20 Aprile 2013

Pdr, Napolitano eletto con 738 voti. Intanto il Pd implode sotto i baffi di D’Alema

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Alla sesta votazione, Napolitano viene eletto Presidente della Repubblica con 738 voti: è largo il consenso da parte del Parlamento. Solo il M5S, SeL e Fratelli d’Italia non lo hanno votato: i grillini e i vendoliani hanno continuato a preferire Rodotà. Si parla già del prossimo governo con possibile Presidente del Consiglio Giuliano Amato o Enrico Letta.

Intanto il Pd è deflagrato sotto le sue stesse mani, e ora ci sarà da capire chi ne raccoglierà le macerie e chi troverà il coraggio di prendersi le responsabilità, sia nel bene che nel male. Bersani ha dichiarato che si dimetterà dal suo incarico a breve. La Bindi ha ufficializzato le dimissioni, già diramate agli organi competenti del Pd il 10 aprile.

bersani

La disfatta del Pd nell’espressione di Bersani

 

Napolitano eletto con 738 voti. E’ la prima volta nella storia della Repubblica che un PdR sia eletto per il secondo mandato consecutivo dal Parlamento. Dopo Pertini nel 1978 e Cossiga nel 1985, Napolitano risulta essere, anche, il Presidente della Repubblica più votato dal 1948, avendo superato di gran lunga anche i voti che aveva ricevuto nel 2006, che si attestavano al 58% dei parlamentari. Sono stati due giorni burrascosi per la politica italiana, ma soprattutto per il Pd, che ne esce sonoramente sconfitto e diviso al suo interno, a prescindere, però, dalla sua posizione nei confronti del candidato grillino Rodotà. Il giurista calabrese ha ottenuto solo i voti del M5S e quelli di SeL, che ormai è in aperto scontro pubblico con il Partito Democratico.

Il quinto scrutinio: Rodotà su tutti, ma prevalgono le schede bianche. Dopo la quinta votazione, ancora nessun nome per il Quirinale. Rodotà è il più votato. Più che alla quinta votazione, il Pd e il PdL sembra pensino alle prossime mosse da fare nel pomeriggio di oggi. Prende sempre più piede, però, l’ipotesi di un Napolitano-bis; infatti il Presidente della Repubblica in carica, sta valutando questa proposta e sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica Italiana se il Presidente ricoprisse questo ruolo istituzionale per due mandati consecutivi. Napolitano, però, vuole garanzie da parte dei partiti per la formazione di un nuovo governo.

L’implosione del Partito Democratico. Ieri sera, sotto le correnti personalistiche dei politici appartenenti ad esso, il Partito Democratico, dopo la giornata di ieri, è imploso. La scelta di Romano Prodi, che sembrava aver riunito tutto il Pd, ha portato ad una rottura insanabile all’interno, a causa dei franchi tiratori e non solo. Il partito, a conti fatti, sembra non sia mai esistito. Sin dalla sua nascita, nel 2007, per sostenere le elezioni politiche del 2008 contro Berlusconi, il Pd è sempre stato la somma di troppe diverse correnti: i democratici di sinistra, i popolari e i filo-cattolici. Ora la diatriba si è risolta prendendo come causa scatenante della rottura alcuni dei suoi uomini-simbolo di questi anni: D’Alema, Veltroni e la novità Renzi. Legati da un egoismo di leadership dimostrata ai cittadini, come nel caso di Renzi, e infima, come nel caso di D’Alema, il Pd sembra costretto ad arrendersi, anche questa volta, all’ennesima sconfitta di campo e ideologica. I votanti piddini, che chiedevano a gran voce un confronto con il M5S per l’elezione di Rodotà, come nuovo Pdr, sono delusi e ancora una volta offesi dalle logiche di partito.

I voti dispersi. Che il Parlamento italiano sia, per alcuni dei suoi componenti, un modo diverso di passare il tempo guadagnando soldi, è sotto gli occhi di tutti, da anni. Ma arrivare a cotanta volgarità e così tanta spudoratezza sembra eccessivo. Le prime due votazioni hanno annoverato nella loro registrazioni alcuni volti illustri, come quello di Roberto Mancini, Rocco Siffredi, Raffaello Mascetti, alias “supercazzola”, e di Valeria Marini. Ora a prescindere dai requisiti per essere eletti come PdR, elencati nella Costituzione all’articolo 84, sarebbe interessante capire cosa spinge un politico, che ricopre un ruolo così importante, a votare in maniera così indegna rispetto il ruolo che ricopre; ruolo che hanno coperto i vari Berlinguer, Moro, Almirante, Togliatti, Gramsci, De Gasperi e Fanfani. Mai questi, seppur con idee diverse tra loro, si sarebbero presi gioco del Parlamento e mai avrebbero schernito gli italiani in questo modo.

