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14 Maggio 2013

Marò: può il diritto internazionale risolvere la controversia tra Italia e India?

Tempo medio di lettura: 5 minuti

Da quel fatidico 15 febbraio 2012 ne sono successi parecchi di colpi di scena. Come l’onorevole La Russa che voleva candidare i due marò al Parlamento e loro che promettono di tornare in India e poi non tornano (poi invece tornati), le dimissioni di Terzi da Ministro degli Esteri da un giorno all’altro nello stupore generale e tanti altri episodi.

La mappa della minaccia pirata somala.

La mappa della minaccia pirata somala.

Ma se estrapoliamo il caso, nudo e crudo, dal grande circo mediatico, possiamo magari osservarlo meglio e cercare la soluzione di questa controversia internazionale proprio nel diritto internazionale e non nelle prove di forza dei governi indiano e italiano.

I fatti sono abbastanza noti ma è bene sintetizzarli brevemente. La Petroliera Enrica Lexie della compagnia armatrice Fratelli D’Amato viaggiava da Singapore all’Egitto con a bordo un equipaggio di quaranta uomini, 6 dei quali fucilieri di Marina del 2° Reggimento San Marco della Marina Militare. La presenza a bordo di navi commerciali di forze armate pubbliche è dovuta alla Legge del 2 Agosto 2011 n.130 con la quale lo Stato italiano permette all’armatore, qualora lo richiedesse, di avvalersi di Nuclei Militari di Protezione (NMP), composti da soldati della Marina Militare o di altre forze armate, da imbarcare a bordo per la protezione armata delle navi battenti bandiera italiana che attraversano spazi marittimi ad alto rischio pirateria.

Il 15 febbraio 2012 intorno alle 16:30 ora locale ed a circa 20.5 miglia dalla costa dello Stato indiano del Kerala, l’Enrica Lexie incrocia il peschereccio St. Antony con a bordo un equipaggio di undici persone per la pesca del tonno. I fatti accaduti da questo momento in poi sono al vaglio delle autorità competenti ed attualmente, come è noto, la versione italiana e quella indiana in merito divergono.

Secondo la versione italiana, il nucleo militare di protezione presente sulla petroliera giudica il natante come una probabile minaccia pirata e intima il peschereccio di cambiare rotta attraverso la procedura standard di segnalazioni radar e acustiche. Tuttavia il natante non risponde ai segnali e allora i fucilieri di Marina sparano dei colpi di avvertimento nelle vicinanze del peschereccio.

Secondo la versione indiana invece il peschereccio non ha dato segnali che potessero far pensare ad una imbarcazione pirata e inoltre il capitano e proprietario della St. Antony, Freddie Louis assicura che il peschereccio è stato colpito, senza nessun avviso, da una raffica di proiettili per quasi 2 minuti. In questo lasso di tempo perdono la vita due pescatori indiani: Ajesh Binki e Valentine Jelastine.

Successivamente la guardia costiera del distretto di Kollam contatta via radio il mercantile italiano il quale conferma di essere stato coinvolto in un tentato attacco pirata. L’autorità indiana chiede al comandante Umberto Vitelli di attraccare al porto di Kochi per degli accertamenti e il 19 Febbraio il capo di prima classe Massimiliano Latorre e il secondo capo Salvatore Girone del NMP vengono arrestati dalle autorità indiane con l’accusa di omicidio.

Secondo le autorità italiane l’incidente è avvenuto nella zona contigua e quindi, per l’art.33 della Convenzione sul diritto del mare di Montego Bay, in acque in cui la giurisdizione dello Stato costiero è limitata a prevenire le violazioni delle proprie leggi e regolamenti doganali, fiscali, sanitari e di immigrazione. Inoltre, secondo l’art.92 dell’appena citata convenzione, le navi battenti bandiera di uno Stato in alto mare sono sottoposte alla sua giurisdizione esclusiva. Tuttavia poiché l’altra imbarcazione in questione è indiana, è discutibile se la giurisdizione spetti in base al luogo in cui si è causato l’evento (l’esplosione dei colpi d’arma da fuoco e quindi la petroliera italiana) o al luogo in cui si è verificato l’evento (l’uccisione dei pescatori e quindi il peschereccio indiano) o in base al tratto di mare in cui ha avuto luogo la vicenda (zona contigua).

