10 Agosto 2013

Egitto: tra dittatura, democrazia, mediazioni e fallimenti

L’Egitto, in stato d’emergenza dal 1981, limitava, con il rais Mubārak, le libertà dei cittadini e accentrava il potere sul presidente. Una corruzione dilagante e soprattutto una grave disoccupazione giovanile vanno in contrasto ad un grande sviluppo economico e il 40% della popolazione, su 85 milioni di abitanti, vive con meno di 1,50 € al giorno. E’ dal gennaio 2011 che l’Egitto è in preda a rivolte e proteste, scontri e morti, colpi di stato e mediazioni.

Piazza Tahir, al Cairo, durante una protesta contro l'ex primo ministro Morsi (news.nationalpost.com)

Piazza Tahir, al Cairo, durante una protesta contro l’ex primo ministro Morsi (news.nationalpost.com)

L’11 febbraio 2011 Mubārak si è dimesso da presidente ed è stato sciolto il parlamento. Fino ad allora, a partire dal 1981, Mubarak era riuscito a governare in maniera indisturbata attraverso la dichiarazione di uno stato d’emergenza che prevedeva la limitazione della libertà di movimento e di stampa per i cittadini e rafforza il potere politico a causa di un pericolo imminente che minaccia la nazione. In Egitto questo pericolo imminente è durato ben 30 anni. Il 25 gennaio 2011, sull’ondata di proteste scaturite in Tunisia, anche Il Cairo si sveglia in preda alle proteste e la scintilla che incendia la popolazione è sicuramente quella riguardante tre operai che decidono di darsi fuoco in piazza Tahir, come dimostrazione estrema di un’esasperazione socio-economico.

L'ex presidente egiziano, Mubarak, al World Economic Forum 2008 (culturemagazine.ca)

L’ex presidente egiziano, Mubarak, al WEF 2008 (culturemagazine.ca)

Dal 25 gennaio all’11 febbraio, giorno delle dimissioni di Mubarak con festeggiamenti storici in Piazza Tahir, la situazione egiziana è molto simile alla “Rivoluzione del Gelsomino” in Tunisia, dove le cause scatenanti della protesta erano da trovare nella volontà di far cadere il vecchio regime, i rincari alimentari, l’alta corruzione, la disoccupazione e le cattive condizioni di vita. In questo quadro storico-politico-sociale tutte le piazze egiziane sono state teatro di proteste, rivolte e scontri contro le forze dell’ordine e il potere trentennale di Mubārak. Nella capitale il “Movimento 6 aprile” e il gruppo “Khāled Saʿīd” sono gli animatori delle proteste ed incoraggiano la popolazione ad avviare nuove manifestazioni pacifiche per le piazze, e così, in pochi giorni le rivolte si espandono in tutto l’Egitto: ad Alessandria, nel Sinai, in alcune cittadine del delta del Nilo e a Suez dove si registrano gli scontri più violenti nelle piazze.

“Le violenze di queste ore sono un complotto per destabilizzare la società” è quello che afferma Mubārak in televisione, promettendo le dimissione del governo per l’instaurazione di un nuovo esecutivo. Intanto in piazza si contano centinaia morti e migliaia feriti a causa dei duri scontri tra l’esercito e i manifestanti. Qualche giorno dopo lo scoppio delle proteste, l’escalation di violenze e di scontri sono al limite della guerra civile ed è proprio per questo che Mubārak, anche a causa delle pressioni internazionali, dimette il suo intero gabinetto e ufficializza il nuovo esecutivo promesso nel messaggio alla popolazione in tv. I manifestanti capiscono il momento di difficoltà del presidente e denotano, nelle aperture politiche del presidente, un’incapacità di governare: così decidono di mettere alla prova l’autorità del rais egiziano, che ha dichiarato di non voler utilizzare la violenza con i manifestanti ma di aprire al dialogo. Questa situazione si fa ancora più difficile quando cominciano a scendere in piazza i fedeli a Mubārak che si scontrano contro l’esercito ed i manifestanti in Piazza Tahir, con il culmine del conflitto tra il 2 e il 3 febbraio.

I festeggiamenti dei manifestanti in Piazza Tahir per le dimissioni di Mubarak (timeofisrael.com)

I festeggiamenti dei manifestanti in Piazza Tahir per le dimissioni di Mubarak (timeofisrael.com)

Di fronte all’intensificarsi della rivolta e all’affacciarsi dello spettro della guerra civile, Mubārak annuncia di riservarsi di presentare le proprie dimissioni a causa della gravità della situazione che, a suo giudizio, andrebbe incontro a un ulteriore peggioramento se il paese rimanesse privo della sua guida. Così l’11 febbraio, come detto prima, il rais rassegna le proprie dimissioni dopo due settimane di fuoco.

