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3 Maggio 2013

Il governissimo Letta, un matrimonio democristiano tra Pd e PdL

Tempo medio di lettura: 3 minuti

Le elezioni di febbraio sembravano essere finalmente uno spartiacque per i cittadini italiani che, anche grazie alla candidatura di un nuovo soggetto politico nel Parlamento italiano, speravano in quel tanto agognato cambiamento radicale della politica italiana. Nonostante la chiusura totale del M5S a possibili alleanze si era aperto uno spiraglio di dialogo durante l’elezione del Presidente della Repubblica, con Grillo che disse a Bersani: “Se votate Rodotà, possiamo iniziare a discutere per un potenziale governo con un primo ministro fuori dagli schemi”. Niente di tuttò ciò è avvenuto, visto che Bersani e i dirigenti del Pd, dopo giorni difficili, insieme a quelli del PdL, decisero di riproporre la candidatura di Giorgio Napolitano per votarlo insieme, come Presidente della Repubblica.

In questo marasma politico e con le dimissioni dell’ex segretario del Pd, Bersani, Napolitano ha cercato e trovato conferme per la creazione di un nuovo governo con a capo Enrico Letta, esponente del Pd e nipote del più celebre Gianni (PdL). Grandi polemiche per le nomine discutibili a ministri e sottosegretari. 

Letta_Cabinet_with_Giorgio_Napolitano

“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. La legge del famoso fisico Lavoisier sembra calzare a pennello in questa fase cruciale della storia e della politica italiana. Dopo i fallimenti della prima repubblica, con lo scandalo Tangentopoli, e dopo gli anni di berlusconismo-d’alemismo sembra proprio che non sia cambiato nulla. La campagna elettorale all’insegna del ringiovanimento delle cariche istituzionali, con le promesse per l’abolizione dei privilegi  alla politica e ai partiti, nel momento in cui aveva la concreta possibilità di trasformarsi in qualcosa di maggiormente condivisibile per tutta la popolazione italiana, si è andata a perdersi nel vuoto, o per meglio dire nelle dinamiche dei vecchi partiti arroccati al potere. Tutto d’un tratto il giovane fuori e vecchio dentro del Pd, Matteo Renzi, si è arreso alle lusinghe e alle promesse di Massimo D’Alema e così facendo il Pd sembra abbia distrutto, agli occhi dei suoi votanti delle primarie, tutta la propria credibilità. Nel momento in cui il Pd aveva tutte le carte in regola per divorziare categoricamente con Berlusconi, non si è seguito l’esempio Veronica Lario, anzi, hanno aperto le porte di casa all’uomo di Arcore, sancendo così, dopo decenni, finalmente l’amore segnato da passione e odio, tra D’Alema e Berlusconi, sposatisi a Palazzo Chigi. Il fiore all’occhio della cerimonia sono stati i loro testimoni: Napolitano, Renzi, Letta e Alfano.

Nonostante le polemiche per le nomine di alcuni ministri e dei sottosegretari del nuovo governo, Letta riceve la fiducia alla Camera e al Senato. Il 29 di aprile Letta, con un discorso di apertura condivisibile e indirizzato al bene del paese, si presenta in Parlamento per incassare la fiducia: 453 si alla Camera e 223 si al Senato.

Sono tanti i nomi dei ministri e dei sottosegretari al centro di polemiche dopo le nomine del premier Letta. Flavio Zanonato, area Pd e Ministro allo Sviluppo economico, è l’ex sindaco di Padova che per combattere lo spaccio nella sua città ha costruito il famoso muro, ghettizzando via Anelli. I sottosegretari discutibili Gianfranco Miccichè e Michaela Biancoforte però sembrano essere le nomine più criticate. Il primo, sottosegretario alla pubblica amministrazione e semplificazione, è stato autore in passato di dichiarazioni a dir poco sconvolgenti e in visita alla targa commemorativa all’aeroporto di Palermo disse: “Falcone e Borsellino, che immagine negativa trasmettiamo subito con il nome dell’aeroporto”; la seconda, invece, sottosegretario alle pari opportunità in passato si è espressa dicendo: “Chi va con i trans ha seri problemi e purtroppo qualcuno nasce con una natura diversa”.

La nomina dei ministri del Premier Enrico Letta. Il giuramento, negli stessi attimi della sparatoria davanti a Palazzo Chigi, si è celebrato la mattina del 29 aprile al Quirinale. Prima della fiducia però, il banco di prova iniziale per Enrico Letta è stato quello della nomina dei ministri: l’unico vero obiettivo però è stato quello di non scontentare nessuno e quindi gli incarichi sono stati affidati a persone mirate non per merito, ma per “provenienza”. Nove ministri sono del Pd (Franceschini, Delrio, Triglia, Idem, Kyenge, Zanonato, Carrozza, Bray e Orlando), cinque del PdL (Alfano, Quagliariello, Lupi, Lorenzin e De Girolamo), due di Scelta Civica (Milanesi e Mauro), uno dei Radicali (Bonino) e uno dell’Unione di Centro (D’Alia). Tre gli indipendenti invece: Cancellieri alla Giustizia, Saccomani all’Economia e Giovannini al Lavoro.

Governo Letta

L’alleanza tra Pd e Pdl e la nascita del governo. Come detto prima più che un governo fondato sui contenuti, sembra che il governo sia nato perché non vi era nessun’altra possibilità. L’indicare Letta come Premier e i ministri proveniente dal Pd, dal PdL e dalla Lista Civica di Monti sembra aver eliminato le correnti estreme dei partiti, a favore di un centrismo che sembra simile a quello della Dc durante la Prima Repubblica. Infatti le coalizioni pre-elettorali sono venute meno con SeL che ha abbandonato il Pd e la Lega ancora incerta sul da farsi, ma di sicuro volutamente non è entrata nel nuovo governo. L’opposizione, quindi, sarà composta dal Movimento 5 Stelle, SeL e dalla Lega Nord, e si dicono tutte e tre pronte a votare leggi insieme al governo.

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