Il quarto scrutinio: Prodi tradito dai franchi tiratori del Pd, si ferma a 395. L’attesa è tutta per la quarta votazione: dopo la scelta unanime del Pd, nel corso dell’Assemblea di partito, si pensa che Prodi ce la possa fare. La libertà di coscienza interna al Pd è cosa nota: il problema, però, sono i franchi tiratori, coloro i quali con il principio della segretezza del voto, non rispondono alle direttive del partito, o ne rispondono solo a qualche diversa corrente ideologica, e scelgono di votare come credono. Prodi, quindi, viene tradito dallo stesso partito che ha contribuito a fondare, fermandosi a quota 395 voti, e ritira immediatamente il suo nome per la Presidenza della Repubblica. Rodotà prende 218 voti e prende quota, dalla Lista Civica di Monti, il nome di Anna Maria Cancellieri, attuale Ministro dell’Interno, con 78 voti.

Il terzo scrutinio: Rodotà 250, scheda bianca per il Pd e il PdL esce dall’aula. La partita si pensa che sarà decisa nella quarta votazione, quando il quorum scenderà alla maggioranza assoluta. Al Capranica. la sera prima, è uscito all’unanimità il nome dell’ex Presidente del Consiglio, Romano Prodi, che si dice onorato da questa candidatura. Infatti la terza votazione si conclude con un nulla di fatto, con la speranza di nominare il Presidente della Repubblica durante la quarta. Rodotà ottiene sempre 250 voti, D’Alema 34 e Prodi 22.

Il secondo scrutinio: Rodotà 230, scheda bianca per il Pd e PdL. Con la situazione di stallo derivante dalla prima votazione i due maggiori partiti decidono di votare scheda bianca e di pensare alla giornata successiva, dove con il quarto scrutinio verrà eletto il Presidente della Repubblica a maggioranza assoluta, quota ferma a 504. Il Movimento Cinque Stelle, come dal risultato delle “quirinarie”, non si muove dalla sua posizione e vota Rodotà, che ottiene 230 voti. Chiamparino ne ottiene 90 e D’Alema 38. E’ chiaro che il Pd non sia d’accordo sul nome condiviso da candidare. Anche in questo caso, i voti dispersi sono parecchi: Rocco Siffredi, Fiorello e Roberto Mancini, i nomi più fuori luogo.

Il primo scrutinio: Marini si ferma a 521. Già nella serata antecedente al voto si ipotizzava la dinamica che non vedeva Marini raggiungere il quorum di 2/3 del Parlamento. Queste indicazioni derivano dalle aspre contese dei partecipanti all’Assemblea di Partito del Pd al teatro Capranica di Roma. Il nome di Marini non è inviso ai renziani e per questa ragione i voti a Franco Marini sono 521, ben lontani dal quorum fissato a 672. Stefano Rodotà, candidato dei Cinque Stelle, raggiunge quota 240, pescando voti sia da SeL sia da parte del Pd. Alcuni renziani dichiarano di aver votato per l’ex sindaco di Torino Chiamparino. Sono decine i voti dispersi, tra tutti si possono annotare quelli a Mara Carfagna e Valeria Marini, non ancora cinquantenni, e Raffaello Mascetti, il personaggio della “supercazzola” all’italiana protagonista della serie cinematografica “Amici Miei”, interpretato da Ugo Tognazzi.

I votanti per l’elezione. Il gruppo riconducibile al centro sinistra equivale a 493, di cui 423 del Pd, 44 di SeL e 9 del Sudtiroler Volkspartei. Per il centro destra invece il numero è di 269, divisi tra 211 del PdL, 38 della Lega Nord e 9 di Fratelli d’Italia. Il Movimento Cinque Stelle ha, invece, 162 parlamentari e il centro 71, 55 di Scelta Civica e 12 dell’Unione di Centro. I restanti votanti appartengono a piccoli gruppi parlamentari.

I candidati per la Presidenza della Repubblica. Il mandato di Giorgio Napolitano si concluderà il 15 maggio. Le Camere, in seduta comune, a partire dal 18 aprile stanno provvedendo ad eleggere il nuovo successore. L’accordo iniziale tra Pd e PdL lo si trova nel nome di Franco Marini, che sarà il candidato condiviso ai due schieramenti politici. Se nel PdL la scelta è condivisa nel Pd, durante il corso della riunione del 17 sera si aprono diatribe tra bersaniani e renziani, con i grandi elettori intesi sul seguire il sindaco di Firenze. Per quanto riguarda il Movimento Cinque Stelle, dopo le Quirinarie (le elezioni sul web), è stato indicato come candidato Stefano Rodotà. Rodotà classificatosi terzo, dopo Milena Gabbanelli e Gino Strada, che avevano rinunciato all’onere.

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