L’uscita di scena di Mubārak porta il potere nelle mani del Consiglio supremo delle forze armate egiziane, presieduto dal feldmaresciallo Mohammed Hoseyn Tantawi, incaricato di traghettare il paese verso la democrazia. Però il primo ministro, incaricato presidente e nominato già da Mubārak, Ahmad Shafiq, dopo poco meno di un mese, a causa delle proteste della popolazione, che lo vedono colluso con il vecchio regime, sarà costretto a dimettersi ed il potere passa, in toto, nelle mani del Consiglio supremo; esso indice il referendum sugli emendamenti alla Costituzione della Repubblica araba d’Egitto che si terrà il 19 marzo e la consultazione registrerà il 77,2% dei sì, che consentono in questo modo l’implementazione di elezioni parlamentari e presidenziali entro la fine dell’anno. 

Le manifestazioni egiziani, l'8 aprile 2011

Le manifestazioni egiziane, l’8 aprile 2011 (theafricanpaper.com)

Già a partire dall’aprile 2011, gli oppositori al regime chiedevano le dimissioni di Hoseyn Tantawi, reo di non voler processare rapidamente Mubārak, la sua famiglia e il suo entourage, ma è la prima volta, dall’inizio della rivoluzione, che le forze dell’ordine si schierano pubblicamente dalla parte del popolo manifestante anche se aumentano gli scontri e le violenze nelle piazze.

Dopo le dimissioni di Ahmad Shaqif, il Consiglio supremo ha dato all’islamico ed ex ministro dei trasporti, Essam Sharaf, l’incarico di primo ministro, in attesa delle nuove elezioni. Così Sharaf il 4 marzo 2011 si presenta, in Piazza Tahir, ad una folla di festanti parlando di quanto sia importante la democrazia. Nei primi mesi della sua attività politica viene visto dalla popolazione come un beniamino ed una persona con tutte le potenzialità per portare l’Egitto alla democrazia, grazie alla sua grande lotta contro la corruzione e alla rimozione di ministri del vecchio regime. Nell’autunno 2011, però, a causa dell’emanazione di alcune leggi anti-assemblaggio e anti-sciopero, che cercavano di ridurre gli scontri continui nelle piazze, Sharaf, esponente di spicco dei “Fratelli Musulmani” d’Egitto, viene preso di mira con grande pressioni e, quindi, è costretto a dimettersi il 21 novembre 2011.

Manifestazioni elettorali a favore del candidato Morsi (abcnews.com)

Manifestazioni elettorali a favore del candidato Morsi (abcnews.com)

Pur continuando il passaggio di consegne tra i diversi primi ministri come Sharaf, appunto, Ganzouri e Qandil, il paese arriva alle elezioni del 16-17 giugno 2012, che hanno visto la vittoria di Mohamed Morsi, sempre ancorato nelle mani del Capo del Consiglio Supremo delle forze armate, Mohammed Hoseyn Tantawi. Egli ha sempre tenuto conto dei pareri di alcuni influenti stati esteri, come si evince dai documenti di Wikileaks che parlano di contatti tra gli Stati Uniti, gli oppositori e l’esecrito egiziano, e ha cercato sempre di gestire le dinamiche socio-politiche, in qualsiasi modo sia legittimamente che non.

Morsi, che si insidia il 30 giugno 2012, è il primo capo di stato ad essere eletto nel nome della democrazia egiziana, anche se altre elezioni si erano svolte regolarmente ma segnalavano irregolarità o accuse di brogli. Il suo obiettivo programmatico è quello di ricostruire l’Egitto e ridare dignità agli egiziani in uno Stato “non teocratico”, ma che facesse riferimento diretto alla Sharīʿa, ossia la Legge coranica. Nel programma figurava anche l’impegno di concedere spazio alle donne nella società egiziana e di rimuovere gli ostacoli per la loro partecipazione alla sfera pubblica, proteggendole da qualsiasi discriminazione.

Nel novembre 2012, dopo aver fatto da mediatore, nel conflitto scaturito tra Israele ed Ḥamās, Morsi decide di attribuirsi con decreto amplissimi poteri nel campo del potere giudiziario. Il fine ufficiale del raìs sarebbe quello di rendere non impugnabili i suoi decreti presidenziali per mettere al riparo da ogni pretestuoso intoppo il lavoro dell’Assemblea Costituente incaricata di redigere una nuova Costituzione. Il decreto richiede anche un nuovo processo da intentare agli imputati dell’era Mubārak che si sono macchiati dell’uccisione di manifestanti e che erano stati assolti, ed estende il mandato dell’Assemblea Costituente di due mesi. Inoltre, la dichiarazione autorizza Morsi a prendere tutte le misure necessarie per proteggere la rivoluzione.

