18 Aprile 2013

Marò: l’Italia contro l’antiterrorismo indiano

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Il caso dei due marò italiani ha portato una sconfitta per la diplomazia italiana nei confronti delle autorità indiane. Le responsabilità sono cadute sull’ex ministro degli Esteri, Terzi, che il 26 marzo si era dimesso dall’incarico, passato ad interim al premier Monti.

La petroliera "Enrica Lexie" (wikipedia.it)

La petroliera “Enrica Lexie” (wikipedia.it)

Il governo italiano si è opposto alla decisione dell’India di affidare le indagini, per il caso dei due marò, al Nia, l’Agenzia nazionale sulle indagini dell’antiterrorismo. Il governo teme che i due soldati vengano condannati alla pena di morte. La decisione indiana deriva dalla volontà di arrivare ad una sentenza definitiva il più presto possibile. Ora, i due marò si trovano in regime di semi-libertà a New Delhi e aspettano la decisione della Corte Suprema di Giustizia indiana che dirà, nei prossimi giorni, se ad indagare sarà il Nia o il Cbi, l’Ufficio centrale di indagini.

22 marzo 2013: i militari della marina Latorre e Girone rientrano in India. “Il governo italiano – si legge da una nota di Palazzo Chigi – ha richiesto e ottenuto dalle autorità indiane l’assicurazione scritta riguardo al trattamento che sara’ riservato ai fucilieri di Marina e alla tutela dei loro diritti fondamentali. Alla luce delle ampie assicurazioni ricevute, il governo ha ritenuto l’opportunità, anche nell’interesse dei Fucilieri di Marina, di mantenere l’impegno preso in occasione del permesso per partecipare al voto, del ritorno in India entro il 22 marzo. I Fucilieri di Marina hanno aderito a tale valutazione”.

12 Marzo: il caso diplomatico tra India e Italia. Dopo la decisione del governo italiano di non far rientrare i due marò a New Delhi, il governo indiano blocca gli aeroporti per l’ambasciatore italiano, Mancini. Il 12 marzo 2013 le autorità governative indiane gridano al tradimento tramite il Primo Ministro, Manmohan Singh. La volontà dell’Italia sul non rispettare i patti con l’India per il rientro in India dei due marò, assassini di due pescatori della St. Antony, potrebbe portare i due paesi ai ferri corti. Non è si è discusso di negoziati, ma anzi si teme che possa ufficialmente iniziare una disputa che si potrà risolvere solo davanti alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del Mare. Intanto, il Parlamento indiano ha diramato un esposto che obbliga l’ambasciatore italiano in India, Daniele Mancini, a non lasciare il paese. Per lui tutti gli aeroporti sono chiusi, non potrà partire. Se l’India reputa inaccettabile la decisione italiana del non far rientrare i propri militari, l’Italia dal canto suo, difende il proprio ambasciatore in India, secondo La Farnesina, ostaggio in terra indiana. Stando alla Convenzione di Vienna ratificata negli anni Sessanta dai due paesi, l’India optando per questa strategia è andata incontro alla violazione degli articoli 29, 31 e 44. L’articolo 44 sancisce tutte le immunità diplomatiche, per evitare appunto, che gli agenti che operano in terra straniera siano ritenuti personalmente responsabili delle azioni dei rispettivi governi.

Il rientro in Italia per Natale e per le elezioni politiche. Grazie ad un permesso accordato con la Corte di Giustizia indiana i due marò, Massimilano Latorre e Salvatore Girone, erano riusciti ad atterrare a Fiumicino per partecipare alle elezioni politiche del 24-25 febbraio. Il permesso prevedeva che i due militari della Marina facessero rientro in India nei primi giorni di marzo, ma così non è avvenuto perché l’Italia, in un primo momento non è stata più disposta a mantenere la parola data. Era la seconda volta che i due marò erano tornati in Italia, dopo aver passato le vacanze natalizie con i propri cari nelle loro terre d’origine tra dicembre e gennaio. La prima e unica volta però la promessa alle autorità indiane era stata mantenuta, nei tempi concordati, e i marò erano rientrati il 10 gennaio 2013.

La decisione del governo italiano. L’11 marzo 2013, una nota del Ministero degli Esteri, Giulio Terzi, è stata comunicata alle autorità indiane tramite l’ambasciatore italiano a New Delhi, Daniele Mancini. “L’Italia ha sempre ritenuto che la condotta delle Autorità indiane – si legge nel comunicato della Farnesina – abbia sempre violato gli obblighi di diritto internazionale gravanti sull’India, ed in particolare il principio di immunità della giurisdizione degli organi dello Stato straniero. L’Italia ha ribadito, inoltre, al governo indiano la propria disponibilità a giungere ad un accordo per una soluzione della controversia, anche attraverso un arbitrato internazionale o una risoluzione giudiziaria”.

La petroliera “Enrica Lexie” nelle acque indiane. Il 15 febbraio 2012, al largo delle coste dell’India, è avvenuta una sparatoria tra la petroliera “Enrica Lexie” e il peschereccio St. Antony. Due pescatori indiani sono rimasti uccisi da due marò (Massimiliano Latorre e Salvatore Girone), membri del Reggimento “San Marco” della Marina Militare Italiana. I due militari sono stati fermati e messi sotto custodia fino al 23 febbraio. Al contrario di quello che hanno sempre affermato i media italiani, in primis quelli televisivi, i due militari italiani non hanno mai scontato la loro “pena” nei carceri indiani, ma anzi hanno vissuto il loro fermo, presso il CISF Guest House di Cochin in tutta tranquillità, ricevendo anche tipici prodotti pugliesi mandati dai loro familiari. Le autorità indiane, quindi, hanno sempre trattato con massimo rispetto i due marò, con l’intento di non creare nessun tipo di caso diplomatico. Il fatto che la nave si trovasse nella zona contigua (da dodici a ventiquattro miglia) permette all’India di esercitare appieno il controllo in questa fascia di mare prevenendone violazioni e reati, oppure giudicando, nelle apposite sedi, quel che accade di penalmente rilevante.

Gli spari della “Enrica Lexie” contro il peschereccio indiano. La ricostruzione della sparatoria, sin dai primi accertamenti, è stata molto confusionale: la versione italiana e quella indiana, infatti, non coincidono e raccontano un resoconto diverso dell’accaduto. La perizia più autentica è quella indiana: la petroliera “Enrico Lexie” stava viaggiando da Singapore all’Egitto con un equipaggio di trentaquattro uomini, accompagnati da sei fucilieri della Marina Italiana, quando si è avvicinato loro un peschereccio indiano. I militari italiani, forse impauriti da un attacco pirata, sembra che abbiano sparato contro il “Saint Antony”, colpendo mortalmente due degli undici pescatori indiani. Saranno, quindi, le autorità competenti indiane a giudicare l’accaduto dalle dinamiche così complesse.

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