Detto questo, se da un lato resta il fatto che i due fucilieri, in quanto membri della Marina Militare impegnati in operazioni anti pirateria, avrebbero commesso l’omicidio quali organi che operano nell’esercizio delle funzioni loro assegnate dallo Stato e quindi avrebbero dovuto godere, secondo il diritto internazionale consuetudinario, dell‘immunità funzionale. Dall’altro è poco chiara la scelta della nave italiana, che era al largo, di entrare nelle acque territoriali indiane e la decisione (di chi?) di far scendere a terra i militari italiani, che potrebbe essere considerata, strumentalmente, dalle autorità indiane come una sorta di accettazione della competenza e di rinuncia all’immunità. A riguardo, Natalino Ronzitti denota che “proprio il dualismo comandante che decide la rotta/team militare soggetto alle regole militari d’ingaggio sia stato all’origine dell’incidente con l’India.” Infatti, continua Ronzitti “se previamente consultato, il Ministero della Difesa avrebbe certamente ingiunto all’Enrica Lexie di proseguire la rotta e gli indiani non avrebbero certamente abbordato una nave straniera in alto mare”.

Secondo il rapporto sull’incidente della Enrica Lexie dell’ammiraglio Alessandro Piroli, capo del reparto operazioni della Marina, il comportamento della petroliera non è stato adeguato a prevenire in maniera pacifica un possibile abbordaggio. Infatti il rapporto individua una serie di anomalie nel comportamento del comandante Vitelli. Anomalie quali il mancato rispetto delle procedure previste in caso di sospetto attacco di pirati che possono aver contribuito a rendere più caotico l’intervento dei marò. È scritto nell’inchiesta: “Il comandante dell’Enrica Lexie ha messo in atto solo una parte delle azioni di difesa passiva raccomandate per evitare l’attacco di pirati. Si è limitato ad incrementare la velocità (di un nodo) senza manovrare per modificare la cinematica di avvicinamento, azionando i fischi e le sirene solo nella fase terminale dell’azione”.

Il 18 gennaio 2013 la Corte Suprema indiana dichiara che l’incidente non è avvenuto in acque territoriali indiane e che quindi la giurisdizione passa dallo Stato del Kerala allo Stato federale Indiano. La Corte Suprema ha stabilito che il Chief Justice of India Altamas Kabir (il capo della Corte suprema) e il governo centrale indiano istituiranno un Tribunale speciale che avrà il compito di decidere chi avrà la giurisdizione tra l’Italia e l’India, ed eventualmente, nel caso venga affidata all’India, procedere ad istruire il processo che vede accusati i due fucilieri di omicidio. Con notevole ritardo sui tempi previsti, il 9 Marzo il governo indiano avvia a New Delhi le procedure per la costituzione del tribunale speciale.

Un modo per giungere alla soluzione della controversia potrebbe trovarsi proprio nella Convenzione del 1982 (firmata e ratificata sia dall’Italia che dall’India) che afferma al comma 7 dell’art. 94 che ogni Stato apre un’inchiesta su ogni incidente in mare o in navigazione in alto mare, che abbia coinvolto una nave battente la sua bandiera e abbia causato la morte o lesioni gravi a cittadini di un altro Stato. Lo Stato di bandiera e l’altro Stato cooperano allo svolgimento di inchieste aperte da quest’ultimo. Però il successivo art. 97 precisa che in caso di abbordo o di qualunque altro incidente di navigazione in alto mare, che implichi la responsabilità penale o disciplinare del comandante della nave o di qualunque altro membro dell’equipaggio, non possono essere intraprese azioni penali o disciplinari contro tali persone, se non da parte delle autorità giurisdizionali o amministrative dello Stato di bandiera o dello Stato di cui tali persone hanno la cittadinanza.

Altra possibilità di soluzione potrebbe essere quella prevista nella parte XV riguardante la soluzione delle controversie relative all’interpretazione o all’applicazione della Convenzione. Gli articoli 279 e 280 innanzitutto precisano che gli Stati contraenti (in questo caso Italia ed India) devono giungere alla soluzione della controversia sorta tra di loro con mezzi pacifici. Successivamente l’art.283 obbliga gli Stati contraenti a procedere ad uno scambio di vedute sulla soluzione della controversia e l’art.284 li invita ad accordarsi con una procedura di conciliazione.

Infine l’art.287, sulla scelta della procedura da applicare, prevede che al momento della firma, della ratifica o dell’adesione alla presente Convenzione o in un qualunque altro momento successivo, uno Stato è libero di scegliere, mediante una dichiarazione scritta, una modalità per la soluzione delle controversie relative all’interpretazione od all’applicazione della presente Convenzione. A riguardo l’Italia ha scelto il Tribunale Internazionale del Mare e, come l’India, la Corte Internazionale di Giustizia. In tal modo, potrebbe essere affidato proprio a quest’ultima il compito di dirimere la questione pendente tra i due Paesi.

Come abbiamo visto, il diritto internazionale fornisce diversi metodi per giungere pacificamente ad una soluzione ma il diritto spesso non va d’accordo con la politica. La diplomazia si muove nelle pieghe del diritto, lo gira e lo rigira a suo piacimento e mostrare i muscoli solitamente rende politicamente molto di più che impugnare una legge.

Daniele Foderà

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