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18 Settembre 2013

Riva Acciaio, a casa 1400 lavoratori. Salvare l’azienda per il timore dei licenziamenti?

Tempo medio di lettura: 3 minuti

Nell’ambito dell’inchiesta che riguarda l’Ilva di Taranto il gip di Taranto, Patrizia Todisco, ha ordinato il sequestro preventivo dei beni del Gruppo Riva. I conti bloccati della magistratura hanno portato l’87enne Emilio Riva, divenuto unico amministratore della holding, a bloccare i pagamenti ai fornitori e a dichiarare 1400 esuberi di lavoratori. Con i parenti Riva in fuga (per paura del carcere?) sarà il Governo a salvare gli affari del Gruppo e gli stipendi degli operai?

L'Ilva di Taranto, di proprietà del Gruppo Riva

L’Ilva di Taranto, di proprietà del Gruppo Riva

E’ così salito a due miliardi il tesoro bloccato dalla Guardia di Finanza di Taranto al Gruppo Riva, i cui vertici e proprietari sono indagati per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Intanto il lavoro degli inquirenti sta continuando, ma appare altamente improbabile che gli organi giudiziari riescano a raggiungere la somma di 8 miliardi, disposta dal gip Todisco, come totale delle somme che i Riva avrebbero dovuto investire dal 1995 a oggi nella fabbrica per rendere gli impianti ecocompatibili.

Dopo la fuga dei vari esponenti della famiglia, negli scorsi mesi, lo statuto del Gruppo Riva è stato modificato e data l’età Emilio Riva è l’unico a non temere il carcere. Ora la holding può essere gestita “da un amministratore unico o da un cda composto da 2 a 7 membri, per i quali non è richiesto che siano azionisti, né che siano residenti in Italia”.

Il marchio del Gruppo Riva, nato nel 1957

Il marchio del Gruppo Riva, nato nel 1957

E’ una situazione paradossale, insomma, quella del Gruppo Riva e dei suoi dipendenti. Primo Gruppo in Italia e quarto in Europa, in campo siderurgico, è nato nel 1957 a Caronno Pertusella in provincia di Varese. A 56 anni dalla sua fondazione, oggi, è stata affidata dalla magistratura all’amministratore, Mario Tagarelli, che è entrato in possesso dei beni sequestrati e sta valutando già le prime eventuali strategie da adottare.

Intanto il Gruppo Riva, alias Emilio Riva, da una parte, ha aperto al dialogo e, dall’altra, ricatta la “FederAcciaio” italiana. Con la decisione di bloccare i pagamenti ai fornitori mette in crisi tutte le piccole imprese siderurgiche italiane, come per esempio la Alfa Acciai di Amato Stabiumi, la Feralpi di Giuseppe Pasini e la Ferriere Valsabbia di Ruggero Brunori.

Nel 2011 uno tra i venti colossi mondiali siderurgici ha prodotto quasi 25 milioni di tonnellate di acciaio e derivati prodotti, con 16 milioni di tonnellate di grezzo pronti alla vendita. Sono 7, su 19, gli impianti che verranno momentaneamente chiusi in Italia: Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero, Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco), che insieme producono quasi il 50% dell’acciaio dell’intero gruppo. La fabbrica di Taranto, sotto la tutela della legge “salva Ilva”, non è interessata dai licenziamenti previsti dal Gruppo Riva.

Lunedì sera è sembrato aprirsi uno spiraglio dopo giorni di tensione visto che il Governo, attraverso il Ministro dello Sviluppo Economico Zanonato, aveva invitato il gruppo Riva a verificare col custode giudiziario Mario Tagarelli le possibilità per un’immediata ripresa dell’attività degli stabilimenti fermi: la Procura della Repubblica di Taranto sabato scorso, infatti, ha dichiarato che i sigilli giudiziari non bloccano l’operatività aziendale, né che il sequestro stesso esclude la facoltà d’uso.

Il Governo, quindi, insieme all’amministratore nominato dalla magistratura Taramelli, nelle prossime settimane avrà una sfida difficile da affrontare, vale a dire far ripartire l’attività dell’azienda: l’obiettivo è quello di non mettere i bastoni tra le ruote ad altre imprese siderurgiche più piccole, in primis, e quello di ridare impiego agli oltre 1400 lavoratori costretti, in questi giorni, a stare a casa.

La causa di tutto questo sembra essere una conduzione familiare, quella dei Riva, votata all’illegalità per arrivare ad un maggior guadagno che, con tutta probabilità, porterà questo Gruppo ad eclissarsi lentamente nel mondo siderurgico.

Ma chi si occuperà del lavoro di questi operai? Ed è giusto che, a causa delle nefandezze di un privato, vengano chiamate in causa le casse pubbliche dello Stato per sopperire?

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