attraverso una campagna mediatica basata sulla paura del diverso, sul “prima agli italiani”, sui respingimenti e su accordi con i paesi di provenienza, come con la Libia di Gheddafi. Gli accordi prevedevano, appunto, intensi controlli delle coste africane, in modo da non permettere ai clandestini di partire o di diminuire i flussi. Questo ha portato alla creazione di disumani carceri in Libia che vedevano presi in arresto migliaia di uomini provenienti da tutta l’Africa diretti verso l’Europa.

In tutti questi anni queste restrizioni non solo non hanno diminuito i dati sui flussi migratori, ma anzi hanno portato all’aumento dei morti nel mar Mediterraneo.

L’immigrazione è un tema così delicato quanto strumentalizzato: i numeri e le tante parole dei politici parlano chiaro. La massa di clandestini che arrivano in Italia tramite mare è minore, in maniera considerevole, rispetto ad i numeri che riguardano la via aerea e la via terra. Certo è che a risaltare di più, mediaticamente, sono i pescherecci e le barche affondate, come accaduto a Lampedusa il 3 ottobre con 127 vittime.

A questo punto l’ultima questione, ma non meno interessante, sembra essere proprio quella umana-sociologica, che deriva da tutto questo quadro fatto finora. Se da un lato, quindi, c’è una parte della politica, affiancata da una parte di cittadinanza, a favore dei respingimenti, del “prima agli italiani”, del “sono tutti delinquenti”, dall’altra ci sono pescatori, che pur di salvare vite rischiano la condanna per “favoreggiamento alla clandestinità”, ci sono volontari che lavorano nei CIE e garantiscono un minimo di accoglienza e di aiuto e, soprattutto, ci sono cittadini comuni che, nel loro piccolo, cercano di dare il loro contributo.

Non si deve in nessun modo generalizzare una razza, un paese o un popolo pensando siano tutti diversamente uguali. Sarebbe meglio che anche noi, insieme al mondo politico nei nostri paesi e nelle nostre città, pensassimo ad un piano di emergenza per l’immigrazione, sia in pratica che nella teoria legislativa. Si tratterebbe di pensare maggiormente con umanità, di stanziare fondi non contro i respingimenti (con soldi spesi per vedette e quant’altro), ma di fare in modo che una determinata politica europea aiuti questi popoli, colpiti da guerra o da fame. A partire dal guardare con lungimiranza all’interno dei loro paesi per non rendere i profughi, a loro volta, vittime di scafisti che li rendono carne da macello e merce umana.

Lavoriamo più su gli uomini, sui loro diritti e sulle loro tutele, non sulle fantomatiche leggi immaginate. Creiamo ponti di soccorso per questi stranieri con traghetti umanitari, non fermiamoci all’identificazioni di questi esseri, che sono umani quanto noi.

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