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27 Maggio 2013

L’attentato di Woolwich e la nuova lotta al terrorismo

Tempo medio di lettura: 3 minuti

Lee Rigby era un ragazzo di 25 anni, aveva un figlio di due anni e di professione faceva il soldato nella caserma londinese di Woolwich. Faceva si, perché nel pomeriggio di mercoledì scorso è stato ucciso in strada nel sud-est della capitale inglese; non è tanto l’uccisione a destare clamore e sconforto nei passanti, e nelle ore successive nei media, ma il modo in cui è stato assassinato quest’uomo. Lee, dopo essere stato investito da un auto, è stato decapitato a colpi di machete da un ragazzo, Michael Adebolajo, che era accompagnato da un amico, che guidava la vettura.

I fiori sul luogo dell'omicidio. (da www.perthnow.com)

I fiori sul luogo dell’attentato (fonte: www.perthnow.com)

Successivamente i due, in possesso di varie armi da taglio ed una pistola a tamburo, hanno tentato di aggredire gli agenti di polizia intervenuti sul posto e ne è scaturito uno scontro a fuoco nel quale i due aggressori sono rimasti gravemente feriti. Entrambi gli attentatori hanno passaporto britannico e Michael, di origini nigeriane nato e cresciuto in una famiglia cristiana, da circa dieci anni si sarebbe convertito all’Islam. In uno dei video amatoriali girati dai testimoni subito dopo l’aggressione al militare, Michael A. dichiara: “Noi giuriamo sull’onnipotente Allah che non smetteremo mai di lottare. Questo soldato britannico è un occhio per occhio, dente per dente” e conclude con un attacco al premier inglese David Cameron: “Credete che David Cameron si farà trovare per la strada quando noi iniziamo a usare le nostre pistole? Voi pensate che i politici moriranno? No, morirà la gente comune, come voi, e i vostri bambini”. A queste dichiarazioni è seguito l’intervento della polizia e la sparatoria.

Cameron ha definito l’aggressione barbara e spaventosa ed ha dichiarato che esistono forti indicazioni che si tratti di attacco terroristico. Secondo il premier inglese “questo non è solo un attacco alla Gran Bretagna, questo è tradire l’Islam. Non c’è nulla nell’Islam che giustifichi questo atto”.

Da questa vicenda emerge in modo lampante come la lotta al terrorismo, legato al fanatismo religioso, rappresenti una sfida inevitabilmente ambigua con cui dovrà misurarsi l’Occidente. L’espressione “guerra al terrorismo” utilizzata per la prima volta dopo l’11 Settembre 2001 dall’allora presidente americano George W. Bush, risulta ormai priva di senso. Il terrorismo è un metodo di combattimento che ha come obiettivo la diffusione del terrore tra i civili. Non si può dichiarare guerra ad un metodo di combattimento. Le guerre vengono infatti combattute da stati sovrani per mezzo dei propri eserciti. I fanatici religiosi (i terroristi a cui Bush dichiarò guerra) appartengono a gruppi trasversali rispetto alle nazioni. In altre parole, in una guerra è sempre noto chi è il nemico e dove si trova. Ciò non vale per la lotta al terrorismo dato che, come emerso dai recenti attentati di Londra e Boston, i terroristi possono essere addirittura singoli cittadini di paesi occidentali.

Gli ultimi attentati in USA e Regno Unito sembrano confermare che la minaccia terroristica stia assumendo connotati differenti rispetto al periodo delle amministrazioni Bush e Blair. Almeno fino agli attentati di Londra del 2005, le minacce più temute venivano da fuori. Le nazionalità degli attentatori di Boston e di Londra dimostrano invece che per USA, Regno Unito e i paesi occidentali in generale, le minacce più insidiose sono minacce endogene. I terroristi, infatti, possono essere cittadini che agiscono in proprio e senza alcun legame con le organizzazioni integraliste internazionali. Per un cittadino inglese è stato sufficiente reperire un coltello da macellaio per compiere un attentato.

La sfida, che le democrazia occidentali saranno costrette a cogliere, sarà quella di impedire che il fanatismo faccia breccia nelle coscienze dei propri cittadini, ma sembra essere molto difficile anche a causa dell’attuale crisi economica. Oggi più che mai, in un mondo globalizzato, abbiamo bisogno di un modello di società che permetta l’integrazione e la convivenza di culture diverse entro gli stessi confini nazionali. Il fatto che certi episodi di violenza rimangano circoscritti e che la grande maggioranza dei musulmani occidentali condanni tali forme di fanatismo religioso è sicuramente di buon auspicio.

Francesco Tedesco

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