Gli scontri in Egitto, nel mese di novembre 2012 (nytimes.com)

Gli scontri in Egitto, nel mese di novembre 2012 (nytimes.com)

Per la paura di un ritorno ad un regime dittatoriale, si è scaturita una vivacissima reazione di piazza tra gli egiziani ostili a lui e alla politica che intendeva perseguire: Piazza Tahir torna ad essere teatro di grandi manifestazioni e in alcuni casi gli oppositori più estremisti hanno iniziato a dare fuoco ad alcune sedi dei Fratelli Musulmani, di cui Morsi era il candidato. In aggiunta a questo, la magistratura egiziana proclama uno sciopero di protesta contro quello che definivano “un golpe bianco” del Presidente della repubblica. Le proteste erano rivolte contro la politica di centralizzazione del potere e di islamizzazione dello Stato operata da Morsi, politica tesa al tentativo di instaurare una dittatura islamica.

Il movimento di protesta e di ribellione nei suoi confronti, noto come “Tamarod” (in arabo “ribellione”), è nato il 18 aprile 2013 con il supporto di milioni di egiziani. A partire dal 30 gugno 2013, ad un anno dell’elezioni di Morsi, milioni di cittadini scendono nelle piazze per protestare contro il Capo di Stato ed i Fratelli Musulmani. In poco meno di 10 giorni l’Egitto torna nel caos, con l’ombra della guerra civile alle porte: decine sono i morti e centinaia i feriti. Lo scontro tra l’esercito e i dissidenti è brutale in tutta la nazione, anche a causa dei messaggi di Morsi che in nessun modo intende lasciare il potere.

Il fondatore del movimento ribelle "Tamarod", Mahmoud Badr, annuncia la fine di Morsi (popularresistance.org)

Il fondatore del movimento ribelle “Tamarod”, Mahmoud Badr, annuncia la fine di Morsi (popularresistance.org)

Dopo giorni di duri scontri, il 3 luglio 2013, grazie all’intervento dell’esercito, che in primis cerca di mediare, il movimento “Tamarod” ottiene la destituzione di Morsi, e la sua collocazione agli arresti domiciliari, a poco più di un anno dalla sua elezione. L’annuncio del colpo di Stato è andato in onda a reti unificate nel paese dal generale dell’esercito, Abd al-Fattah Khalil al-Sisi.

Nei gravi scontri, come se fosse una guerra civile, tra gli oppositori e i Fratelli Musulmani, il 4 luglio, viene nominato, ad interim, Adli Mansur come Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale; mentre Mansur nomina il suo vice, i Fratelli Musulmani scendono in piazza definendo il 9 luglio “giorno del milione di martiri”.

Lo stesso giorno, Mansur redige un decreto per riportare la pace e la normalità nel paese che prevede, entro fine luglio, l’istituzione di una commissione costituente che presenti alla presidenza gli emendamenti alla nuova costituzione di stampo islamico, voluta dai Fratelli musulmani; gli stessi emendamenti, poi, saranno sottoposti a referendum popolare entro un mese dalla loro presentazione ed entro due mesi (cioè entro la fine dell’anno) si dovranno tenere le elezioni parlamentari. Solo allora, con una nuova costituzione e un parlamento funzionante, saranno indette nuove elezioni presidenziali.

Però, il problema sembra legato al potere delle forze armate egiziane, e la situazione sembra essere come scrive il giornalista francese Bernard Guetta, esperto di politica internazionale, in un articolo sull’Internazionale: “Non è stato solo l’esercito a rovesciare il presidente Mohamed Morsi, ma anche una larga coalizione che politicamente rappresenta la maggioranza degli egiziani. Ciò non toglie che si tratta di un golpe contro un capo di stato legittimo, che l’esercito ha ripreso in mano il controllo del paese e che l’ondata di arresti nei ranghi dei Fratelli musulmani è ingiustificabile. Certo, questo non significa necessariamente che siamo tornati alla dittatura militare, perché l’Egitto in rivoluzione non si lascerà rubare facilmente le libertà conquistate. Ma resta il fatto che l’esercito è uscito dalle caserme, e non sarà facile farcelo ritornare”.

E’ molto probabile che l’esercito egiziano sia in contatto con alcuni importanti paesi esteri in un quadro diplomatico internazionale molto più complesso di quanto già possa apparire; questa diplomazia sembra, però, più legata ad affari economici per la gestione energetica delle risorse che offre l’Egitto, rispetto al benessere e alla tranquillità dei cittadini.

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